Maryam l'imprenditrice e quell'Iran che ancora scommette sull'Italia

Strette tra le sanzioni Usa e i potentati economici nazionali, alcune imprese iraniane puntano sui nuovi partner europei per superare la bufera. E lanciare una richiesta d’aiuto: «Solo la Ue può fare qualcosa», dice Maryam Khansari, che in missione a Roma racconta l’Iran che tiene duro

Maryam Khansari

Tenere duro, continuare a lavorare sui progetti avviati con alcune grandi imprese italiane per essere pronti a partire al momento buono, e aspettare che la tempesta scatenata da Trump passi, se passerà. E continuare a credere che restare in Iran sia giusto, anche se hai 34 anni e tanti tuoi amici sono già andati all’estero, perché questo è il tuo Paese e se ci vivi devi spendere tutte le tue energie per renderlo migliore: nella convinzione che, “se tutti i lavoratori intellettualmente preparati partono, non rimarrà nessuno a portare il cambiamento”.

Il ritratto di Maryam Khansari – lunghi capelli neri, lo sguardo che brilla di intelligenza – è soprattutto questo: una dichiarazione di impegno per il proprio Paese, da realizzare con il lavoro nell’impresa di famiglia, la Herison Construction Company, il cui fondatore, Javad Khansari, è da sempre ritenuto il leader – dice Maryam del padre – del settore privato delle costruzioni private in Iran. Un settore per il quale, a partire dalle sanzioni nulla è scontato, in un’economia dove dominano i potentati che fanno capo ai Guardiani della rivoluzione e alle fondazioni religiose.

Ora Maryam, insieme al fratello Maziar, è la seconda generazione cui il padre – dice a eastwest.eu seduta ad un tavolino del roof-garden di un albergo romano – sta passando la mano di un’impresa che, dal 1959, ha realizzato una novantina di grandi progetti infrastrutturali nel Paese. Lei è la general manager, ma si occupa anche delle relazioni internazionali dell’Associazione nazionale delle imprese di costruzioni private in Iran (circa 15 mila soci nel Paese, cioè – precisa – l’intero settore privato) . Per questo si reca spesso in Europa e in Italia.

Nell’Associazione, spiega, «ci sono due gruppi di opinione. Gli imprenditori aperti alle relazioni internazionali e quelli più vicini al governo e al sistema, che trovano più facile lavorare con i subappalti di grandi gruppi come Khatam al Anbiya, controllato dai Guardiani della rivoluzione e sanzionato dagli Usa, e che, dopo l’imposizione delle sanzioni all’Iran, si aggiudicano la maggior parte dei progetti pubblici. Ma negli ultimi anni noi preferiamo lavorare con partner internazionali, ed europei in particolare: non che cinesi e coreani non siano ben qualificati, ma preferiamo gli europei, inclusi gli italiani, perché vogliamo aggiungere più valore e qualità per il Paese. Siamo convinti infatti che, se in Iran c’è bisogno di infrastrutture, dobbiamo dare ad oltre 80 milioni di iraniani il meglio. E mio padre dice sempre che se il medico fa un errore uccide una sola persona, se lo fa la nostra industria può distruggere migliaia di vite, e questo è inaccettabile».

Qualità dunque, carente invece nell’edilizia popolare voluta dall’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad e denominata Mehr: nuove residenze per la popolazione rurale inurbata «vendute a basso prezzo - prosegue - ma completamente prive di servizi e infrastrutture», dalle fognature ai trasporti ai presidi sanitari. Herison sta ora cercando di lavorare con partner italiani, aggiunge, proprio in questo campo, «uno dei maggiori bisogni della nostra gente oggi». E per dare il meglio, è il ragionamento, servono partner come gli italiani, con cui, nei frenetici ed esaltanti mesi seguiti all’accordo sul nucleare, anche Herison ha stretto accordi e memorandum di intesa siglati al tavolo con il governo - unica in quest’ultimo caso, sottolinea, fra le imprese private iraniane, che solitamente vi partecipano solo come subappaltatrici delle compagnie straniere. Fra i progetti portati a casa quelli per gli ospedali universitari di Esfahan e Bandar Abbas.

Per valutare il futuro di questi progetti e individuare nuovi partner Maryam è venuta a Roma, ma ha anche colto l’occasione per incontrare esponenti di Confindustria e altre organizzazioni imprenditoriali. Sono infatti loro – è il suo ragionamento – gli interlocutori più stabili e sicuri per far arrivare ai governi e all’Europa la richiesta di sostegno che giunge dall’Iran e dalle imprese, le cui prospettive economiche sono messe a rischio dalla decisione degli Usa di uscire unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015 e dall’annuncio di sanzioni secondarie agli europei che continueranno a fare affari con Teheran.

«Le imprese da sole e gli Stati da soli non possono fare niente contro le misure annunciate da Trump – spiega – solo l’Europa può fare qualcosa. E se la Ue sostiene l’Iran allora possono farlo anche loro». E cita la Banca europea per gli investimenti – per la quale l’Europa ha aggiornato il mandato ma senza poterle imporre di sostenere progetti in Iran – e Invitalia, l’agenzia designata dal governo Gentiloni per far partire i grandi progetti rimasti al palo causa le difficoltà poste dagli Usa nel reperimento dei finanziamenti bancari, ma ancora in attesa di diventare operativa.

Quanto agli iraniani, «l’unica cosa che ci può salvare in questa situazione terribile è il lavoro di squadra». E in Herison «nella situazione attuale dobbiamo trovare le strategie per spendere il meno possibile e andare avanti negli iter burocratici dei progetti – risponde – la situazione è molto critica ma sono ottimista, non potrà andare avanti così».

E come legge la recente decisione dell’Iran di procedere con il potenziamento della propria capacità di arricchimento dell’uranio, seppur nell’ambito di quanto previsto dall’accordo sul nucleare? «A mio avviso non vi sono possibilità che (le autorità iraniane, ndr) rompano l’accordo finché non sono costrette a farlo, e questa costrizione giungerebbe, e sarebbe naturale aspettarsela, quando l’Iran perdesse il sostegno dell’Europa».

Il problema vero è ora il vertiginoso aumento negli ultimi mesi del tasso di cambio del rial in dollari ed euro, che ha portato il governo a proibire cambi di valuta sul mercato libero degli uffici di cambio autorizzati, lasciando così pochi strumenti per procurarsi valuta estera. Anche chi deve andare all’estero può ritirare solo l’equivalente di 500-1000 euro una volta l’anno – praticamente niente, commenta Maryam. L’alternativa è il mercato nero, dove si vende valuta a costi altissimi, e si rischia di trovarsi in mano soldi falsi. In più, sono quintuplicate le tasse per chi esce dal Paese: un paradosso per il governo Rohani, nato con l’obiettivo di riaprire l’Iran al mondo.

«Ma per noi imprenditori non è tanto importante il tasso di cambio del dollaro, quanto la sua stabilità dopo la firma dei contratti. La cosa più importante è raggiungere stabilità ed equilibrio. Ma ora è impossibile fare previsioni, è difficile farlo anche da qui ad una settimana».

Il quadro politico non aiuta, ma la convinzione di Maryam è che tanto più ora agli iraniani serve essere realisti: come era accaduto con l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, hanno nutrito nell’attuale capo del governo Hassan Rohani - dice - troppe aspettative, che ora sono andate deluse. E il rischio è che accada, al prossimo voto fra due anni, che non vadano più a votare, aprendo così la strada al prossimo candidato degli ultraconservatori.

«Rohani non era né di destra né di sinistra, era là solo per portare un equilibrio nel Paese. Ora certamente è sotto pressione, ma è stato anche costretto a seguire un certo percorso, perché Ahmmadinejad aveva lasciato un campo minato per chiunque gli succedesse. E se un governo deve programmare un bilancio annuale assegnandone la maggior parte a organizzazioni del regime che nessuno conosce, come del resto era sempre accaduto – ma una scelta di trasparenza è stata compiuta su questo dal governo Rohani, scelta rivelatasi tra i fattori scatenanti delle vaste proteste di piazza di quest’inverno, ndr – cosa può fare? Gli iraniani devono avere memoria ed essere realisti. Ora sono scontenti di Rohani, ma quando hai votato qualcuno, non gli puoi voltare le spalle il giorno dopo. Altrimenti è meglio emigrare. Cosa che io e la mia famiglia ancora non vogliamo fare».

Il presidente Trump e il suo consigliere John Bolton vogliono però il ‘regime change’ in Iran. «Credo che Trump non pensi alla gente ma ai propri interessi. Non so quale profitto stia cercando. In questi anni ho visto tanti americani, non in vacanza ma che fanno incontri, conferenze, parlano di business, perlopiù in zone franche come l’isola di Kish», nel Golfo Persico, dove appunto non è necessario avere un visto per l’Iran.

Forse si preparano ad entrare in quel mercato iraniano da cui, con le sanzioni secondarie, Trump vuole escludere gli europei? «Si, forse sì. Quello che accade dietro il sipario non lo sappiamo. Ma penso – ribadisce – che l’Iran dovrebbe lavorare con l’Europa. In Italia parliamo con tanti interlocutori nella grande impresa, ma io credo anche nelle Pmi, sono loro il vero ‘game player’».  

E cosa vuol dire essere una business woman in Iran, dove in tanti incontri d’affari è proprio lei a sedere spesso in prima fila? «Lavoro in un’industria, quella delle costruzioni, che dovunque è condotta quasi soltanto da uomini. L’energia che ci devo mettere è almeno il doppio: se tieni un discorso di fronte a 200-400 uomini, la prima cosa cui loro pensano non sono le tue qualità professionali». «Un giorno era stato dato a me il compito di presiedere un incontro con funzionari ministeriali, mentre accompagnavamo colleghi imprenditori italiani. Uno dei funzionari ha detto in inglese: “penso che le donne debbano rimanere a casa”. Io gli ho risposto: mi dispiace per lei, ma se vuole lavorare su questo progetto, non ha altra scelta se non accettare di farlo con me».

@lb7080

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