L’Iran interviene in Iraq con il disco verde degli Stati Uniti. E a Teheran si lavora a un nuovo sistema di controllo sui social network

I raid iraniani contro i jiha­di­sti dello Stato isla­mico (Isis) in Iraq sono confermati. La noti­zia, ini­zial­mente smen­tita dalle auto­rità di Teh­eran, è stata rilanciata dal vice-­mi­ni­stro degli Esteri, Ibra­him Rahim­pour. L’operazione sarebbe stata con­dotta su richie­sta del governo di Bagh­dad e non è stata coor­di­nata con gli Stati Uniti.

Members of Iraqi security forces and Shiite fighters eat on their vehicle on the outskirts of Baiji, north of Baghdad December 8, 2014. REUTERS/Ahmed Saad Members of Iraqi security forces and Shiite fighters eat on their vehicle on the outskirts of Baiji, north of Baghdad December 8, 2014. REUTERS/Ahmed Saad

Rahim­pour ha aggiunto che lo scopo degli attac­chi è «la difesa degli inte­ressi dei nostri amici in Iraq», che stanno com­bat­tendo con­tro Isis. «Non per­met­te­remo che le con­di­zioni di sicu­rezza in Iraq dege­ne­rino, come è acca­duto in Siria, a causa delle potenze straniere», ha aggiunto. Con lo scoppio della crisi irachena, lo scorso giugno, la diplomazia iraniana si è impegnata soprattutto per mettere in sicurezza il confine occidentale con l’Iraq. Il Segre­ta­rio di Stato Usa, John Kerry aveva defi­nito «posi­tivi» i raid aerei mirati ira­niani con­tro i jiha­di­sti, rico­no­scendo il ruolo cen­trale dell’Iran nella lotta al ter­ro­ri­smo. Rahim­pour ha accu­sato invece Ara­bia Sau­dita e Tur­chia di aver creato Isis, come un governo alter­na­tivo ad al-Asad. Il diplo­ma­tico ha ammesso che le auto­rità sta­tu­ni­tensi stanno com­pren­dendo i loro errori nell’aver soste­nuto gli alleati regio­nali.

Teheran difende gli interessi iraniani in Iraq

La scorsa estate, autorità iraniane e statunitensi hanno inizialmente auspicato uno sforzo congiunto per limitare l’avanzata dei jihadisti di Isis. Teheran ha immediatamente dispiegato dieci divisioni delle forze paramilitari al Quds al confine con l’Iraq, nella provincia di Kermanshah. Ha condotto in territorio iracheno voli di ricognizione e sorveglianza con l’utilizzo di droni e ha fornito tonnellate di equipaggiamenti e assistenza militare all’Iraq, dove Teheran ha inoltre inviato un’unità speciale per intercettazioni. Il generale Qassim Suleimani, a guida delle forze paramilitari al Quds, ha poi compiuto varie missioni in Iraq, guidando le milizie sciite.

L’impegno iraniano in Iraq non è una novità. La fondazione del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), in seguito alla caduta del regime dello shah (1979), provocò la dura repressione della componente sciita irachena da parte del partito Baath. Il baathismo si presentò, come il baluardo dell’opposizione alla diffusione della Rivoluzione islamica tra i paesi arabi. Per questo, l’Iraq ottenne il chiaro sostegno degli Stati uniti nella guerra contro l’Iran (1981-1988). Negli anni Novanta, Washington ha promosso una politica di doppio contenimento (dual containment) tra Iran e Iraq. Gli Usa hanno accresciuto il loro controllo nel Golfo persico sostenendo l’Arabia Saudita come guida regionale per isolare l’Iran. Eppure l’attacco Usa all’Iraq del marzo 2003 vide l’Iran giocare un ruolo di «neutralità attiva». L’instabilità in Iraq è sempre stata un problema serio per la sicurezza iraniana. Nonostante gli sciiti iracheni vengano visti come una componente dello sciismo iraniano, la frammentazione della comunità sciita irachena, causata anche dalle divisioni promosse dal baathismo, è sempre stata fonte di grande preoccupazione per le autorità iraniane.

La scure sui social network

Sul fronte interno, in Iran sta arri­vando un nuovo sistema per met­tere sotto con­trollo i social net­work. Il mini­stro delle Tele­co­mu­ni­ca­zioni, Mah­mud Vaezi ha annun­ciato la messa a punto di un sistema di moni­to­rag­gio che con­sen­tirà di iden­ti­fi­care chiun­que si col­le­ghi a inter­net. «In futuro, quando le per­sone vor­ranno uti­liz­zare inter­net, saranno iden­ti­fi­cate e cono­sce­remo l’identità di ogni inter­nauta», ha dichia­rato il ministro.

Il mese scorso Vaezi aveva annun­ciato il varo in tre fasi entro mag­gio di un sistema in grado di fil­trare in maniera selet­tiva siti di vari social net­work senza però con­ti­nuare a bloc­carli del tutto come avviene ora. Il con­trollo su inter­net e sull’informazione resta per­va­sivo in Iran. Il blog­ger in pri­gione, Soheil Arabi con­ti­nua a rischiare la pena di morte per «insulti al pro­feta», men­tre è stata estesa la deten­zione del cor­ri­spon­dente del Washing­ton Post a Teh­eran, Jason Reza­ian, sebbene non siano chiare le accuse che vengono mosse contro il giornalista. Eppure non mancano le buone notizie, è stato legalizzato il primo partito riformista dal 2009, sarà guidato dal consigliere dell’ex presidente Mohammed Khatami, Sadeq Kharazi. Non si fermano invece in tutto il Paese le proteste per gli aumenti fino al 30% dei prezzi del pane.

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