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Perché la guerra in Libano è sempre più probabile

Israele non tollera più la crescita del proxy iraniano Hezbollah alla frontiera, il cui indebolimento è cruciale anche per il “piano di pace” israelo-palestinese disegnato da Usa e Arabia Saudita. E il conflitto può essere l’ultima chance di Netanyahu per restare al potere

Soldati israeliani vicino ad una jeep. REUTERS/Amir Cohen
Soldati israeliani vicino ad una jeep. REUTERS/Amir Cohen

Nuove nubi minacciose si sono addensate sulla Siria già devastata da 7 anni di conflitto civile, quando il 10 febbraio scorso un caccia israeliano è stato abbattuto dalla contraerea siriana, il primo dal 1982. L’operazione era scattata dopo la distruzione in territorio israeliano di un drone militare che le autorità di Tel Aviv hanno definito di provenienza iraniana, lanciato dalla Siria dalle milizie locali fedeli a Teheran.

L’episodio ha reso incandescenti le tensioni che si accumulano da mesi lungo il confine del Golan, che divide Israele dalla Siria, e dove la presenza di fazioni filo-iraniane è in crescita da tempo. In molti hanno sottolineato come questo episodio abbia reso un conflitto tra Israele e gruppi vicini all’Iran sia in Siria sia nel vicino Libano ancora più probabile. Ed è proprio il Libano, più che la Siria, che potrebbe diventare il teatro principale delle operazioni; per tre ragioni: una ovvia e due un po’ meno scontate ma altrettanto determinanti.

La ragione ovvia è che il Libano, soprattutto nel sud e nella valle della Bekaa, è il Paese dove Hezbollah ha le proprie basi principali e dove controlla direttamente parte del territorio. Hezbollah rappresenta oggi l’esperimento più riuscito di Teheran nella costituzione di un influente e stabile partito-milizia nell’area mediorientale. Oltre a essere forza dominante all’interno della politica libanese, Hezbollah è diventato anche un attore determinante al servizio di Teheran all’interno del conflitto siriano, contribuendo direttamente alla formazione e all’addestramento di numerose milizie locali, diventate da subito più dipendenti e da Iran e Hezbollah che dal regime di Damasco. Voci insistenti indicano, inoltre, come Hezbollah abbia ampliato notevolmente la propria area di azione, arrivando addirittura ad assistere le operazioni delle milizie Houthi in Yemen. Infine, Hezbollah è emerso nelle ultime due decadi come il non-state actor più temibile per Israele, specialmente dopo la breve guerra del 2006 che lo ha visto respingere, nonostante ingenti perdite, una massiccia offensiva israeliana in territorio libanese. L’ulteriore rafforzamento di Hezbollah avvenuto negli ultimi anni e l’allargamento della sua area di operazioni e influenza all’interno del territorio siriano agli occhi del governo israeliano rappresentano un crescente elemento di pericolo il cui ridimensionamento potrebbe richiedere un nuovo sforzo militare.

Ma i venti di guerra che puntano verso Libano non sono generati solo dal pericolo diretto rappresentato dalla presenza dell’Iran e dei suoi proxy lungo i confini israeliani. Almeno altri due segnali, uno legato alla politica regionale e l’altro legato alla politica interna israeliana, sembrano infatti lentamente allinearsi nel rendere un conflitto in Libano sempre più probabile: il recente taglio da parte dell’amministrazione statunitense dei fondi per l’Urnwa, e la possibile incriminazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu per corruzione.

Il taglio sostanziale dei fondi dell’agenzia che si occupa da decenni del sostegno dei rifugiati palestinesi, che pone l’esistenza stessa dell’agenzia a rischio, rappresenta l’ultimo passo di un piano più omogeneo di cui farebbe parte anche la recente dichiarazione di Gerusalemme capitale di Israele da parte del presidente statunitense Donald Trump. Il piano, che voci vorrebbero essere stato elaborato personalmente dal genero del presidente americano Gerard Kushner e dal principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman, prevederebbe infatti la costituzione di una entità statale palestinese a “sovranità limitata”, privata di Gerusalemme come capitale e, soprattutto, privata del diritto di garantire il ritorno ai milioni di rifugiati palestinesi o di origine palestinese, discendenti di coloro che lasciarono le proprie case durante i numerosi conflitti dal 1948 in poi.

Molti di questi rifugiati vivono in Paesi limitrofi come la Giordania, la Siria - almeno fino allo scoppio del recente conflitto - e il Libano. Tra questi, solo la Giordania ha garantito negli anni Novanta, nella cornice del processo di pace con Israele, la propria cittadinanza alla maggior parte dei palestinesi presenti sul proprio territorio. In Siria e in Libano i palestinesi vivono invece in una sorta di limbo legislativo, privati della maggior parte dei diritti riservati alla popolazione autoctona. La motivazione, almeno ufficialmente, è che i palestinesi sono considerati ospiti temporanei - nonostante alcuni siano arrivati alla terza, se non quarta, generazione nata e cresciuta fuori dalla Palestina - che i governi di questi Paesi accolgono in attesa che sia data loro la possibilità di tornare nella propria terra.

Ovviamente, dietro la alla retorica ufficiale ci sono spesso anche ragioni che hanno molto più a che fare con equilibri ed opportunità politiche. In Siria l’esclusione dei palestinesi dal diritto alla cittadinanza ha permesso infatti al governo siriano di disinteressarsi da sempre della creazione di infrastrutture mediche o educative per le centinaia di migliaia di profughi e i loro discendenti, lasciandole di fatto in appalto perpetuo alle agenzie internazionali. In Libano alle ragioni di welfare si sovrappone invece l’annosa questione degli equilibri etnico-settari del Paese, che uscirebbero sconvolti dalla concessione della cittadinanza ai palestinesi.

La situazione umanitaria dei rifugiati palestinesi nel Libano si è fatta inoltre sempre più difficile negli ultimi anni, con l’arrivo di migliaia di rifugiati palestinesi in fuga dal conflitto siriano. Essendo privi della cittadinanza siriana, queste persone non hanno infatti potuto accedere all’assistenza offerta ai rifugiati siriani dall’Unhcr, andando a pesare ulteriormente sulle già limitate risorse dell’Unrwa.

In un quadro del genere, la cancellazione ufficiale del diritto al ritorno andrebbe a complicare una situazione già molto delicata, mettendo lo stato libanese per la prima volta di fronte alla necessità di risolvere finalmente la questione dei palestinesi presenti da decenni sul proprio territorio. Vista la composizione settaria prevalentemente sunnita dei rifugiati palestinesi, la loro incorporazione all’interno della cittadinanza libanese andrebbe potenzialmente a danneggiare soprattutto il blocco sciita capitanato da Hezbollah, rafforzando invece, almeno sulla carta, l’alleanza che ruota intorno al partito Futuro dell’attuale premier Hariri.

Voci emerse nei mesi scorsi hanno parlato di visite informali da parte di emissari sauditi nei campi palestinesi in Libano, volte a tastare il terreno rispetto a una eventuale rinuncia al “diritto al ritorno” in cambio di pressioni diplomatiche dell’Arabia Saudita, principale sponsor del partito Futuro, per la concessione ai palestinesi della cittadinanza libanese, abbinate a investimenti ingenti per lo sviluppo delle attività economiche nei campi profughi.

L’offerta sarebbe finora stata rigettata per questioni di principio ma anche perché considerata poco credibile. Molti dubiterebbero infatti della capacità saudita di influenzare sufficientemente la scena politica libanese, soprattutto a causa della crescente forza di Hezbollah al suo interno. Il ridimensionamento politico e militare del “Partito di Dio” potrebbe quindi diventare così una necessità anche all’interno del piano dell’amministrazione Trump per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Una soluzione che molti vedono con scetticismo, già ricusata energicamente da attori chiavi come la leadership palestinese e il governo giordano, ma che i suoi fautori principali sembrano tuttavia continuare a sostenere con decisione.

Infine, un’ulteriore spinta verso il conflitto potrebbe essere stata data inconsapevolmente dalla polizia israeliana che, a sorpresa, dopo mesi di indagini ha suggerito ufficialmente alla procura generale di incriminare il premier Benjamin Netanyahu per corruzione. Una notizia che indebolisce pericolosamente il leader israeliano sia rispetto all’opposizione, sia di fronte ai suoi molti alleati di governo, che potrebbero ben presto iniziare a guardarsi intorno in cerca di un successore in attesa della decisione della procura generale. Una guerra potrebbe essere una delle poche opzioni rimaste nel mazzo di Netanyahu per interrompere un declino politico che sembra segnato, e per ricompattare intorno a sé l’opinione pubblica e la maggioranza di governo. Una opzione assai rischiosa che, in caso di fallimento, metterebbe definitivamente fine alla carriera politica del leader più longevo della storia d’Israele dopo Ben-Gurion.

@Ibn_Trovarelli

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