Iran, la svolta di Khamenei sul nucleare è dedicata all'Europa

La Guida suprema ordina di preparare un aumento della capacità di arricchimento dell’uranio. La decisione non viola l’accordo del 2015, ma il messaggio politico è forte, spiega l'esperto Ali Akbar Dahreini. Ed è rivolto a un’Europa in difficoltà per le sanzioni minacciate da Trump

REUTERS/Caren Firouz
REUTERS/Caren Firouz

«L’ordine di Khamenei porta prioritariamente un significato politico e manda il messaggio agli altri firmatari dell’accordo: l’Iran non continuerà ad accettare limitazioni del suo programma nucleare senza poter contestualmente godere dei benefici del Jcpoa, dopo l’uscita unilaterale degli Usa».

Ali Akbar Dahreini ha diretto per 17 anni l’ufficio della statunitense Associated Press da Teheran, dopo aver lavorato per il Teheran Times e l’ultraconservatore Kayhan International. Conosce bene le logiche interne al sistema della Repubblica islamica. Soprattutto, sa molto del programma nucleare iraniano, tanto da averne ricostruito 60 anni di storia in un libro di 1.600 pagine significativamente intitolato: Legitimate Deterrence. A Thrilling Story of Iran’s Nuclear Program (Tellwell, 2017). 

In questione è il recente ordine della Guida suprema Ali Khamenei all’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, quello di avviare la preparazione per un aumento della sua capacità di arricchimento dell’uranio. L’annuncio ha mandato in fibrillazione i media occidentali e soprattutto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, proprio in quei giorni impegnato in un tour tra Berlino, Parigi e Londra per tentare di convincere i leader dei tre Paesi firmatari dell’accordo sul nucleare che l’Iran è un pericolo e che anche loro, come il presidente Usa Donald Trump, dovrebbero sganciarsi da quell’intesa.

Ma per l’esperto iraniano la decisione di Khamenei «non può essere fonte di preoccupazione», dice a eastwest.eu. «Perché l’Iran, almeno a questo punto, non ha alcuna intenzione di violare l’accordo sul nucleare del 2015. Khamenei ha insistito due volte nel suo discorso che le preparazioni saranno nell’ambito dell’accordo e in conformità con esso. Questo significa che l’Iran produrrà rotori per centrifughe, e questo non sarà in violazione dell’accordo: l’Iran non produrrà una centrifuga completa né la metterà effettivamente in uso». «Nel caso che il Jcpoa si frantumi – aggiunge -, andare ad arricchire l’uranio al 20% potrebbe essere solo l’inizio. Sarà Teheran a decidere a quale livello arricchire l’uranio. Se necessario, potrebbe andare anche oltre il 20%. Ma a mio avviso è prematuro parlarne ora».

Con il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), definito a Vienna il 14 luglio 2015, l’Iran si è impegnato a tenere solo una riserva di 300 kg di uranio a basso arricchimento (Leu, dal 3 al 5% di purezza) sui 1.000-1500 che sarebbero necessari per farne un uso militare: un quantitativo equivalente cioè a quei 20-25 kg di uranio altamente arricchito (Heu, all’80-90%) necessari per un ordigno nucleare (anche se un 20% potrebbe essere sufficiente per una ‘bomba sporca’).

In esecuzione dell’accordo, Teheran ha venduto il 98% del suo uranio a basso arricchimento all’estero e non ha più scorte di uranio al 20%. In questo modo, le potenze del gruppo dei 5+1 e la Ue hanno ottenuto quello che l’allora presidente Usa, Barack Obama, si proponeva: ritardare fino ad un anno la breakout capability dell’Iran, cioè la sua capacità di arrivare ad un passo da quell’ordigno nucleare che Teheran ha sempre negato di voler costruire.

In questo momento, conferma Dareini, «tecnicamente, servirebbe un anno all’Iran per produrre materiale sufficiente per un’arma nucleare, nel caso decidesse di ignorare il Jpcoa e dare uno scopo militare al suo programma. Ma se dovesse usare le moderne centrifughe P-8, allora servirebbe molto meno tempo. Tutto dipende da quanto l’Iran espanderà le operazioni di arricchimento, e quali centrifughe userà. Se usasse le P-8 e mettesse in uso tutte le sue 20 mila centrifughe – quelle ancora in funzione e quelle messe fuori servizio e immagazzinate per l’accordo sul nucleare - allora sarebbe in grado di raggiungere la breakout capacity in un periodo più breve».

«Ma credo che sia fuorviante – sottolinea - parlare di una bomba atomica, perché si tratterebbe di una sconfitta auto-inflitta», ossia l’Iran si metterebbe nelle condizioni di essere preventivamente attaccato dall’esterno. «Sono certo che l’Iran non costruirà mai una bomba nucleare a meno che non sia effettivamente attaccato».

È la logica della ‘legittima deterrenza’ di cui Dareini parla nel suo poderoso libro, che rivela come l’Iran - “circondato da nemici e rivali” e attaccato dall’Iraq nel 1980 con il sostegno degli Usa e di quasi tutti i Paesi arabi - abbia cercato di rafforzare la propria posizione internazionale non solo con un programma missilistico ma anche con uno di arricchimento dell’uranio, senza tuttavia violare i suoi impegni nel Trattato di non proliferazione nucleare. In breve, ha acquisito materiali nucleari per farne una “leva”, cioè uno strumento di deterrenza contro eventuali minacce alla sua sopravvivenza, arrivando “a breve distanza dalla militarizzazione” del suo programma nucleare, ma “non per far effettivamente scoppiare una bomba”.

Il 5 giugno scorso il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Ali Akbar Salehi, ha annunciato che l’Iran aveva cominciato a preparare l’infrastruttura per la costruzione di centrifughe avanzate nell’impianto di Natanz, ma nel pieno rispetto degli obblighi derivanti dall’accordo del 2015.

Un annuncio giunto il giorno dopo che Khamenei aveva disposto che fossero compiuti i preparativi necessari a raggiungere le 190 mila Swu (Separative Work Units), unità che misurano appunto le capacità di arricchimento dell’uranio. «Alcuni governi europei – aveva detto fra l’altro Khamenei – agiscono come se il popolo iraniano dovesse sopportare le sanzioni ed i loro effetti, e al tempo stesso dovessimo cessare le attività nucleari – di cui certo avremo bisogno in futuro – e frenare il nostro programma nucleare».

Una decisione, quella di aumentare la sua capacità di arricchimento dell’uranio, che non viola gli accordi del 2015, è stato comunque confermato da parte europea. Ad un primo esame infatti, ha detto una portavoce di Federica Mogherini, non si tratta di una violazione, anche se, ha aggiunto Maja Kocijancic all’Afp, «in questa circostanza particolarmente critica, non contribuisce a rafforzare la fiducia nella natura del programma nucleare iraniano. Successivamente l’ambasciatore iraniano presso l’Aiea ha puntualizzato, secondo l’iraniana Press Tv che «è scritto nel Jcpoa che se una parte non adempie ai suoi obblighi, è nel diritto dell’altra parte non farlo a sua volta, completamente o parzialmente». Un diritto dunque riconosciuto dal Jcpoa, che Teheran potrebbe decidere di esercitare.

«L’Iran può produrre 190mila Swu in 10 mesi» ha poi dichiarato Salehi in un’intervista tv di cui riferisce l’agenzia governativa Irna. Ma ha aggiunto che tuttavia che «questo non significa l’inizio della fabbricazione di centrifughe avanzate per uso industriale» a Natanz. Per l’obiettivo indicato da Khamenei, ha aggiunto, l’Iran ha bisogno di 300 tonnellate di uranio, che potrebbe provenire dalle proprie miniere dove, ha detto, si sono scoperte nuove riserve.

Ma le nuove disposizioni di Khamenei (che aveva appena serrato i ranghi del sistema in una riunione con tutte le autorità del Paese, in primis il presidente moderato Hassan Rouhani, immortalate nelle foto ufficiali mentre sedevano sui tappeti intorno al Leader), non sembrano essere state accolte in modo univoco sulla scena politica iraniana.

L’accademico riformista Sadegh Zibakalam ha twittato a caldo – riferisce Al Monitor - che si tratta “dell’ultimo colpo agli sforzi dell’Europa di raggiungere un compromesso con gli Usa e, d’altra parte, è la fine della politica (moderata, ndr) del governo Rouhani negli ultimi cinque anni”.

Ma se la svolta iraniana sull’arricchimento è da intendersi come un segnale all’Europa, questa tuttavia sembra essere sempre più in difficoltà – nonostante gli sforzi di porre degli argini anche normativi all’offensiva Usa - di fronte alle sanzioni secondarie minacciate da Trump per le sue imprese che continueranno a lavorare in Iran. È in chiave di debolezza, infatti, che alcuni come il New York Times leggono la lettera inviata nei giorni scorsi da Francia, Germania, Gran Bretagna e Servizio esterno della Ue al segretario di Stato al Tesoro Steven Munchin e a quello per gli Esteri Mike Pompeo, chiedendo agli Usa di esentare i propri attori economici da tali sanzioni. Ma nella lettera si ribadisce anche, e con forza, che il modo migliore per prevenire un Iran dotato di un’arma atomica, è proprio l’accordo del 2015, per il quale al momento “non vi sono alternative credibili”.

@lb7080

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