La sfida di Rouhani, ispiratore e bersaglio delle proteste iraniane

Da candidato, il presidente si era scagliato contro l’oligarchia militare e religiosa che soffoca l’economia iraniana. Oggi è lui stesso nel mirino della generazione post-rivoluzionaria. Ma se troverà il coraggio, Rouhani può trasformare la crisi in una grande opportunità

Il presidente iraniano Hassan Rohani. REUTERS/Raheb Homavandi
Il presidente iraniano Hassan Rohani. REUTERS/Raheb Homavandi

È uno dei bersagli polemici delle proteste di questi giorni, ma in qualche modo ne è anche l’ispiratore. Può uscirne politicamente logorato, o approfittarne per riscrivere la storia del Paese. Per il presidente iraniano Hassan Rouhani le prossime settimane, e le prossime mosse, saranno decisive. Comprendere la natura plurale delle manifestazioni, l’eterogeneità delle rivendicazioni, evitare di ricondurle a un unico denominatore - tanto meno a un’unica regia, domestica o esterna - è la prima sfida che dovrà affrontare. Per farlo, dovrà inforcare lenti “sfocate” rispetto al solito.

Secondo le ricostruzioni, parziali, che arrivano dall’Iran, la maggior parte dei manifestanti sarebbero giovani sotto i 25 anni. Non tanto i giovani “cosmopoliti” di Teheran, dai consumi culturali molto simili a quelli dei loro omologhi occidentali, celebrati dai media internazionali come “l’altra faccia” di un regime oscurantista e insulare, quanto i giovani disoccupati e poco istruiti delle città periferiche, lontani dai radar dei media. Un mondo molto diverso da quello della capitale dove vive Rouhani e l’intera classe politica. Un  mondo che si percepisce come negletto, abbandonato.

Qui le promesse di uguaglianza e giustizia dei fondatori della Repubblica islamica appaiono più vuote che altrove. Di fronte alle manifestazioni di questi giorni chi parla di rivoluzione dichiara i propri desideri, più che analizzare la realtà, ma la spaccatura tra la società e il sistema politico-istituzionale è comunque visibile in tutto il Paese. È una questione demografica, generazionale più che ideologica. Riflessa nel grande paradosso iraniano: un’architettura politico-istituzionale modellata sui principi della rivoluzione islamica del 1979 e una società in cui tre quarti della popolazione è post-rivoluzionaria, perché nata dopo il 1979, poco ricettiva, se non del tutto aliena, verso le parole d’ordine del regime.

Molti di questi giovani, i ventenni disoccupati di Rasht come i “cosmopoliti” di Tehran, non solo non sono più disposti al martirio, al sacrificio di sé e delle proprie libertà per il mantenimento dello status quo, ma lo percepiscono come profondamente ingiusto. Chi dovrebbe tutelare i principi fondanti della rivoluzione – uguaglianza, giustizia – alimenta invece la disuguaglianza, l’ingiustizia, la corruzione.

È l’altro grande paradosso iraniano: pensata in tempi di isolamento diplomatico come difesa della propria sovranità e unico strumento per l’autosufficienza, “l'economia della resistenza” è diventata economia di mafia, copertura di interessi particolari, ostacolo alla produttività e alla redistribuzione del benessere. Ne beneficiano alcuni uomini vicini al leader supremo Khamenei, alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione, degli apparati paramilitari e del ramo giudiziario: i rappresentanti dei grandi conglomerati economici che costituiscono il sistema-ombra della Repubblica islamica, le Bonyad, le fondazioni caritatevoli che valgono almeno il 20% del prodotto interno lordo. Sono vere e proprie oligarchie, di matrice religiosa e militare.

A maggio scorso, durante la campagna per le presidenziali, Rohani ha spesso affondato il colpo contro i loro rappresentanti. Pur essendo un insider, un veterano dell’establishment, ha giocato la carta dell’outsider. Lo ha fatto  in particolare criticando quegli oligopoli. Per Rouhani, la loro presa sull'economia è un freno alla crescita, alla produttività, alla liberalizzazione del mercato. Le sue critiche alle Guardie della rivoluzione e al loro monopolio su ampi settori economici è passato in sordina in Occidente, ma ha scosso le fondamenta della Repubblica islamica.

Rouhani ha usato parole nette, invocando “competizione vera”, criticando “benefici illegittimi”, favorendo i processi per corruzione, tagliando i budget di alcune fondazioni, restringendone le attività e aprendo agli stranieri i bandi per quei progetti che tradizionalmente erano loro appannaggio. C’è chi dice che sia riuscito a convincere lo stesso leader supremo, l’ayatollah Khamenei, della necessità di tagliare almeno in parte il nodo che lega lo “stato profondo” ai gangli vitali dell’economia iraniana.

Così facendo, Rohani si è fatto molti  nemici. Ed è significativo il fatto che le proteste siano iniziate a Mashad, dove politicamente l’ex presidente Ahmadinejad gode ancora di un certo consenso. Mashad è la città di Ebrahim Raisi, già procuratore capo, responsabile della Corte speciale che vigila sull'operato dei clerici, membro dell'Assemblea degli esperti (l'organo che elegge il leader supremo), antagonista principale di Rohani alle presidenziali del maggio scorso. Il suocero di Raisi è l'ayatollah Ahmad Alamolhoda, stretto consigliere di Khomeini, tra i più ortodossi “principialisti”, la componente dell'establishment – dalle Guardie della rivoluzione ai falchi conservatori – che intende evitare le “contaminazioni” esterne per  proteggere i principi della rivoluzione del 79. E i propri interessi: dal marzo 2016 Raisi è il custode del più importante santuario iraniano, quello dell'imam Reza a Mashad, e responsabile di Astan Qods Razavi. Sulla carta una fondazione religiosa caritatevole, nella realtà un impero da 15-20 miliardi di dollari, con interessi in tutti i settori economici.

Quegli stessi interessi che il presidente Rouhani ha cominciato a mettere in discussione. Facendosi molti nemici appunto, ma anche – come ha notato Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations – ridando linfa al dibattito sulla corruzione nel Paese. I manifestanti di questi giorni contestano Rohani, le sue promesse economiche non mantenute, la disoccupazione crescente, i tagli al programma di sussidi voluto nel 2011 dal presidente Ahmadinejad, ma a guardar bene si inseriscono in un percorso coraggiosamente tracciato da lui.

Nelle prossime settimane si capirà meglio quanto coraggio ha davvero Rouhani. Il suo operato è condizionato dalla particolare architettura istituzionale iraniana, che limita i poteri del presidente. Ma di fronte a sé ha una scelta politica importante: un secondo mandato “tradizionale”, all’insegna di un consenso gradualmente eroso dal crescente distacco tra promesse e obiettivi raggiunti, come accaduto ai suoi predecessori.

O un ambizioso colpo di coda, che trasformi la momentanea crisi in un’opportunità, capitalizzando a proprio favore la spinta popolare per proporre un pacchetto di riforme che dia centralità alle istituzioni elette e ridimensioni il potere di quelle non elette, come il Consiglio dei Guardiani. L’unico modo, suggerisce qualcuno, per restituire legittimità alla Repubblica islamica, sempre più incapace di assorbire le spinte demografiche di una società giovane e scalpitante. Lontana dagli slogan del 1979. 

@battiston_g

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