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La collera degli iraniani non si esaurisce in dieci giorni di proteste

“Le proteste hanno cause profonde e vanno avanti da tempo - spiega la giornalista iraniano-statunitense Negar Mortazavi - ma ultimamente si sono organizzate meglio anche grazie a Telegram”. E la rabbia per la cattiva e iniqua gestione dell’economia non se ne andrà facilmente

Oppositori del presidente Rouhani protestano davanti all'ambasciata iraniana nella zona ovest di Londra, Gran Bretagna, 2 gennaio 2018. REUTERS / Simon Dawson
Oppositori del presidente Rouhani protestano davanti all'ambasciata iraniana nella zona ovest di Londra, Gran Bretagna, 2 gennaio 2018. REUTERS / Simon Dawson

Le sollevazioni perdono d’intensità in Iran, ma il giro di vite continua: 20 morti, 1700 persone arrestate e molte ancora in prigione. E l’interrogativo rimane: cosa ha scatenato proteste tanto veementi?  Il problema principale, secondo Negar Mortazavi, giornalista iraniano-americana che commenta l’attualità dell’Iran su testate come Msnbc, Bbc, New York Times e Al Jazeera è la situazione economica. Mortazavi, che è nata e cresciuta in Iran e nel 2002 è stata costretta a trasferirsi in America per continuare gli studi, parla di “rabbia contro la classe politica e contro l’establishment governativo per la cattiva gestione delle risorse iraniane”, indicando nelle scelte economiche e politiche interne dell’Iran -  e in primis le misure di austerity - una delle causi del profondo dissenso.  “Ma non si tratta solo di un dissenso contro il presidente Rouhani o la Guida suprema Ali Khamenei - dice a eastwest.eu - anche se quest’ultimo è diventato l’obiettivo principale delle proteste perché è il simbolo del fallimento delle politiche del governo iraniano”,

Le proteste sembrano essersi spente, ma si può pensare sia l’inizio in Iran di un periodo caotico come avvenuto in questi ultimi anni in diversi paesi dell’area?

«Non credo si possa paragonare questo tipo di sollevazione a quanto avvenuto ad esempio in altri Paesi del mondo arabo-musulmano. Questa contestazione è notevolmente più ridotta anche se guardiamo al contesto iraniano, per esempio paragonandola a quella del 2009 dove per strada sfilarono milioni di persone. E non dimentichiamo che questo establishment ha una forte legittimità. Rouhani è entrato in carica 4 anni fa con un mandato molto forte, ed è stato rieletto solo 6 mesi fa con un alto numero di voti ed un’alta partecipazione popolare. Ci sono problemi che però questo governo non è riuscito a contrastare: la disoccupazione e l’inflazione ad esempio. La gente sente di essere povera e vive male l’ingiustizia per una ineguale distribuzione delle ricchezze del Paese».

Questo movimento appare totalmente spontaneo e senza leader, è così?

«In realtà spontaneo non lo è. E non è neanche una novità. È esploso in questi giorni ma va avanti da mesi se non da anni. Decine e decine di proteste si susseguono in Iran da tempo, però essendo più piccole e diluite nel tempo sono anche meno visibili. Proteste di fronte ai palazzi governativi, oppure indette dai sindacati, proteste certo più specifiche ma che sono poi sfociate in un’ampia unica protesta, più organizzata, anche grazie all’uso dei social media».

La protesta ha anche una geografia diversa rispetto al 2009. Non Teheran e la classe media, ma città meno importanti e zone più rurali

«Il movimento di contestazione è nato da una singola protesta a Mashhad, una città molto religiosa e conservatrice che è anche il quartier generale di Ebrahim Raissi, il principale oppositore conservatore del presidente Rouhani nelle ultime elezioni. Dagli slogan “Morte a Ruohani” scanditi all’inizio la protesta si è poi passati nei giorni successivi a slogan quali “Morte alla Guida Suprema” perché nella protesta sono sfociate altre componenti prima nell’ombra. Se la protesta ha preso piede più nelle zone rurali è perché in queste aree la gente è più arrabbiata, più disposta a rischiare e soprattutto perché manca una classe politica degna.

Gli unici reali vettori di organizzazione sono i social e in particolare Telegram, che è molto popolare in Iran. Anche chi magari è semi-analfabeta è in grado di guardare video, ascoltare podcast e presentarsi agli appuntamenti per le manifestazioni grazie a questo strumento. Non dimentichiamo che in Iran ci sono 40 milioni di persone che usano lo smartphone. Questa è una delle ragioni che spiega la larga diffusione delle proteste anche nei più remoti villaggi, lontani dalla capitale».

Come giudica gli interventi di Donald Trump a sostegno della protesta?

«L’intervento di Trump è sicuramente controproducente. In tal modo il governo iraniano ha la possibilità di accusare gli oppositori di essere al soldo di potenze straniere. La stessa Guida suprema si è pronunciato sulla questione affermando che disordini e violenze sono responsabilità dei nemici dell’Iran. Storicamente abbiamo già vissuto una cosa simile. Anche per questa ragione gli attivisti dell’Onda verde nel 2009 non chiesero alcun tipo di sostegno per paura che potesse debilitare la causa ed avere l’effetto opposto.

Le affermazioni di Trump peraltro sono tutt’altro che spontanee e sincere. Non dimentichiamo che Trump è un presidente che si è scagliato più volte contro l’Iran, additando gli iraniani come nemici. Ma ciò che è peggio è il fatto che abbia fatto approvare fino ad oggi ben tre “travel ban” per limitare l’arrivo di cittadini di Paesi a maggioranza musulmana negli Usa. E il primo Paese nella lista è sempre stato l’Iran, che vanta la più grande comunità di cittadini negli Usa tra i Paesi a maggioranza  musulmana e con il più alto numero di visti secondo il dipartimento di Stato Usa. Le affermazioni dell'amministrazione statunitense sono dettate in parte dall’agenda politica interna dei repubblicani e in parte da ragioni di politica estera, ovvero per minare il ruolo egemonico dell’Iran nella regione».

@marco_cesario

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