L’Iran ha scelto la strada del diritto internazionale contro le sanzioni Usa. E la Corte dell’Aja ha chiesto a Pompeo di sospendere ogni azione che pregiudichi la sentenza di merito. La prima udienza sarà il 27 agosto. Ma qualsiasi sia l’epilogo, l’Iran ha già incassato una prima vittoria politica

Il presidente iraniano Hassan Rouhani. REUTERS/Denis Balibouse
Il presidente iraniano Hassan Rouhani. REUTERS/Denis Balibouse

Dopo la guerra di parole il balletto degli inviti: solo pochi giorni fa il presidente Usa Donald Trump minacciava l’Iran di sofferenze senza precedenti nella storia, ora si dice pronto a incontrare il suo omologo Hassan Rouhani “quanto loro vogliono” e “senza precondizioni”. Offerta avanzata a Washington in occasione della conferenza stampa con il premier italiano Giuseppe Conte e subito respinta dall’Iran, almeno sul piano ufficiale: degli Usa, si ribadisce, non ci si può fidare.


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Parole, appunto, contro la realtà dei fatti: il 6 agosto prossimo scatta la prima tranche di sanzioni statunitensi contro l’Iran, dopo l’uscita dell’amministrazione Usa dall’accordo sul nucleare del 2015, e il 4 novembre sarà la volta di quelle più temute, relative all’acquisto del greggio di Teheran e alle transazioni finanziare con la sua Banca Centrale.

Ma nel frattempo l’Iran non si è limitato agli annunci e alle minacce reciproche con Trump, né a sollecitare Bruxelles a compiere passi più decisi e concreti per mettere al riparo le imprese europee intenzionate ad avviare e continuare a fare affari e investimenti nel Paese. Teheran attende infatti che il 27 agosto dia il via a quattro giorni di udienze alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, dopo aver fatto ricorso a questo stesso organo giudiziario delle Nazioni Unite – il principale dell’Onu, nato nel 1946 per dirimere le controversie tra gli Stati – contro la re-imposizione delle sanzioni Usa che violerebbe un Trattato commerciale e di amicizia tra i due Paesi firmato nel 1955, all’epoca dello Scià .

Le udienze davanti all’Alta Corte prevedono due audizioni a testa per i rappresentati dell’Iran e degli Usa, e riguarderanno la richiesta di una sospensiva delle sanzioni, in attesa della sentenza nel merito del ricorso. Comunque vada e quali che siano gli esiti finali del procedimento, e la loro efficacia sul piano operativo nel caso il ricorso iraniano venga accolto, Teheran ha già incassato due risultati.

Il primo è quello di avere mostrato di voler percorrere proprio la strada del diritto internazionale contro il ritiro unilaterale degli Usa da un accordo frutto di anni di trattative e mediazioni con sei potenze internazionali e l’Europa, recepito in una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu e pienamente rispettato da Teheran come da ripetute certificazioni da parte di un altro organismo delle Nazioni Unite, l’Aiea. Il secondo, quello di avere trovato immediatamente ascolto presso la Corte di giustizia, significativamente domiciliata nel Palazzo della Pace dell’Aja.

Come evidenziato sul sito della Corte di giustizia, il ricorso dell’Iran è stato presentato il 16 luglio e reso pubblico dalla Corte il giorno successivo. Vi si chiede che questa dichiari che le sanzioni annunciate dagli Usa l’8 maggio violano il Trattato del 1955, e debbano essere immediatamente revocate; che Washington non compia alcuna azione che possa eludere la decisione finale dei giudici; che quel governo risarcisca l’Iran per i danni causati finora dalla sua violazione del trattato, in misura da definirsi successivamente.

L’Iran ha chiesto inoltre che la Corte, in attesa del giudizio finale, inviti gli Usa a sospendere l’esecuzione delle sanzioni, comprese quelle extraterritoriali che riguardano le banche e le imprese europee; di permettere la prosecuzione degli accordi internazionali già presi, in particolare quelli che riguardando l’acquisto di nuovi aerei passeggeri; che Washington non faccia niente di irreversibile ai danni dell’Iran prima della decisione di giudici nel merito del ricorso. Proprio a quest’ultima richiesta si riconduce la decisione del presidente della Corte, Abdulqawi Ahmed Yusuf, di indirizzare al segretario di Stato Mike Pompeo, già il 23 luglio, una “comunicazione urgente” che chiede al governo Usa di non fare nulla che possa pregiudicare ogni futura decisione sulla richiesta di misure provvisorie.

“L’Iran è vicino ad una grande vittoria legale contro gli Usa”, titolava poco dopo Iran Front Page, dando conto del parere dell’esperto iraniano Reza Nasri, raccolto dal sito Khabar Online. Se è vero che lettere simili a quella inviata a Pompeo non sono generalmente considerate vincolanti dagli Stati, osserva Nasri, il solo averla scritta da parte del presidente della Corte “indica che la posizione dell’Iran nella causa è forte abbastanza” per ipotizzare una vittoria. Quanto alla validità di un Trattato di amicizia tra Washington e Teheran che risale al 1955, dopo quarant’anni di tensioni e di assenza di relazioni diplomatiche tra i due Paesi, per il giurista, se anche gli Usa ne volessero uscire, sarebbero necessari un anno di preavviso e il rispetto di varie condizioni. E se la Corte desse infine ragione all’Iran ma gli Usa non si adeguassero? In quel caso, dice ancora Nasri, la questione potrebbe passare al Consiglio di sicurezza dell’Onu - anche se si tratterebbe di una mera ipotesi, visto che in quel Consiglio gli Usa hanno diritto di veto. Tuttavia, osserva, il valore di una sentenza della Corte dell’Aja non è meramente legale, ma offre una legittimazione morale e politica ai Paesi che ottengono ragione da quei giudici. E una inosservanza avrebbe un alto costo politico per l’amministrazione Trump, che “ancora una volta si mostrerebbe come un ‘fuorilegge’ nell’arena internazionale”.

L’Iran invece ha sempre mostrato finora di rispettare gli accordi presi con il nuclear deal, e le ragioni accampate per il ritiro Usa – dal programma missilistico di Teheran alle sue politiche nella regione mediorientale – nulla hanno a che fare con la lettera di quell’intesa. Se dunque è probabile che una sentenza a favore dell’Iran sia destinata a rimanere lettera morta, visto che la Corte non avrebbe strumenti per renderla esecutiva, resta il fatto che - osserva una fonte italiana esperta di diritto internazionale -, il ricorso di Teheran è nel segno del richiamo allo stesso diritto, e non alla violenza.

@lb7080

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