Così l'Europa continuerà a fare affari con l'Iran alla faccia di Trump

La Ue prepara un nuovo meccanismo finanziario per continuare a commerciare con l’Iran, aggirando le sanzioni. Bruxelles si muove in armonia con Mosca e Pechino e fa infuriare gli Usa. Ma gli analisti sono scettici. E a Teheran gli ultraconservatori mettono Rouhani alla corda

Il presidente iraniano Hassan Rouhani. REUTERS/Brendan Mcdermid
Il presidente iraniano Hassan Rouhani. REUTERS/Brendan Mcdermid

Ad essere isolato non è l’Iran, come vorrebbe Trump, ma lo stesso presidente Usa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il concetto tornava declinato in varie forme sui media iraniani il giorno dopo il confronto a New York tra Donald Trump e Hassan Rouhani nel massimo consesso Onu. “Totally Alone”, titolava il riformista Ebtekar mostrando di spalle la chioma bionda dell’inquilino della Casa Bianca, mentre Etemad sottolineava che il Consiglio di sicurezza era in “unanime disaccordo” con Trump sulla sua uscita dal Jcpoa, l’accordo multilaterale del 2015 sul programma nucleare iraniano. L’ultraconservatore Kayhan preferisce evidenziare come il valore del rial, la valuta locale, si è ridotto di sei volte rispetto a prima dell’accordo, ma altrove si è comunque allineato con il coro di quanti hanno lodato la capacità del presidente di difendere le ragioni dell’Iran con saggezza e moderazione.

Perché in effetti sì, nonostante sia trascorso un anno da quando nella stessa sede di New York il presidente Usa avesse bellicosamente annunciato la sua nuova strategia per l’Iran, il 25 settembre scorso Rouhani ha saputo parlare con la stessa pacatezza di allora. Anche se per dire che le “illegali sanzioni” reimposte dagli Usa costituiscono “una forma di terrorismo economico” e che la “guerra economica” innescata colpisce non solo il popolo iraniano “ma anche quello di altri Paesi”. Ma non è stata tanto l’ennesima guerra di parole tra l’Iran e il fronte dei suoi nemici a segnare questo secondo confronto fra i due presidenti all’Onu, quanto il passo avanti che l’Europa ha annunciato il giorno dopo, quando la sua Alta Rappresentante per la politica estera Federica Mogherini, seduta al fianco del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, ha detto che gli «Stati membri dell’Ue istituiranno un’entità legale (lo Special Purpose Vehicle o Spv) per facilitare transazioni finanziarie legittime con l’Iran».

Dopo le prime misure relative allo “statuto di blocco” ed alla Bei – misure che in realtà hanno già incontrato lo scetticismo degli operatori – è questo il nuovo meccanismo finanziario con cui l’Europa risponde alle ripetute sollecitazioni del governo iraniano affinché le sue dichiarazioni di sostegno al Jpcoa – come esempio di successo di diplomazia multilaterale nonché strumento prezioso per garantire la sicurezza nello stesso vecchio continente – siano seguite da fatti concreti. Questo strumento, ha proseguito Mogherini, «consentirà alle compagnie europee di continuare a commerciare con l’Iran in conformità con la legislazione dell’Ue» e il meccanismo potrà essere «aperto ad altri partner del mondo». I dettagli dello Special Purpose Vehicle – meccanismo che garantirà a chi vi aderisce anche la possibilità di continuare a comprare il petrolio da Teharan, aggirando le sanzioni statunitensi – verranno discussi a livello tecnico entro breve tempo, ha aggiunto. Lady Pesc ha poi annunciato di contare sull’operatività dello Spv già prima di quel 4 novembre quando scatteranno le sanzioni più pericolose per Teheran, quelle sulle sue esportazioni di petrolio e sui suoi istituti bancari.

Secondo indiscrezioni, lo strumento prevede un sofisticato sistema di permuta per evitare le sanzioni secondarie statunitensi, quelle minacciate contro società e Paesi che continuino a fare affari con Teheran. In pratica, l’Iran potrebbe esportare petrolio verso un Paese europeo, maturando così un credito che potrebbe essere trasferito verso un’impresa europea per la fornitura di altri beni a Teheran. In questo modo non sarebbero necessarie transazioni che coinvolgano soggetti o banche iraniani, e gli scambi monetari avverrebbero sotto la supervisione di un intermediario finanziario sostenuto dai governi europei, senza far uso del dollaro ma solo della sterlina e dell’euro. Una scelta forte, considerato che oggi oltre l’80% delle riserve valutarie mondiali sono in dollari, ma che si giustificherebbe con il fatto – come dichiarato dalla stessa Mogherini secondo la Reuters - che «nessun Paese sovrano o organizzazione può accettare che altri decidano con chi ti è permesso fare affari».

Concordi con la definizione di questo strumento gli altri partner del Jcpoa (Russia, Cina, Iran, Francia, Germania, e Regno Unito), che in una nota congiunta hanno affermato il proprio impegno per la piena attuazione dell’accordo, sottolineando che l’Iran ha “continuato ad attuare pienamente i suoi obblighi”, e che si sono detti “determinati a proteggere la libertà dei loro operatori economici di perseguire legami commerciali legittimi con l’Iran”.

Sebbene manchi ancora di dettagli sulla carta, l’Spv ha già fatto infuriare il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che si è detto “profondamente dispiaciuto” per il piano europeo, definendolo “uno delle più controproducenti misure” per la sicurezza regionale e globale. Mentre John Bolton, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, si è mostrato scettico sulla misura ribadendo che gli Usa «non intendono permettere che le nostre sanzioni siano evase dall’Europa né da nessun altro». Aggiungendo che non solo le banche ma anche la società belga Swift, cruciale per le transazioni bancarie internazionali e dalla quale l’Iran era già stata escluso nel 2012 per poi essere riammesso dopo l’accordo del 2015, “dovrebbe seguire l’esempio” dei gruppi e delle società che hanno già interrotto i propri affari con Teheran.

Nella sua forma ancora incompiuta, l’Spv ha già incontrato lo scetticismo di alcuni analisti e avviene in concomitanza con la decisione della Bpifrance, banca di Stato francese, di abbandonare il suo piano di creare un meccanismo di sostegno alle imprese d’oltralpe attive in Iran. “Non ce ne sono le condizioni”, hanno dichiarato i vertici dell’istituto, alla luce delle punitive misure Usa.

Non che Teheran non abbia i suoi compiti da svolgere per facilitare l’azione europea in sua tutela. Resta aperta infatti la partita dell’adesione dell’Iran alla Fatf (Financial Action Task Force), l’insieme di norme internazionali per affrontare il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Come riferisce da Teheran il Financial Times, il presidente Rouhani sta spingendo affinché si proceda con la riforma delle norme iraniane in materia, nel solco già confermato anche di recente dal parlamento. Ma in questo pare stia incontrando la resistenza degli ultraconservatori (radicati tra i Pasdaran, nella magistratura e una potente ala del clero, otre ad essere in contrasto con quel concetto di “economia di resistenza” (sostanzialmente, di riduzione della dipendenza dalle relazioni con l’estero dell’economia del Paese) sostenuto dalla guida suprema Ali Khamenei.

Insomma, come dimostra anche la sempre più drammatica corsa al ribasso del rial che risponde anche a dinamiche speculative interne, Rouhani sta continuando a combattere la sua ardua battaglia anche in casa contro i suoi oppositori interni.

@lb7080

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA