Teheran corre ai ripari per provare a fermare la svalutazione del rial. E teme l'impatto di nuove sanzioni Usa in caso di ripudio dell’Iran deal. Dietro la crisi della valuta, le distorsioni del sistema economico. Ma secondo i riformisti di Rouhani, anche lo zampino dei conservatori

Un cambiavalute mostra banconote iraniane e americane al Gran Bazar a Teheran. REUTERS/Raheb Homavandi
Un cambiavalute mostra banconote iraniane e americane al Gran Bazar a Teheran. REUTERS/Raheb Homavandi

Esattamente un anno fa un dollaro oscillava tra i 36mila e 40 mila rial, dodici mesi dopo sfonda quota 60 mila. E ancora, se un euro valeva circa 45 mila rial all’inizio dell’estate scorsa, due giorni fa nei sarrafi, i cambiavalute di Teheran, veniva scambiato quasi a 70 mila.
Così, alla fine, il governo iraniano ha deciso di correre ai ripari per cercare di fermare la svalutazione della moneta locale: è pronto a imporre un tasso di cambio unificato a 42 mila rial per un dollaro.


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L’annuncio è arrivato nella notte di lunedì, direttamente dal vicepresidente Eshaq Jahangiri, dopo un incontro straordinario del governo e della sua taskforce economica.

Questo interverrebbe sul de facto doppio tasso di cambio esistente, uno preferenziale fissato dalla banca centrale dell'Iran e un altro per il libero mercato. Da adesso in poi – ha specificato Jahangiri – al di fuori dei paletti del governo qualsiasi altro prezzo «sarà considerato illegale».

Mentre il rial perdeva oltre un terzo del suo valore rispetto al dollaro negli ultimi sei mesi e il governo provava a tenere la situazione sotto controllo stringendo sul commercio illegale e consentendo temporaneamente alle banche di aumentare i tassi sui depositi, Teheran ad oggi resta ancora con il fiato sospeso nel timore di nuove sanzioni economiche che potrebbero arrivare se gli Stati Uniti uscissero dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015.

Il presidente americano Donald Trump, infatti, entro metà maggio dovrà decidere se certificare o meno l’intesa davanti al Congresso. Un’ennesima mossa statunitense contro l’Iran potrebbe affossare ancora di più l’economia del Paese che, nonostante l’Iran deal, ha faticato a uscire dall’isolamento e a rientrare nelle reti internazionali.

In un discorso trasmesso dalla tv di Stato due giorni fa, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha lanciato un avvertimento oltreoceano: «Il nuovo presidente degli Stati Uniti – che ha grandi pretese, ma molti alti e bassi nelle parole e azioni – ha cercato per quindici mesi di rompere il Jcpoa (Joint Comprehensive  Plan  of  Action, l’accordo sul nucleare, ndr), ma la struttura del Jcpoa è così forte che non è stata scossa da questi terremoti».

Poi ha aggiunto che non sarà Teheran a fare un passo falso, ma le autorità iraniane reagiranno duramente in caso di un dietrofront di Washington: «L'Iran non violerà l'accordo nucleare, ma se gli Stati Uniti si ritirano dall'intesa, sicuramente se ne pentiranno. La nostra risposta sarà più forte di quello che loro immaginano».

Quello che Rouhani ripete da mesi è che l’Iran deal  «è un impegno preso dagli Stati Uniti, non un patto con i democratici americani». Durante una conferenza a febbraio aveva specificato anche che «l'intesa non sarà modificata assolutamente e che l'Iran lo rispetterà fino a quando saranno rispettati i suoi interessi». Perché – secondo il presidente iraniano – la chiave per la stabilizzazione dei rapporti è nelle mani degli Usa che «dovrebbero metter fine a minacce, pressioni e sanzioni per poter cambiare il futuro dei nostri rapporti».

La crisi del rial, prima di tutto, però, è interna. Sta esacerbando la lotta intestina tra i conservatori da un lato e i moderati-riformisti al governo dall’altro. Il quotidiano Kayhan, fortemente critico nei confronti di Rouhani e la sua gestione economica del Paese, il 9 aprile apriva con un titolo a tutta pagina: “Un dollaro per 58 mila rial: ecco cosa ha ottenuto il governo del Jpoa”.

E il vicepresidente Jahangiri, annunciando le nuove mosse del governo contro la svalutazione della moneta locale, ha lasciato intendere che all’origine di questa situazione ci siano fattori esterni ma anche interni, e soprattutto non di natura economica: «Sembra che cause non economiche e imprevedibili fattori abbiano contribuito a creare questo problema». Il riferimento sembra essere rivolto alle stesse fazioni accusate di aver fomentato le proteste che hanno coinvolto il Paese tra fine dicembre e inizio gennaio, spinte principalmente da istanze di natura economica.

Valiollah Seif, governatore della banca centrale dell'Iran, gli ha fatto eco: «Fattori non economici. . . hanno alimentato i problemi. I nostri nemici non sono certo pigri, contribuiscono a creare crisi internazionali per destabilizzare l'economia». L’economista Said Laylaz ha spiegato al Guardian: «Negli ultimi 20 anni abbiamo costantemente registrato forti surplus di eccedenze di valuta, persino sotto Mahmoud Ahmadinejad. Quindi, bisogna cercare ragioni politiche interne e internazionali per capire tutto ciò. Non stiamo affrontando una crisi valutaria, stiamo affrontando una crisi nell'accesso alle banconote e c'è una grande differenza».

In ogni caso, è una crisi che non nasce oggi e la svalutazione del rial ha tutta l’aria di essere una bolla rivelatrice di un sistema nel quale entrano in gioco anche speculazione, corruzione e un certo tipo di comportamenti da parte degli investitori, oltre che un problema di accesso al dollaro. E, come ha fatto notare lo studioso Esfandyar Batmanghelidj, non è affatto indicatore di un’economia povera. Il problema resta quello della distribuzione della ricchezza.

@transit_star

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