Il terrorismo colpisce in una regione segnata da forti tensioni etniche. Dietro i separatisti arabo-sunniti di Al-Ahvaziya, Teheran vede lo zampino di sauditi ed emiratini, decisi a trascinare gli Usa in un conflitto regionale. E l'Iran chiama in causa anche l’indifferenza dell’Europa

L'attentato ad Ahvaz. Tasnim News Agency/via REUTERS
L'attentato ad Ahvaz. Tasnim News Agency/via REUTERS

Seduta sulle enormi riserve di petrolio dell’aridissima regione del Khuzestan, Ahvaz viene regolarmente investita da tempeste di sabbia provocate dal drastico peggioramento delle condizioni ambientali dell’area. Nel 2015 è stata posta in cima alla classifica delle città più inquinate del mondo dall’Organizzazione mondiale della sanità. E dopo essere stata uno dei più sanguinosi teatri di guerra del lungo conflitto tra Iran e Iraq degli anni Ottanta, sabato 22 settembre è stata colpita da un micidiale attacco terroristico, durante le commemorazioni dell’inizio della cosiddetta “guerra imposta” all’Iran nel 1980.


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L’azione ha causato la morte di una trentina di persone, fra cui civili, bambini, militari  e il ferimento di altre decine. Si tratta del secondo attacco terroristico in territorio iraniano dopo il duplice attacco del giugno 2017 al parlamento di Teheran e al santuario dell’Imam Khomeini da parte dell’Isis, che all’epoca infranse il mito, coltivato dalle autorità, di un Paese impermeabile a questo flagello grazie all’efficacia dei suoi apparati di sicurezza.

Ad Ahvaz, capoluogo di una regione abitata da diversi gruppi etnici fra cui molto numeroso quello arabo, si incrociano dai tempi dello Scià tensioni separatiste e rivendicazioni di maggiore autonomia, sfociate anche in tempi recenti in ricorrenti proteste di piazza, arresti e condanne, con ripetute denunce di repressioni e violazioni dei diritti umani. È in questo contesto che ha agito il commando che ha sparato sulla folla radunata per commemorare l’anniversario dell’invasione di Saddam Hussein nel 1980, che cominciò proprio nelle vicine Abadan e Khorramshahr e in otto lunghi anni causò la morte di centinaia di migliaia di persone, soprattutto militari impegnati in estenuanti battaglie di trincea.

Quattro gli attentatori, fra cui almeno uno con la divisa dei Pasdaran, che sarebbero poi stati neutralizzati dalla risposta dei militari nella piazza e che farebbero capo al gruppo separatista arabo sunnita Al-Ahvaziyah. Il ministro dell’Intelligence due giorni dopo ha annunciato i primi arresti di presunti aderenti all’organizzazione.

Di questo episodio i media iraniani hanno diffuso in particolare alcune immagini di soldati (dell’esercito e dei Pasdaran) impegnati a mettere in salvo donne e bambini, mentre resta iconica la foto di una fotogiornalista in chador che continua a scattare nonostante sia distesa a terra, insieme ad un’altra ragazza, per sfuggire agli spari.

Pochi i dubbi da parte iraniana sulla provenienza degli attentatori: in base alle indagini, ha detto due giorni dopo la Guida suprema Ali Khamenei, «l’attacco terroristico di Ahvaz è stato compiuto dalle stesse persone che, quando finiscono intrappolate in Siria o Iraq, vengono salvate dagli Usa. Sono finanziate dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Noi senza alcun dubbio puniremo quanti hanno orchestrato l’attacco».

Parole che suggellano il rincorrersi di dichiarazioni ufficiali cominciate il giorno stesso dell’attentato, dal ministro degli Esteri Javad Zarif ai vertici dei Guardiani della rivoluzione cui appartenevano molte vittime dell’attentato, fino naturalmente al presidente Hassan Rouhani, ora a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Gli attentatori, ha detto Rouhani prima della partenza, seguono le orme dei predecessori che sostennero Saddam Hussein durante la guerra, e che sono state finanziate “da uno dei Paesi nel sud del Golfo Persico”.

Sulla stessa linea l’analista irano-americano Trita Parsi, che ha scritto su Middle East Eye che l’attentato terroristico di Ahvaz potrebbe trascinare gli Usa in una guerra regionale evocata sempre più esplicitamente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Circa un anno fa, ricorda Parsi, il principe saudita Mohammad Bin Salman dichiarò che avrebbe portato il conflitto con la potenza regionale sciita “all’interno dell’Iran”, senza attendere che Teheran gli portasse la battaglia in casa. Subito dopo l’attacco, sottolinea, un consigliere del governo emiratino ha annunciato via Twitter che attacchi di questo tipo sono destinati ad “aumentare nella prossima fase”. Parsi non esclude anche un ruolo più attivo degli stessi ‘falchi’ della Casa Bianca nelle dinamiche che hanno condotto all’attentato di Ahvaz.

L’attentato non solo riconduce al consueto teatro geopolitico che vede come primi attori gli Usa ed i suoi alleati nella regione, ma spinge l’Iran a chiamare in causa anche l’Europa sul piano diplomatico, e ad evidenziare con insistenza il doppio standard adottato dai media poco attenti all’attacco di Ahvaz o poco propensi ad usare l’aggettivo terroristico nel definirlo.

L’offensiva diplomatica di Teheran riguarda in particolare la Gran Bretagna, la Danimarca e i Paesi Bassi. La prima perché Londra è la sede di una tv in lingua persiana, Iran International, accusata di aver intervistato dopo l’attentato il portavoce del gruppo che lo avrebbe commesso, “promuovendo” così “la violenza e il terrorismo”. Le autorità danesi e olandesi invece sono nel mirino perché ospitano sul loro territorio esponenti della stessa organizzazione – tanto da spingere il portavoce del ministero degli Esteri danese a prometterne l’estradizione in caso vi siano prove di collegamenti.

Non è accettabile, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, che «terroristi non siano ritenuti tali in Europa solo perché lì non hanno compiuto attacchi». La questione è ben più che nominale, e non solo perché terrorismo è parola che si presta agli usi politici più diversi e mutevoli nel tempo. È di solo pochi giorni fa infatti la pubblicazione del rapporto annuale degli Usa sul terrorismo globale, rapporto in cui l’Iran viene ancora una volta accusato di esserne il maggiore sponsor, nonostante la sua attiva partecipazione alla sconfitta dell’Isis in Siria e in Iraq. Accusa che l’Iran ha respinto al mittente, con lo stesso Qassemi a dichiarare che governi come quello statunitense continuano a sostenere «gruppi estremisti e terroristi come mezzi per raggiungere i loro obiettivi, mentre pretendono di combattere il terrorismo».

E stavolta i media iraniani sono stati particolarmente attenti anche nel segnalare i governi che, facendo le condoglianze all’Iran per i fatti di Ahvaz, hanno esplicitato la parola terrorismo. Il principale imputato sono naturalmente gli Usa, che – secondo lo stesso Washington Post – ha offerto, tramite due portavoce dell’amministrazione Usa, tardivi e “smorzati” commenti all’attentato, preferendo esprimere solidarietà e simpatia al popolo iraniano contro la piaga del “terrorismo islamico”, senza condannare l’accaduto e invitando piuttosto Teheran a vigilare sulla sicurezza dei suoi cittadini.

@lb7080 

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