Reduci dalle vittorie contro Isis, alcune milizie si presenteranno unite alle elezioni di maggio. Sono legate a Teheran e si ispirano a Hezbollah. La loro coalizione Fatah, guidata dal politico più popolare del Paese, può essere l’ago della bilancia nella formazione del governo

Un soldato in uniforme delle forze di mobilitazione popolare sciita (PMF)  in Iraq. REUTERS / Thaier Al-Sudani
Un soldato in uniforme delle forze di mobilitazione popolare sciita (PMF) in Iraq. REUTERS / Thaier Al-Sudani

Nel magmatico panorama politico in Iraq, è la variabile che promette di modellare i nuovi rapporti di forza. Alle elezioni parlamentari del prossimo 12 maggio correrà sotto il nome di al-Fatah. E lo farà - essendo saltato l'accordo con il premier uscente Haydar al-Abadi - libera in partenza da ogni vincolo che non sia quello, inscindibile, con l'Iran.


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La coalizione di milizie sciite formatasi in vista del voto di primavera include attualmente otto delle circa quaranta sigle che, sotto il variegato ombrello delle Popular Mobilization Units (Pmu), si sono rivelate decisive nella guerra allo Stato Islamico. E il peso che può avere sulla competizione elettorale è tutto nello sforzo con cui Abadi ha cercato di portarla dalla sua parte: un ticket annunciato il 14 gennaio e subito sfaldatosi per «questioni tecniche», come dichiarato il 26 gennaio dal leader di Fatah, Hadi al-Amiri.

Il premier ha un trascorso travagliato con le Pmu, forze paramilitari a maggioranza sciita accreditate di 140 mila combattenti e controllate de facto più da Teheran che da Baghdad. Prima ha cercato di arginarle, firmando nel 2016 una legge che impedisce ai loro membri di fare politica; poi, quando esponenti di spicco delle milizie hanno iniziato ad aggirare il divieto lasciando gli incarichi in divisa per confluire in Fatah, ha teso loro la mano. Un asse forzato, ma che avrebbe avuto l'effetto di sottrarre la coalizione di Amiri all'alleato naturale Nuri al-Maliki, ex premier in cerca di rielezione e più gradito a Teheran di quanto non lo sia l'attuale, troppo propenso alla mediazione con gli Stati Uniti.

Con gli accordi rimandati all'indomani del voto, quel che è certo è che Fatah avrà il potere di influenzare la formazione del nuovo governo. Due delle sigle che compongono la coalizione sono già rappresentate in parlamento: l'Organizzazione Badr, che è guidata da Amiri e nel perimetro delle Pmu è tra i gruppi più influenti, ha ventidue seggi sui trecentoventotto complessivi, e la formazione armata Asa'ib Ahl al-Haq, che ne ha uno. Tuttavia, questi numeri sono destinati a crescere, sull'onda di una guerra allo Stato Islamico in cui le Popular Mobilization Units – insieme con i peshmerga curdi - hanno sopperito alla debolezza dell'esercito regolare iracheno, facendo il pieno di consensi tra la popolazione.

Stando a una ricerca condotta ad aprile del 2017 dall'istituto statunitense Greenberg Quinlan Rosner Research, Amiri è il leader politico che vanta il tasso di gradimento più elevato nel Paese (66%), con un margine significativo su Abadi (52%). E le milizie godono di ampia approvazione in tutte le regioni, escluse quelle a maggioranza curda: da Baghdad (90%) fino alle aree a Ovest, dove nel giro di sedici mesi il dato è passato dal 38 al 60%. E se è vero che sotto l'ombrello delle Pmu rientrano anche gruppi sciiti non allineati all'Iran, oltre a minoranze sunnite, cristiane e yazide, una simile tendenza non può che essere vista con favore a Teheran.

Lo zoccolo duro delle milizie è legato a doppio filo alla Repubblica Islamica, che secondo un report dell'intelligence irachena le ha finanziate finora con una quota variabile tra i 100 mila e i 500 mila dollari al mese. Amiri è un fedelissimo del potente generale iraniano Qasem Soleimani, comandante delle Brigate al-Quds. E la sua Organizzazione Badr, al pari di altre sigle in coalizione come Asa'ib Ahl al-Haq e Sayyid al Shuhada, segue dichiaratamente la dottrina teocratica khomeinista velayat-e faqih - perno istituzionale e spirituale dell'Iran - e ne supporta l'estensione all'Iraq.

La stessa dottrina, che nella sua versione più totalizzante sancisce il primato del potere religioso su quello politico, è uno dei pilastri del pensiero di Hezbollah. L'organizzazione politico-militare libanese prima ha contribuito all'addestramento delle Pmu, con il dispiegamento in Iraq di circa duecento specialisti, quindi è divenuta un modello a cui tendere per le milizie di Fatah. Queste ultime hanno nella loro frammentazione un handicap rilevante, se paragonate a Hezbollah, ma - come fu per l'organizzazione libanese a inizio anni '90 - sono guidate dall'Iran nell'insidiosa transizione da forza paramilitare a forza anche politica. A seguirne il percorso di avvicinamento alle elezioni è il generale Soleimani. Questi - ritenuto l'architetto dell'ascesa di Hezbollah, nonché amico di vecchia data del suo leader Hassan Nasrallah - il 13 gennaio ha partecipato a un vertice tra Abadi e Amiri e quattro giorni dopo era di nuovo a Baghdad nel tentativo di ricucire lo strappo.

Per l'Iran è fondamentale lasciare l'impronta su un voto che è innanzitutto lo specchio delle divisioni nel mondo sciita, e che vede il chierico nazionalista Muqtada al-Sadr agire da quarto incomodo tra Abadi, Amiri e Maliki. Il nuovo governo avrà il compito di ricostruire l'identità irachena post-Stato Islamico. E, nei piani di Teheran, le milizie filo-iraniane avranno più di una semplice voce in capitolo.

@sergiocolombo_

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