Il premier al-Abadi esce sconfitto dal voto. Vince a sorpresa la coalizione populista ispirata dal chierico sciita Muqtada al-Sadr, già acerrimo nemico degli occupanti Usa. Oggi promette di liberare l’Iraq dalle ingerenze straniere, Iran incluso. Ma il post voto è una partita aperta

I sostenitori della lista Sairoon festeggiano la vittoria espondendo bandiere irachene e ritratti del leader Muqtada al-Sadr. Baghdad, 15 maggio 2018. REUTERS/Thaier al-Sudani
I sostenitori della lista Sairoon festeggiano la vittoria espondendo bandiere irachene e ritratti del leader Muqtada al-Sadr. Baghdad, 15 maggio 2018. REUTERS/Thaier al-Sudani

Fosse una pièce teatrale, l’esito delle prime elezioni parlamentari irachene del dopo Isis sarebbe un colpo di scena. Al termine dello spoglio della maggior parte delle province del Paese, vince a sorpresa la formazione al-Sairoon, i “Marciatori”,ispirata dal populista e chierico sciita Muqtada al-Sadr, un tempo acerrimo nemico degli Stati Uniti. Un successo che attende la conferma ufficiale, anche se diversi gruppi politici chiedono l’annullamento denunciando brogli. Segue la coalizione Fatah, “Conquista”, di Hadi al-Amiri, legato alla brigata sciita Badr e molto vicino a Teheran. Delude invece il primo ministro uscente Haider al-Abadi, l’uomo scelto da Washington per arginare l’influenza iraniana in Iraq, consolidata durante l’offensiva contro l’Isis.


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Abadi è alla guida del Nars, “Vittoria”, nome quanto mai beffardo per una formazione che alla vigilia era data per favorita. La sua terza posizione equivale a una sconfitta e origina dall’incapacità di sfruttare a dovere le sue “vittorie”, quella sul Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, e l’aver riportato la città petrolifera di Kirkuk nell’orbita di Baghdad, dopo anni di controllo curdo. Ed è proprio a Kirkuk che l’Unione Patriotica del Kurdistan (Puk) ottiene il 50% dei voti, a dimostrazione di come l’attenzione curda sulla città contesa non si sia affatto esaurita.

Lo spoglio dice chiaramente che gli iracheni ne hanno abbastanza. Dopo tre lustri di guerra, con due milioni di sfollati sparsi nelle tendopoli di un Paese diviso dallo scontro settario, e con diverse città liberate ancora in macerie, le priorità sono il rilancio dell’economia, l’occupazione, la sicurezza e ovviamente ricostruire. Nessuno sembra in grado di dare garanzie in tal senso, quindi anziché “eleggere il cambiamento scegliendo tra i soliti nomi” c’è sempre il voto di protesta: i “Marciatori” di Sadr. L’alternativa è astenersi. Non è un caso se solo il 44,5% dei 22 milioni di aventi diritto si è recato alle urne, registrando la peggior affluenza dall’epoca della deposizione di Saddam Hussain.

Gli elettori sembrano aver capito che i problemi del Paese dipendano dal prolungarsi delle ingerenze straniere. L’Iraq deve prendere la propria strada e scrollarsi di dosso l’influenza di Stati Uniti e Iran, cresciuta a partire dal 2003, anno dell’invasione anglo-americana. Non è un caso se la maggioranza dei voti, anche della capitale, è andata ai sadristi, alleati del Partito comunista iracheno (Pci). La scelta degli elettori si legge nei trascorsi di Sadr, la guida politica del Sairoon che da tempo ha preso le distanze da Teheran, reinventandosi come leader populista opposto agli Stati Uniti.

Grazie all’alleanza con il Pci e al supporto di un nucleo di seguaci determinati, i marciatori di Sadr hanno basato la propaganda elettorale sulla lotta alla corruzione – secondo Al Jazeera costata 320 miliardi di dollari dal 2003 a oggi – sugli investimenti in infrastrutture e servizi ai cittadini, e sull’opposizione alle ingerenze straniere. I consensi ottenuti dal Sairoon non derivano solo dalle promesse elettorali, ma riflettono la capacità del leader di esporsi in prima persona e di coinvolgere nelle sue campagne di protesta centinaia di migliaia di persone, di ogni fede o etnia, arrivando talvolta ad azioni eclatanti, come l’occupazione del Parlamento in una marcia contro la corruzione.

Fu sempre Sadr che nel 2004 si mise alla guida dell’esercito del Mahdi, le milizie sciite ostili all’occupazione americana in Iraq, sfuggendo per due volte alla cattura a Najaf. In seguito è stato anche accusato di coinvolgimento in uccisioni e violenze settarie avvenute tra il 2006 e il 2007, ai danni di musulmani sunniti. Costretto all’esilio volontario in Iran fino al 2011, al suo rientro ha assunto un ruolo centrale nella rielezione del Primo Ministro Nouri al-Maliki (anche lui ridimensionato dall’esito del voto). C’è poi la sua storia famigliare: sia il padre Mohammed al-Sadr, sia due suoi fratelli sono stati assassinati nel 1999 per ordine di Saddam Hussein, addossandogli l’immagine di persona disposta al sacrificio, in un Paese zeppo di famiglie che ancora piangono i propri mariti. Così la vittoria del Sairoon ha acceso i suoi sostenitori: diverse ore prima della fine dello spoglio, quando trapelavano i primi risultati, gruppi di Marciatori si sono riversati nelle strade di Baghdad.

Muqtada al-Sadr non concorre però per la carica di Primo Ministro, ma il suo successo potrebbe portare a una coalizione di governo guidata da una figura contraria agli Stati Uniti e opposta al dilagare dell’influenza iraniana in Iraq.Il quesito ora è quando si concluderà la roulette delle alleanze? Viste le esperienze elettorali del post Saddam, la formazione del nuovo governo preannuncia un processo complicato, soprattutto per attribuire gli incarichi chiave. Si parla di settimane se non mesi, ma la Commissione elettorale garantisce non più di 90 giorni. 

Il sospetto di brogli e la richiesta di annullare le elezioni potrebbero complicare ulteriormente le cose. Annullamento richiesto poche ore dopo la chiusura delle urne dal vicepresidente iracheno Iyad Allawi, della Alleanza Wataniya, “Coalizione Nazionale”, che ha accusato la Commissione Elettorale di non aver garantito l’accesso alle urne a tutti gli aventi diritto. Alla protesta di Wataniya si è aggiunta quella di altre formazioni che denunciano la vulnerabilità del nuovo sistema elettronico impiegato per le operazioni di voto, arrivando a formalizzare un’istanza presso il tribunale competente.

Di certo, sulla definizione delle coalizioni vorranno incidere anche Stati Uniti e Iran, soprattutto in un momento storico segnato dall’inasprimento delle relazioni tra Washinton e Teheran seguito al dietrofront di Trump dall'accordo sul nucleare. Il confronto tra Iran e Stati Uniti condizionerà anche le scelte che il premier uscente Abadi potrebbe essere costretto a prendere durante la definizione delle alleanze. Abadi finora ha dimostrato di saper dialogare in modo costruttivo con Teheran, seppur preservando relazioni con Washington. Allo stesso modo ha cercato di evitare l’inasprirsi della guerra di prossimità tra il blocco sunnita delle monarchie del Golfo, guidate dall’Arabia Saudita, e le componenti sciite sostenute dall’Iran. Se questa trasversalità gli è valsa il supporto di Washington, adesso potrebbe subire maggiori pressioni per ridurre l’influenza iraniana in Iraq, partendo però da un risultato elettorale tutt’altro che ottimale, che rischia di precludere la sua rielezione.

La formazione di Abadi infatti, rientra nel molteplice orizzonte politico sciita, i cui partiti nel 2005 erano compattati sotto l’ombrello dell’Alleanza irachena unita. Oggi invece, sono frammentati in cinque diverse coalizioni slegate e in competizione. È qui che secondo la Costituzione verrà scelto il prossimo primo ministro iracheno, da cui dipenderà l’unità del Paese, mentre il Presidente sarà curdo e un rappresentate sunnita alla presidenza del Parlamento.

Nel mezzo, tra Sadr e Abadi c’è Hadi al-Amiri, figura molto vicina a Teheran. Amiri proviene dal Supremo consiglio islamico iracheno (Isci), ed è stato alla guida della potente brigata Badr. Ora è il leader di Fatah, formazione che assorbe parte dell’Isci e gruppi provenienti dal Hashd al-Shaabi, le Forze di mobilitazione popolare sciite. Il legame di Fatah con Teheran va cercato nei sette anni di esilio trascorsi da Amiri in Iran durante la dittatura di Saddam, sufficienti ad avvicinarlo agli ayatollah e in particolare al generale Qassem Suleimani, guida delle forze al-Quds dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione. Essendo l’uomo di Teheran in Iraq, è prevedibile che Amiri userà il suo risultato elettorale per sostenere gli interessi iraniani, anche nell’ottica di un inasprimento del confronto con gli Stati Uniti, cercando quindi di ostacolare Abadi.

Un ruolo chiave nel dopo elezioni potrebbe spettare ai partiti sunniti, destinati a fungere da ago della bilancia nella definizione delle coalizioni. L’atavica opposizione alle componenti politiche sciite filo-iraniane, sembra avvicinare le formazioni sunnite verso Sadr e il Pci. Il suo approccio populista e l’allontanamento da posizioni settarie a favore di un maggiore pluralismo, ha trovato consensi anche tra gli elettori sunniti, che rappresentano il 20% della popolazione. Alla vigilia del voto, molti di loro si erano espressi a favore della via moderata di Abadi, ma potrebbero aver invece optato per i Marciatori, scelta rafforzata dall’assenza di leader sunniti credibili, divisi tra loro e incapaci di costituire una lista unica, come fatto per le precedenti elezioni.

Non resta che vedere quali coalizioni usciranno da questa intricata situazione politica, e soprattutto se sarà possibile arrivare alla definizione di un governo e alla nomina del premier in tempi brevi. Qualunque formazione emerga, dopo tre lustri di guerra le priorità degli iracheni sono state ribadite dal voto: superare le violenze settarie e ricostruire il Paese attraverso l’economia, magari mettendo Iran e Stati Uniti alla porta.

@EmaConfortin

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