Iraq: i populisti e l'assalto del Parlamento di Bagdad

Sembrava un’invasione di campo a fine stagione, ma si trattava del Parlamento di Bagdad, non di uno stadio, e i sostenitori del chierico sciita Moqtada al Sadr non volevano magliette di calciatori bensì l’impegno dei deputati iracheni a sbloccare la paralisi delle istituzioni. È grande la frustrazione popolare in riva al Tigri, l’economia soffre il crollo del prezzo del petrolio, mancano spesso i servizi di base, a partire da quelli sanitari, mentre sunniti, sciiti e curdi continuano ad avere agende politiche differenti, e una parte del Paese è ancora in mano allo Stato Islamico.

Followers of Iraq's Shi'ite cleric Moqtada al-Sadr are seen in the parliament building as they storm Baghdad's Green Zone after lawmakers failed to convene for a vote on overhauling the government, in Iraq April 30, 2016. REUTERS/Ahmed Saad
Followers of Iraq's Shi'ite cleric Moqtada al-Sadr are seen in the parliament building as they storm Baghdad's Green Zone after lawmakers failed to convene for a vote on overhauling the government, in Iraq April 30, 2016. REUTERS/Ahmed Saad

Maria Fantappie, senior analyst sull’Iraq per conto del think tank International Crisis Group, legge la protesta di sabato scorso, quando i sadristi hanno violato la Green Zone – l’area superprotetta di Bagdad dove hanno sede le istituzioni irachene e le rappresentanze diplomatiche straniere – come l’espressione di un forte risentimento proveniente dal basso, strumentalizzato da un partito politico: “Ci sono vari segmenti della società, soprattutto tra i giovani, che hanno accumulato un grande malcontento nei confronti della leadership sciita del Paese. Non è la prima volta che si assiste ad una mobilitazione popolare, in passato ha assunto varie forme e si è espressa anche attraverso la formazione di milizie. La protesta, quindi, è genuina, ma Moqtada al Sadr intende utilizzare la sua popolarità e la frustrazione della società per l’interesse politico del suo movimento, al-Ahrar. Moqtada vuole estendere il proprio potere a scapito delle altre fazioni sciite”.
Il chierico è una delle figure più controverse della politica irachena. Viene da una famiglia tradizionalmente impegnata in politica e con la sua milizia, l’esercito del Mahdi, era stato uno dei leader della rivolta contro gli Stati Uniti, dopo l’invasione del 2003. Poi, però, è passato ad una fase di collaborazione, ha creato un movimento politico – al-Ahrar, appunto - e adesso formalmente sostiene il governo di Haider al Abadi (che a sua volta è appoggiato dagli americani). Tuttavia, la figura di Moqtada resta di difficile lettura e di scarso affidamento, più incline alla protesta che alla proposta. “Al Sadr”, sostiene Fantappie, “non ha un programma dettagliato di riforme, ha fatto appello a concetti generici, sventolando slogan di sicura presa popolare, come la lotta alla corruzione, che peraltro combaciano bene con la natura del movimento, il quale si concepisce come una rottura contro l’establishment. Moqtada vuole strumentalizzare la protesta, le sue domande sono irrealizzabili. Oltretutto, ha scatenato il caos senza trovare una reale soluzione politica e poi se ne è andato a Qom, il centro principale del clero sciita iraniano”.
Proprio il rapporto tra al Sadr e l’Iran è una delle chiavi di lettura degli avvenimenti delle ultime settimane. Alcuni sostenitori del chierico, durante l’invasione del Parlamento, gridavano slogan contro Teheran, grande burattinaio della politica irachena. “Quella tra Moqtada e l’Iran è una relazione di odio/amore”, spiega Maria. “Lui è sì un leader sciita, che si è appoggiato sulle risorse iraniane, ma è un nazionalista iracheno. Al-Ahrar è diverso, ad esempio, dai badristi, che rappresentano in sostanza una branca irachena delle guardie rivoluzionarie iraniane. Insomma, il suo nazionalismo lo porta ad essere genuinamente distante da Teheran, ma nei limiti imposti dall’Iran stesso, che consente a Moqtada di agire fino a quando non supera certi solchi. In quel caso, lo richiama all’ordine”. Fantappie quindi non crede che al Sadr possa diventare il nuovo kingmaker della politica irachena: “Nessuno dei partiti sciiti può diventare più forte dell’altro, l’Iran non lo permetterebbe. Moqtada è popolare, ma ci sono le milizie vicine all’ex premier al Maliki, finanziate direttamente da Teheran, c’è Abadi, che è sostenuto dagli americani. In Iraq c’è un sistema di checks and balances, con una serie di quote, tra le varie forze politiche, e tra sunniti, sciiti e curdi. Una struttura costruita su pressione delle potenze esterne, che è impossibile far cadere”.
La questione è che questo sistema non funziona e spesso conduce alla paralisi. I sadristi hanno spinto Abadi ad abbandonare la struttura delle quote, passando a un governo tecnico, ma il tentativo è riuscito solo in parte: “Non era un vero e proprio esecutivo tecnico”, dice Maria. “Sono stati cambiati 5 ministri, e poi altri due del partito sciita Dawa - quello di al Abadi ed al Maliki - con altri due esponenti, meno radicali e più filo-occidentali. Ovviamente i partiti, compresi quelli curdi e sunniti, sostengono il sistema delle quote. E poi le strutture interne dei ministeri sono in mano alle forze politiche, quindi anche la nomina di un presunto tecnico non cambierebbe la sostanza delle cose. Il problema è che la situazione potrebbe non reggere, il sistema non può essere superato ma allo stesso tempo non è in grado di amministrare la crisi. Bisognerebbe che americani e iraniani si rendessero conto della necessità di procedere a lievi modifiche in grado di erodere il potere di certe fazioni, come quella di al Maliki, più restie al cambiamento, e allo stesso tempo di accontentare le masse”.
Recentemente è tornata ad affacciarsi l’idea di una partizione dell’Iraq, tra sunniti, sciiti e curdi, o quantomeno l’ipotesi di una confederazione. Fantappie non la ritiene una soluzione possibile: “Non ci si può aspettare una riforma strutturale del sistema politico-istituzionale iracheno, ma una modifica degli equilibri interni, gestita da Stati Uniti ed Iran. Bisogna allargare il canale di comunicazione tra i due Paesi, che già esiste, in Siria, in Iraq, nella lotta all’Isis, ed è più ampio rispetto ad un anno fa. Al compromesso si arriverà molto progressivamente, ma è l’unica vera alternativa al rischio di un’implosione”.

@vannuccidavide

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