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Iraq: intervista all'ambasciatore Barzani

Saywan Sabir Mustafa Barzani è, dal 2010, l’ambasciatore iracheno in Italia. Lo incontriamo a Roma nell’ambito del Festival della Diplomazia, per parlare del suo Paese, proprio all'indomani delle dichiarazioni forti di Tony Blair riguardo la Guerra in Iraq.

L’ex Primo Ministro britannico ha infatti recentemente chiesto scusa per aver dato credito ad informazioni poi rivelatesi false, che vedevano Saddam Hussein in possesso di armi chimiche. Parole alle quali l’ambasciatore Barzani risponde scagionando l’ex premier e l’allora presidente George W. Bush. “Da anni ripeto – dichiara il diplomatico – che non importa che non siano state trovate armi chimiche già assemblate, poiché c’erano invece le miscele pronte per creare questo genere di armi, gli scienziati e la volontà per poterle utilizzare. Senza dimenticare che il dittatore aveva già usato armi chimiche contro il suo stesso popolo, attaccando 40 regioni e città del paese.” Per questo Barzani si augura che la storia renda un giorno merito a Bush e Blair che hanno liberato il mondo da un dittatore, aperto gli occhi e illuminato le menti degli iracheni.

La nostra conversazione si allarga poi a tutto il panorama mediorientale e i rapporti con un Occidente legato a filo doppio a questa regione, ma che ancora si percepisce lontano.

La conversazione parte dal ruolo della diplomazia oggi. “La diplomazia, in tutto il mondo, deve saper evitare i conflitti e creare invece maggiori opportunità, migliorando i rapporti fra i differenti Paesi. E questo naturalmente vale anche in Medio Oriente” afferma Barzani, che subito precisa: “quando però una guerra è già in atto, la diplomazia non può molto, a parte aiutare a trovare una soluzione pacifica”. A questo riguardo l’ambasciatore non è convinto che si stia facendo abbastanza, anzi. Secondo il diplomatico, infatti, ci vorrebbe più impegno, soprattutto da parte degli occidentali e del mondo libero, per evitare che l’instabilità della regione si allarghi sempre più, fino a contagiare l’Europa.

“Le guerre non sono mai la soluzione”, spiega Barzani che ricorda come queste non facciano che distruggere vite umane e azzerare le economie di paesi interi, generando così milioni di profughi. In questo scenario, la notizia della firma del dossier nucleare iraniano è qualcosa di importante, che riporta nella comunità internazionale un attore indispensabile per raggiungere nuovi accordi. “Bisognerebbe che due schieramenti, composti da Iran, quel che resta della Siria, Russia da una parte e Turchia, Egitto, Arabia Saudita, USA ed Europa dall’altra, lavorassero prima al loro interno e poi assieme per trovare soluzioni alle crisi in Iraq, Siria e Yemen”.

Non dimentica la questione israelo-palestinese Saywan Sabir Mustafa Barzani, che sottolinea l’importanza di riuscire a far convivere i due stati che, a dispetto delle loro piccole dimensioni, hanno un enorme peso e significato per le religioni monoteiste e i paesi limitrofi.

Cosa sfugge, dunque, a noi occidentali – alla stampa come ai politici – della realtà al di là del Mediterraneo? Perché ci è così difficile comprendere quel che accade, andando al di là di semplici stereotipi che dipingono guerre di religione e scontri di civiltà? “Non so se sia dovuto a ignoranza o sia la coda di crociate combattute secoli fa – risponde l’ambasciatore-, ma il mondo è cambiato e una contrapposizione fra cristiani e musulmani è falsa.”

Barzani guarda alla storia delle due sponde del Mediterraneo e ricorda come gli ebrei, per secoli, fossero protetti nei paesi musulmani, mentre in Europa cattolici e protestanti si uccidevano a vicenda. “A Barzan, nella mia città d’origine, sinagoga, moschea e chiesa si trovano nella stessa strada e distano poche centinaia di metri fra loro, qualcosa che in Occidente è inimmaginabile”, racconta.

“Da 8000 anni, in Mesopotamia condividiamo a volte la stessa casa con chi parla un’altra lingua o ha altre tradizioni, mentre in Europa vi è divisione; si è riconosciuti solo se si è della stessa fede o addirittura della stessa chiesa”. Nonostante la radice ideologica e religiosa sia la stessa, e risieda al di là del Mediterraneo, lo sviluppo culturale è certamente stato diverso.

La soluzione? La verità. “Se vogliamo la pace nel mondo dobbiamo dire quel che accade davvero sul campo”, afferma senza mezzi termini l’ambasciatore.

Il problema vero sono le dittature e le connivenze dei paesi occidentali che si giocano miliardi con le loro multinazionali all’estero. “Il peggior regime al mondo, che magari non condivide nemmeno uno dei valori occidentali – spiega –, può essere protetto e descritto dalla stampa come paese stabile, se vi sono degli interessi importanti”.

Il discorso economico si rivela così prevalente nelle dinamiche internazionali e, di conseguenza, mediorientali. La riprova, che la stabilità non ha nulla a che fare con questioni religiose o ideologiche, la si ha guardando al rapporto fra Iran e Azerbaijan, due paesi sciiti che non hanno rapporti fra loro. “Teheran sostiene addirittura l’Armenia cattolica contro Baku a causa di interessi internazionali”, argomenta Barzani, che aggiunge: “C’è da aspettare che arrivino multinazionali del petrolio anche in Iraq affinché sopraggiunga la stabilità, eppure senza l’oro nero siamo stati in pace per 13 secoli… senza calcolare le Crociate!”

E il suo rapporto con l’Italia? Giunto alla fine del suo mandato qual è il bilancio? “In questi 5 anni il rapporto culturale ed economico si è rafforzato molto, fino a far diventare l’Italia il primo partner commerciale dell’Iraq”, risponde l’ambasciatore che non esclude si possa raddoppiare, se non triplicare, il volume di affari fra i due paesi.

“Avete un’esposizione perfetta geograficamente e una grande storia alle spalle – conclude Barzani – ma oggi mancano una stampa e un’educazione che spieghino come stanno davvero le cose, che si ricordino della grande storia millenaria da cui proviene la vostra nazione e grazie a questa guardino alle storie millenarie degli altri paesi”.

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