L'artista iracheno Matti al-Kanun torna a casa dopo la disfatta dell'Isis. Decide di riparare le sue tele squarciate dai jihadisti «per dimostrare che si può resistere». E ricucire i rapporti tra le diverse comunità del Paese, in un Iraq che teme nuove ondate di violenza

Riparare le opere senza occultare gli sfregi per preservare la memoria di quanto è accaduto. Foto Emanuele Confortin
Riparare le opere senza occultare gli sfregi per preservare la memoria di quanto è accaduto. Foto Emanuele Confortin

Era da poco iniziato l’assedio di Mosul Ovest quando il pittore siriaco Matti al-Kanun ha pensato di tornare a casa, a Bartella, liberata dopo trenta mesi di occupazione dell’Isis. Alcuni dei suoi dipinti erano rimasti in una stanza al momento della fuga, avvenuta il 6 agosto 2014. Trentacinque tele in tutto, tre delle quali, a tema cristiano, sono state trovate e squarciate dai jihadisti, infine abbandonate al suolo.


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«Avevo lasciato le opere nella stanza in cui lavoravo» racconta l’artista «quelli di Daesh (l’Isis) hanno tagliato le tele in quanto è nella loro cultura. Sapevo che lo avrebbero fatto, perché conosco il loro modo di agire». Con queste premesse Matti al-Kanun decide di ricucire quegli squarci come forma di resilienza, lo vuole fare per la sua famiglia, per la comunità cui appartiene e per tutte le comunità irachene, ugualmente colpite dalla guerra e mai come ora divise.

«Intendo riparare i miei dipinti per dimostrare che si può resistere. Non sono un uomo politico, non sono nemmeno un soldato. L’arte è l’unico modo che ho per oppormi a tutto questo», affermava al-Kanun a marzo 2017, durante un’intervista a eastwest.eu nel suo alloggio al campo Nishtiman, a Erbil. Superare i checkpoint con un furgone carico di opere non è cosa facile. Tantomeno in tempi di guerra, quando il transito in arrivo e partenza per Bartella, sulla via per Mosul, è ancora lungo e laborioso.

Il momento adatto giunge ad agosto, neanche un mese dopo la fine dei bombardamenti a Mosul Ovest. Recuperato un pick-up da un conoscente, l’artista e il figlio Ramiz tornano nella città da cui erano fuggiti tre anni prima, e noi di eastwest.eu siamo con loro.

La città porta i segni dei bombardamenti. Non ha subito la devastazione di Mosul ma per centinaia di abitanti non c’è più un luogo dove stare. Matti e Ramiz hanno avuto fortuna, le granate più vicine sono cadute a qualche decina di metri di distanza. Il viale che conduce davanti all’abitazione è invaso dai detriti. Le buche sono in parte riempite di sabbia, e nelle crepe dell’asfalto le sterpaglie crescono senza controllo.

Entrare in casa da queste parti prevede una gestualità sconosciuta a chi non vive in una zona di guerra. A Bartella, prima di aprire il cancello conviene sbirciare dall’altra parte, nel caso ci sia una mina o qualche trappola esplosiva sfuggite alla bonifica. Così, prima di abbassare la maniglia metallica, Ramiz si solleva in punta di piedi e porta gli occhi oltre il bordo del portone, dall’altra parte, per accertarsi che tutto sia in ordine. Non si sa mai.

È venerdì mattina quando padre e figlio rientrano a casa loro, sebbene per un giorno appena. Non sono i soli. Nel centro abitato di Bartella arroventato dai 52 gradi di agosto, si vedono altre famiglie indaffarate a rimettere in sesto le proprie abitazioni. Tutti o quasi vanno e vengono per poche ore da Erbil, un po’ per riordinare, un po’ per saggiare l’aria in vista di un ritorno ormai inevitabile, malgrado il timore di nuove ondate di violenza.

L’insicurezza di profughi interni è dovuta all’impossibilità di conoscere cosa accadrà in Iraq nel dopo Isis. La disfatta territoriale dei jihadisti di al-Baghdadi, infatti, ha riacceso le complesse dinamiche derivanti dalla guerra per procura che contrappone Arabia Saudita e Iran, talora riassunta in un confronto tra sunniti e sciiti, che in realtà non ha natura religiosa bensì geopolitica.

Le elezioni previste per il 12 maggio potrebbero costituire una pietra angolare nella definizione di un nuovo assetto nel Paese, attualmente retto da una debole maggioranza sciita e da una minoranza sunnita sempre più isolata. Riyad vede nell’appoggio ad alcuni candidati politici iracheni l’occasione di recuperare la deriva regionale innescata nel 2003, all’indomani dell’invasione statunitense, con l’azzeramento del partito Baath a partire dal suo leader Saddam Hussein, e con la decostruzione dell’esercito.

Le votazioni di maggio potrebbero invece consolidare l’influenza iraniana in Iraq, magari proprio sostenendo alcuni candidati delle Forze di mobilitazione popolare (Pmu, le milizie sciite sostenute da Teheran, schierate nell’offensiva allo Stato Islamico e da poco riconosciute parte dell’esercito iracheno) che al pari di Hezbollah in Libano sembrano destinati a passare dalla militanza armata alla politica.

Fino a dopo lo spoglio – e probabilmente anche in seguito – per chi in Iraq ci vive non potranno esserci certezze sui nuovi equilibri di forza nel Paese. Condizione che influisce in modo netto anche nei villaggi e nelle città, dove, al timore di un ritorno al caos, si sommano le difficoltà di tutti i giorni, a partire dall’approvvigionamento di acqua e gas, cui si aggiunge la ricerca di un lavoro.

Tutti fattori determinanti nel convincere o meno i profughi iracheni a rientrare nelle loro case. A oggi, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), 8,7 milioni di persone hanno bisogno di sostegno per vivere, e dei sei milioni di sfollati nei quattro anni di guerra all’Isis, 2,6 milioni si trovano ancora nei campi. Per molti di loro, a partire dagli yazidi, non ci sono le condizioni per il ritorno. Città come Sinjar, centro della minoranza yazidi, o la stessa Mosul Ovest restano in macerie. Oltre alla ricostruzione però, il rientro è reso difficile dalle tensioni etniche alimentate dalla diffusa percezione di insicurezza.

Il problema è particolarmente sentito da chi, come Matti al-Kanun, in Iraq vuole tornare a vivere normalmente. Ecco che per lui il recupero e la riparazione delle opere deturpate dai jihadisti ha un valore simbolico. Significa opporsi alla brutalità della guerra, non solo a quella contro Daesh ma alle violenze che in 15 anni hanno causato centinaia di migliaia di vittime e fratture apparentemente insanabili.

Nell’interpretazione dell’artista le opere violate diventano una trasposizione della società irachena. Gli squarci dei pugnali sono gli effetti della guerra, mentre i brandelli delle tele raffigurano le diverse comunità del Paese. Ricomporre i dipinti serve a esorcizzare i conflitti, ma rappresenta anche la volontà di ripristinare delle relazioni stabili tra i vari gruppi, condizione necessaria per tornare a qualcosa di simile alla normalità in Iraq.    

Il pensiero di al-Kanun non si riduce però alla speculazione di un “artista”, ma rispecchia le posizioni di molti altri profughi interni da noi incontrati, non importa se cristiani, yazidi o musulmani. Le loro posizioni sono le stesse di Elien, nuora del pittore siriaco: «La nostra speranza è che dopo il rientro a casa ci sia la possibilità di tornare a convivere e che non ci siano manovre alle nostre spalle. Vogliamo stare in pace, e se ci saranno le condizioni, credimi che la maggior parte delle persone tornerà indietro».  

Al tardo pomeriggio di quel giorno di agosto, padre e figlio caricano le tele sul cassone di un furgone. Il ritorno a Erbil non è dei più semplici, la diffidenza dei soldati al checkpoint iracheno diventa un interrogatorio al controllo successivo, quello dei peshmerga curdi. In entrambi i casi si riesce comunque a passare, concludendo il trasporto sotto alla tettoia in lamiera annessa a una scuola per bambini di un campo profughi ad Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil.

Qui il maestro al-Kanun porta a termine il suo lavoro. Stende su un tavolo i dipinti deturpati e con dell’acqua bagna gli squarci, in modo da ammorbidire i lembi rinsecchiti. Da una tela di cotone ritaglia poi alcune strisce a misura, le bagna e dopo averle cosparse di colla vinilica le fa aderire alla parte posteriore degli squarci. Una volta asciugato, il tessuto dei dipinti e quello delle pezze di cotone si rinsaldano, divenendo un tutt’uno, seppur preservando una linea bianca tra i lembi dello squarcio.

«Ricucire i tagli per me significa riunire le comunità irachene», spiega Matti al-Kanun. «Resistere e ricominciare è possibile, ma i segni della guerra devono rimanere visibili, a memoria di quanto è accaduto in Iraq». Memoria che al-Kanun vorrebbe far conoscere, magari proprio in Europa, dove da sempre sogna di poter esporre la sua arte e dove oggi, mentre pubblichiamo, il pittore siriaco sta esponendo le 35 opere recuperate, in una mostra allestita a Venezia. (2 - continua)

Seconda parte del reportage “Back to Life in Iraq”, un progetto di Emanuele Confortin realizzato tra l’Iraq e Venezia da marzo 2017 a febbraio 2018. Qui è possibile leggere la prima parte.

@EmaConfortin

Solo acqua colla e un pezzo di tela. Matti al Kanun durante la riparazione delle opere deturpate. Foto Emanuele ConfortinSolo acqua colla e un pezzo di tela. Matti al Kanun durante la riparazione delle opere deturpate. Foto Emanuele Confortin

Un blitz in furgone a Bartella per recuperare le tele e portarle al sicuro. Foto Emanuele ConfortinUn blitz in furgone a Bartella per recuperare le tele e portarle al sicuro. Foto Emanuele Confortin

Verso il centro di Bartella i segni della battaglia tra jihadisti ed esercito iracheno. Foto Emanuele ConfortinVerso il centro di Bartella i segni della battaglia tra jihadisti ed esercito iracheno. Foto Emanuele Confortin

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