Scappato da casa con la famiglia poco prima dell’arrivo dei jihadisti, al suo ritorno oltre due anni dopo il pittore iracheno Matti al-Kanun trova le tele che ritraggono le immagini del Cristo e della Madonna squarciate. E decide di ripararle

L'artista  Matti al-Kanun. Foto di Emanuele Confortin
L'artista Matti al-Kanun. Foto di Emanuele Confortin

«Ci attendono tempi difficili, non sappiamo cosa potrà succedere, abbiamo paura», confidava a fine 2017 Ramiz al-Kanun, 28enne cristiano siriaco fuggito tre anni prima da Bartella, centro posto 24 chilometri a est di Mosul, la seconda città dell’Iraq, antico mosaico di comunità etniche e religiose affacciato sul fiume Tigri, a nord del Paese.


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L’abbandono dalla città è coinciso con l’avanzata dei jihadisti di Abu Bakr al-Baghdadi durante la genesi dell’autoproclamato Stato Islamico, che a Mosul ha insediato la sua capitale irachena. Dopo aver preso lo stretto necessario, con 30mila dinari Ramiz e i suoi hanno pagato il prezzo di una corsa in auto verso Kalak.

Succedeva il 6 agosto 2014, giorno in cui i miliziani superarono l’ultima resistenza dei peshmerga curdi, estendendo il loro metodo di governo a Bartella e su gran parte della Piana di Ninive, fino alla catena dei monti Sinjar, nella terra in cui si è consumato il massacro degli yazidi, a ridosso del confine turco-siriano. Per decine di migliaia di cristiani e di shabak sciiti, le principali componenti etniche di Bartella, l’unica soluzione è stata la fuga.

Assieme al giovane Ramiz c’era anche il padre Matti al-Kanun, artista 74enne dallo sguardo vivo, con una predilezione per il Rinascimento italiano coltivata durante la formazione all’Accademia di Baghdad, conclusa con il diploma nel 1972. «Ho iniziato a dipingere quando avevo circa sette anni. Mi piaceva molto, gli insegnanti mi incoraggiavano, dicevano che i dipinti erano belli, così sono andato all’Accademia per formarmi in modo serio».

Qui, nella capitale irachena, per una vita il maestro al-Kanun ha insegnato arte ai ragazzi delle scuole. Un lavoro molto amato, svolto fino alla pensione, giunta quando il Paese si guadagnava un posto al sole nella guerra globale al terrorismo, promossa da Bush figlio. Pochi anni dopo, nel 2006, Matti al-Kanun fuggiva con la famiglia da Baghdad, trovando rifugio in un quartiere periferico di Bartella, antico centro assiro dove si ritiene sia esistita una importante scuola liturgica nestoriana.

La relativa tranquillità del luogo, adagiato sulla piana di Ninive e lontano dall’escalation di violenze settarie di Baghdad, ha concesso all’artista le condizioni necessarie per dedicarsi alla pittura e all’arte. All’interno della nuova casa, acquistata a rate con una detrazione fissa dalla pensione, il maestro al-Kanun si è creato un piccolo atelier, posto al secondo piano della struttura, vicino alla porta metallica che conduce sull’ampio terrazzo piatto occupato dalle cisterne per l’acqua.

In città tutto è cambiato a fine 2013, quando i rapporti tra le diverse comunità erano ormai compromessi. Anni di violenze settarie diffuse su tutto il Paese, la diffidenza crescente e la paura sono stati all’origine di spaccature nette tra i gruppi che formavano la composita società irachena.

«Inizialmente vivevamo in pace con gli Shabak sciiti, loro conoscevano anche la nostra lingua, l’aramaico, ma in seguito sono arrivati diversi stranieri (arabi sunniti in fuga dal caos nel sud del Paese nda). Bartella è cresciuta e sono iniziate le tensioni, soprattutto tra i giovani dei diversi gruppi» spiega Elien, nuora di Matti al-Kanun e insegnante di lingua inglese in una scuola di Erbil.

La situazione è andata peggiorando di giorno in giorno, fino a costringere le varie famiglie a una sorta di isolamento all’interno dei rispettivi quartieri. «Ricordo una signora della nostra zona, che come ogni sera era andata a sedere fuori, all’ombra, assieme ad altre donne dei dintorni per prendere il fresco e conversare» continua l’insegnante «a un certo punto due ragazzi stranieri sono passati e davanti alle donne e hanno detto qualcosa tipo “guarda queste case, ancora poco tempo e saranno nostre”. Lei ci raccontò di averli sentiti e dopo poche settimane l’Isis arrivò». È questo, il ricordo di un sentito dire, che per Elien basta a spiegare il come i rapporti tra i vari gruppi della sua città si siano recisi. Allo stesso modo, secondo l’insegnante di inglese, è il riflesso di quanto accaduto nel resto del Paese.

Qualche settimana dopo la situazione è precipitata. Matti al-Kanun e i suoi familiari sono fuggiti il 6 agosto 2014, poche ore prima che Daesh facesse ingresso a Bartella. «Siamo stati tra gli ultimi ad andarcene» racconta l’artista, incontrato in più occasioni tra marzo 2017 e gennaio 2018. «Non siamo riusciti a portare con noi i dipinti in quanto erano grandi e non avevamo un’auto. Questo mi ha fatto soffrire a lungo, avevo perso parte del mio lavoro».

La famiglia Alkanun, al pari di centinaia di migliaia di iracheni, si è trovata a vivere in un campo, nel loro caso in una stanza in cartongesso al Nishtiman, centro di accoglienza allestito ai piani alti di un centro commerciale eretto sopra il mercato di Erbil. Qui Matti ha sofferto di depressione per la perdita delle sue opere, dei libri d’arte cui tanto teneva, per l’ennesimo esodo forzato all’interno del Paese che ama.

Trenta mesi dopo la fuga, nell’ottobre 2016, Bartella è stata liberata dal composito fronte schierato agli albori dell’operazione che ha portato alla caduta del califfato di Al Baghdadi. Malgrado le macerie e la forte militarizzazione, uno dei figli dell’artista è riuscito a tornare sul posto per verificare le condizioni dell’abitazione. Durante il breve sopralluogo si è capito subito che la casa era stata svaligiata, completamente svuotata di ogni cosa, dai mobili ai suppellettili, tutti riciclati all’interno dello Stato Islamico.

Diversa la sorte dei dipinti, trovati riversi al suolo al piano superiore, coperti da due dita di polvere. In tutto 35 opere, rimaste alla mercé dei miliziani che si sono limitati a rovistare tra le tele alla ricerca di oggetti preziosi o danaro nascosti. Tre opere invece hanno attirato l’attenzione degli occupanti: una “madonna con bambino”, un ritratto di “Gesù” e una “deposizione di Cristo”, poi fatti a pezzi, squarciati dai jihadisti con dei pugnali. Si è trattato di un gesto simbolico, manifestazione di quell’iconoclastia che in Medio Oriente ha caratterizzato il metodo dello Stato Islamico, dalle antichità di Palmira, in Siria, alle reliquie mesopotamiche del museo di Mosul.

Allo stesso modo, le opere di al-Kanun, seppur meno celebri, sono state incluse nella logica di distruzione dell’identità degli idolatri - nel caso cristiani siriaci – trattamento riservato a tutte le componenti non sunnite della società irachena. Distruggere i simboli dei nemici dell’Islam, è stato per Daesh uno strumento di comunicazione, un gesto inequivocabile volto a cancellare la memoria di chi c’era prima, in nome di un Islam originario da sostituire al passato, un sacrificio necessario per sancire il nuovo inizio.

Malgrado gli inni ad Allah e il riferimento al Corano, l’azione iconoclasta dei miliziani di Daesh sfugge a una logica religiosa ma va interpretata per la sua natura strettamente politica. A Mosul, a Palmira - o in precedenza per i Buddha di Bamiyan, bombardati dai Talebani in Afghanistan, l’11 marzo 2001 – i distruttori non fanno altro che documentare sé stessi, in un’orgia di selfie e video di cui poi curano la diffusione in tutto il mondo, come ha spiegato lo storico dell’arte Salvatore Settis in un recente intervento su “Iconoclastia e politica” all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

È attraverso la distruzione dei simboli, dunque, assieme all’eliminazione fisica del nemico, che i jihadisti di Al Baghdadi hanno cercato di legittimare il loro Stato Islamico e di imporre il proprio metodo di governo.

Allo stesso modo, dopo la caduta del Califfato, la ricostruzione delle immagini distrutte ha la stessa valenza politica, una manifestazione di resilienza condivisa da tutte le comunità, intenzionate a tornare alla vita in Iraq.

Una sorta di legge del taglione, valida anche per le tele di Matti al-Kanun, che l’artista ha voluto recuperare dalle macerie di Bartella prima di aggiustarle «per resistere alla violenza».  (1 - continua)

Prima parte del reportage “Back to Life in Iraq”, un progetto di Emanuele Confortin realizzato tra l’Iraq e Venezia da marzo 2017 a febbraio 2018 . Qui è possibile leggere tutti gli articoli dello speciale.

@EmaConfortin

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