Il pittore Matti al-Kanun sbarca a Venezia con le tele sopravvissute alle pugnalate dei jihadisti. «Ricucire i tagli significa riunire le comunità irachene, ma i segni della guerra devono rimanere», spiega. E consegna alle studentesse di Ca’ Foscari il testimone della resistenza

L'analisi dell'opera prima dell'intervento. Foto di Emanuele Confortin.
L'analisi dell'opera prima dell'intervento. Foto di Emanuele Confortin.

Venezia - Lo attendevano in molti a Venezia. Qualcuno desiderava dare un volto all’autore di quelle tele, squarciate dagli uomini dell’Isis che avevano occupato la sua città e da lui riparate, altri erano curiosi di ascoltare la sua esperienza. L’artista iracheno Matti al-Kanun alla fine è arrivato in Italia, nella città lagunare che ha voluto esporre parte delle sue opere. Una selezione di 15 dipinti (su 35) perduti nelle maglie del Califfato e poi ritrovati, al termine di una complessa operazione di recupero a Bartella, città a maggioranza siriaca posta 25 chilometri a est di Mosul.


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Le prime impressioni di un viaggio non sono quelle definitive, ma forse ne svelano la sostanza, che nel caso di un artista cristiano siriaco a Venezia è stata subito chiara: «C’è troppa acqua». Questa la lapidaria – e ironica – sentenza di al-Kanun, interpellato al suo arrivo sull’Isola di San Servolo, al contempo alloggio e sede della mostra.

Colpa dell’acqua alta, giunta puntuale come le tasse – assieme alla neve – a rivestire con il suo manto lucido gli spazi aperti di piazza San Marco. Colpa forse dei vaporetti, da cui dipende la fruizione di una città tanto splendida quanto complessa nella sua peculiare logistica, lontana anni luce dalle aride distese di Bartella e della biblica Piana di Ninive.

Un paio di giorni dopo, smaltita la stanchezza del viaggio in aereo – il primo in 75 anni di vita – e presa confidenza con un mondo nuovo, Matti al-Kanun ha ritrattato con la schiettezza che lo contraddistingue, riconoscendo il fascino della città e apprezzando qualche sortita tra le calli, e la visita alla Basilica di San Marco. Inutile dire che il suo arrivo a Venezia ha destato profondo interesse. In molti sono giunti a incontrare l’artista, per comprendere la genesi di Back to Life in Iraq – questo il nome dell’esposizione – e il motivo della riparazione di quelle tele sfregiate, come forma di resilienza e rifiuto di una guerra capace di spezzare la comunità irachena, creando divisioni apparentemente insanabili.

«Avevo lasciato le opere nella stanza in cui lavoravo. Quelli di Daesh (l’Isis) hanno tagliato le tele in quanto è nella loro cultura. Sapevo che lo avrebbero fatto, perché conosco il loro modo di agire», testimoniava esattamente un anno fa al-Kanun, nella sua stanza in cartongesso ricavata nel centro di accoglienza Nishtiman, a Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Fu in quel momento che l’artista espresse il suo doppio desiderio: portare in salvo le proprie opere in modo da poterle ricucire; magari un giorno riuscire a esporle in Europa, come sognato da sempre.

Alla fine c’è riuscito. Grazie a una lunga cordata di attori - troppi per poterli menzionare tutti - la sua esperienza è approdata a Venezia. La trasferta di al-Kanun diventa così un momento di confronto su una questione complessa. Il conflitto in Medio Oriente e l’allontanamento delle comunità irachene per effetto della guerra, semplificati dalla linearità del messaggio esposto in prima persona dall’artista, passeggiando tra le sue opere appese al muro, in un corpo a corpo appassionato, ingaggiato con chiunque avesse domande da porre, studenti in primis. «Ricucire i tagli per me significa riunire le comunità irachene. Resistere e ricominciare è possibile, ma i segni della guerra devono rimanere visibili, a memoria di quanto è accaduto in Iraq» è il sunto del suo intervento.

Concetto ribadito anche sulla terraferma, in via Torino a Mestre, pochi passi oltre il Ponte della Libertà, dove inizia quella che per i veneziani è già campagna. Qui, l’artista cristiano ha incontrato le studentesse della laurea magistrale in Scienze chimiche per la conservazione e il restauro di Ca’ Foscari. Un gruppo di future restauratrici coinvolte in prima persona nella riparazione delle opere deturpate. Nel corso del primo quadrimestre, infatti, da settembre a febbraio, hanno avuto l’opportunità di sostituirsi ad al-Kanun nel restauro di una delle tre opere, la Deposizione di Cristo. Al momento del ritrovamento, ad agosto 2017, il dipinto era danneggiato a tal punto da sembrare irrecuperabile, tanto da indurre l’artista a considerare l’idea di buttarlo. La tela era comunque stata trasferita in Italia, nei laboratori di Ca’ Foscari, dove ha avuto inizio la complessa analisi che ha preceduto l’intervento di messa in sicurezza dell’opera.

«Abbiamo prelevato dei micro campioni da tutti gli strati del dipinto per individuare i materiali usati dall’artista» spiegano le studentesse Mara Bortolin, Giorgia Cappellato, Martina Donà, Margherita Longoni e Ilaria Valcasar che hanno lavorato al restauro, sotto la guida delle docenti Elisabetta Zendri e Alessandra Carrieri.

«Ci siamo trovate di fronte materiali diversi, noi conoscevamo soprattutto tecniche europee, quindi confrontarsi con una preparazione artistica differente poteva essere causa di problemi per via della poca dimestichezza. In seguito abbiamo individuato un sistema pulente per rimuovere le tracce di umidità e di muffe, poi abbiamo messo in sicurezza gli squarci. Seguendo la scelta dell’artista abbiamo lasciato che restassero visibili, quindi, con delle fascette di colla poliammide abbiamo ricucito pezzettino per pezzettino»  

Il lavoro svolto dalle studentesse – esposto a San Servolo con il resto della collezione e alcune foto – non si è limitato al solo aspetto tecnico, ma è stata anche un’occasione unica di conoscere da vicino, di toccare letteralmente con mano un conflitto lontano e difficile da comprendere. Del resto il ruolo dell’Università non è anche preparare gli studenti a confrontarsi con la complessità del mondo?

A sentire le impressioni delle dirette interessate il messaggio di al-Kanun è stato colto: «La situazione del luogo di provenienza dell’opera determina l’importanza del nostro lavoro e valorizza l’opportunità che ci è stata data» continuano le studentesse.

«Da fuori tutti sappiamo che ci sono conflitti in corso ma non sempre riusciamo a renderci conto del fatto che ci siano tentativi di eliminazione di altre persone e comunità, in senso fisico ma anche nei simboli che le rappresentano, come ad esempio le opere d’arte. Con questo lavoro abbiamo potuto portare un messaggio, far parlare di problemi di cui tutti conosco l’esistenza ma che talvolta sono sentiti alla lontana. Sicuramente un intervento del genere ti apre gli occhi. Per noi lavorare sull’opera ha significato anche questo».

Il migliore dei risultati auspicati da Matti al-Kanun, da poco rientrato a Bartella dove, come promesso prima di ripartire, tornerà subito a dipingere e a usare l’arte per raccontare il suo Iraq e resistere alla guerra, in ogni sua forma.

Terza parte del reportage “Back to Life in Iraq”, un progetto di Emanuele Confortin realizzato tra l’Iraq e Venezia da marzo 2017 a febbraio 2018. Qui è possibile leggere la prima parte. Qui la seconda parte.

@EmaConfortin

La tela squarciata prima del restauro. Foto Emanuele Confortin.La tela squarciata prima del restauro. Foto Emanuele Confortin.

Il restauro dell'opera. Foto archivio Emanuele Confortin.Il restauro dell'opera. Foto archivio Emanuele Confortin.

Il restauro dell'opera. Foto archivio Emanuele Confortin.Il restauro dell'opera. Foto archivio Emanuele Confortin.

Il restauro dell'opera. Foto archivio Emanuele Confortin.Il restauro dell'opera. Foto archivio Emanuele Confortin.

Matti al-Kanun a Venezia. Foto Emanuele Confortin.Matti al-Kanun a Venezia. Foto Emanuele Confortin.

Opere e foto di Back to life in Iraq a Venezia. Foto Emanuele ConfortinOpere e foto di Back to life in Iraq a Venezia. Foto Emanuele Confortin

Il corpo a corpo con giornalisti e visitatori per spiegare l'importanza di resistere. Foto Emanuele ConfortinIl corpo a corpo con giornalisti e visitatori per spiegare l'importanza di resistere. Foto Emanuele Confortin

Matti al-Kanun incontra gli studenti di Ca' Foscari. Foto Emanuele ConfortinMatti al-Kanun incontra gli studenti di Ca' Foscari. Foto Emanuele Confortin

Matti al-Kanun a Piazza San Marco. Foto Emanuele ConfortinMatti al-Kanun a Piazza San Marco. Foto Emanuele Confortin

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