Isis cambia tattica

Per fare fronte alle sconfitte militari il Califfato sviluppa una strategia basata su alleanze segrete. Sono ormai molti i piccoli gruppi armati che in segreto si affiliano a ISIS. Cosa accadrà se questa tattica sarà applicata anche in Giordania e in Libia? 

Graffiti sprayed by Islamic State militants which reads "We remain" is seen on a stone at the Temple of Bel in the historic city of Palmyra, in Homs Governorate, Syria April 1, 2016. REUTERS/Omar Sanadiki

BEIRUT. Negli ultimi mesi ISIS, soprattutto in Siria, ha subito alcune sconfitte militari significative. Dopo quasi due anni di continua espansione l’avanzata del Califfato sembra arrestarsi e i jihadisti perdere terreno.

Un quadro militare del quale possiamo già valutare i primi tragici risvolti. Pochi giorni fa gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi hanno lanciato un attacco chimico, con gas iprite, contro l’aeroporto militare di Deir el-Zor, controllato dall’esercito governativo.

Sempre in questi ultimi giorni si deve registrare il secondo aereo dell’aviazione di Assad abbattuto grazie a un missile terra-aria. Un evento che testimonia come nell’arsenale di ISIS siano ormai presenti efficaci sistemi di artiglieria antiaerea, che preoccupano anche i comandi militari russo e della coalizione internazionale a guida statunitense.

A fianco all’uso di armi di ogni genere ISIS sta sviluppando in molte aree della Siria una strategia meno visibile, ma per questo molto più pericolosa.

Grazie allo sviluppo di alleanze segrete con diversi gruppi e sottogruppi armati presenti in Siria ISIS ha gradualmente rinforzato la sua autorità nelle aree dove, almeno apparentemente, la sua influenza era stata ridotta o cancellata. Inoltre, questa politica di alleanze ha permesso al Califfato di estendere un dominio occulto anche in regioni dove i suoi uomini non sono direttamente impegnati.  

Alcuni scontri recenti tra l’esercito governativo e gruppi armati a Bir al-Qassab, tra Soueida e Bosra nella Siria meridionale, hanno evidenziato che al fianco di ISIS combattono piccole e grandi organizzazioni che ufficialmente non hanno mai aderito al progetto di Abu Bakr al-Baghdadi.

ISIS sta, di fatto, costruendo una rete di alleanze nascoste sfruttando un principio antico del mondo musulmano: il moubaya'a, la fedeltà data in segreto. Un principio che arriva dalla dottrina della taqiya wal Ketman, l’arte della dissimulazione e del sapersi mimetizzare, sviluppata nei secoli dalle minoranze religiose per evitare le persecuzioni.

La strategia adottata da ISIS è facilitata dall’esistenza in Siria di unvero e proprio caleidoscopio di piccole e grandi bande armate, attive in molte parti della Siria.

Questa politica di alleanze nascoste permette a ISIS di affermare facilmente la sua autorità anche in regioni dove non ha una forte base territoriale o quando le risorse organizzative non gli consentono di avere un controllo totale del territorio.

Pubblicamente i molti gruppi affiliati in segreto all’ISIS mantengono il loro nome e il loro costrutto ideologico, atteggiamento che li rende difficili da identificare come alleati del Califfo. La loro unione con ISIS emerge soltanto sul campo, nel corso delle battaglie, quando non è più possibile mimetizzarsi. In alcuni rari casi il velo sulle affiliazioni segrete è caduto quando piccoli gruppi hanno rifiutato di aderire ad alleanze locali contro ISIS.

Così, il gruppo Harakat al-Muthanna, sostenuto da Riyadh e che apparteneva ai cosiddetti ribelli moderati del Fronte Sud Opposizione Militare, dopo una serie di scontri in cui i suoi uomini avevano avuto comportamenti anomali ha dichiarato esplicitamente la sua fedeltà allo Stato Islamico. Da diverse fonti arriva la conferma che Attiyé Schéhadé Awad, uno dei leader di Liwaa Shabab al-Sunna, altra formazione della coalizione militare Fronte Sud, ha stretto un’alleanza segreta con ISIS. Altri gruppi, per il loro rifiuto sistematico di schierarsi con le forze che si oppongono al Califfato, suscitano molti sospetti su una loro possibile adesione a ISIS, come Jabhat Thouar Surya, guidato da Osama Joulani, o Liwaa Shuhada al-Yarmouk. Quest’ultimo occupa un’area di confine di grande importanza strategica tra la Siria, la Giordania e il Golan.

Grazie a questa strategia ISIS sta riuscendo a compensare anche perdite territoriali e sconfitte militari rilevanti, come quella di Palmyra, continuando a mantenere e ampliare la sua influenza su una scala che si potrebbe definire microlocale.

Tutto questo semplicemente costruendo alleanze tra piccoli gruppi di armati frammentati e guidati quasi esclusivamente da interessi localistici, che si possono tranquillamente definire tribali. La conquista di Palmyra, nel maggio 2015, aveva già evidenziato la forza dirompente di questa politica di piccole alleanze. Rivalità storiche e il conflitto latente tra Palmyra e la città di Sokhné avevano portato le tribù di Sokhné a giurare fedeltà allo Stato Islamico e a conquistare la città per conto dell’ISIS, in cambio di sostegno finanziario e militare.

Nel sud della Siria la difficoltà di riconoscere queste alleanze rende estremamente complesso valutare la forza residua dell’organizzazione e la sua capacità offensiva. La diffusione al di fuori della Siria di questa politica pone molti interrogativi.  Che effetti può avere sulla stabilità della vicina Giordania, dove è molto forte la realtà tribale? Cosa accadrà in Libia, dove la galassia dei gruppi armati sembra essere infinita?

@MauroPompili

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