Cosa ne sarà delle donne dell'Isis

La condanna a morte di sedici turche a Baghdad riaccende i riflettori sulla spinosa questione dei foreign fighters catturati al fronte. E sul destino di centinaia di donne, perlopiù mogli o vedove di jihadisti

La moglie di un combattente dello Stato islamico in un campo a sud di Mosul. REUTERS/Azad Lashkari
La moglie di un combattente dello Stato islamico in un campo a sud di Mosul. REUTERS/Azad Lashkari

La notizia della condanna a morte a Baghdad di 16 donne turche accusate di aver combattuto tra le fila dell’Isis ha riacceso i riflettori sulla delicata questione dei foreign fighters di ritorno. «Le donne – ha dichiarato domenica in un comunicato il giudice e portavoce del Consiglio Superiore della Giustizia Abdul Sattar al-Beeraqdar – hanno confessato di aver aderito all’Isis, sposandone dei membri e fornendo aiuto logistico al gruppo». Sono solo le ultime di una lunga scia di sentenze che una settimana fa hanno poprtato alla condanna a morte di dodici vedove dell’Isis (tutte turche tranne un’azera) tra i 20 e i 50 anni, catturate a Mosul e Tal Afar. Prima di loro anche una donna tedesca di origine marocchina era stata condannata alla pena capitale dopo aver confessato di essere arrivata in Iraq per combattere insieme alle figlie.

L’Iraq è rimasto uno dei Paesi con il maggior numero di esecuzioni al mondo (secondo il Rapporto Amnesty 2017-2018) e la legge antiterrorismo nazionale prevede una pena compresa tra i 15 anni di carcere e la morte per chi commetta, istighi, finanzi o supporti azioni eversive. Il problema di cosa fare dei combattenti catturati, siano essi locali o internazionali, si somma alle modalità di trattamento per i sospettati di terrorismo. Le confessioni ottenute sotto tortura sono regolarmente accettate nei tribunali e ai prigionieri viene negata un’adeguata difesa.

Che ne sarà di Mélina Bougedir, combattente francese di 27 anni, espulsa dall’Iraq verso la Francia dopo aver scontato la detenzione preventiva a Mosul? E di Linda W., tedesca, 16 anni, condannata a sei anni di carcere in Iraq? Nel caso in cui anche Linda venga estradata, a giudicarla nuovamente sarà un tribunale europeo che dovrà essere in grado di fornire a lei e alla società gli strumenti per un adeguato reinserimento.

Più di 500 donne straniere, per la maggior parte turche, sono detenute in Iraq insieme a 800 bambini e il loro destino resta sconosciuto. Mentre alcune sono entrate a far parte della polizia religiosa femminile dello Stato islamico Al-Khansaa, molte altre sono diventate le mogli di combattenti dell’Isis seguendo modalità di adescamento comuni: hanno conosciuto i futuri mariti via internet, hanno deciso di seguirli prima in Turchia, per spostarsi poi in Siria e, con la caduta di Raqqa, sono scappate verso l’inferno di Mosul. L’illusione di un futuro migliore, un lavoro in un ristorante, una prospettiva di vita basata su valori concreti, applicabili nel quotidiano, lontani almeno in apparenza dalla superficialità occidentale. Tutte ragioni che hanno contribuito ad alimentare un sogno distorto, frutto di insicurezze e ferite profonde.

Queste donne, spesso vedove con a carico figli piccoli, conservano con grande affetto il ricordo del marito ucciso in battaglia. In Siria, nel campo profughi di Ain Issa vicino Raqqa, una ventina di donne straniere e quaranta bambini sono custoditi dentro due tendoni, in un vero e proprio limbo. Tutte vogliono andarsene, tornare nei loro Paesi d’origine, ricominciare una nuova vita.

Hafifa, uzbeka, dice che resterà ad aspettare la liberazione del marito in carcere a Kobane e poi, insieme alle sue cinque sorelle, raggiungerà i parenti in Olanda. «Il governo olandese ci manderà dei voli – dice convinta – la Russia lo ha già fatto». Dilber invece è disillusa. Ascolta in silenzio i discorsi delle altre mentre il figlio si aggrappa alla schiena per giocare. È azera, ha solo 18 anni ed è già vedova di due martiri dell’Isis. «Qui nessuno mi crede quando dico di non essere dell’Isis – commenta in turco - Come può una ragazza come me, così giovane, decidere di voler entrare a far parte dell’Isis? Fatemi tornare a casa da mia madre».

Campi profughi e processi iniqui non sono in grado di garantire giustizia e rischiano di diventare un paravento per le responsabilità degli Stati occidentali: «Sono francesi ma sono nostri nemici» ha commentato il ministro degli Esteri francesi Jean-Yves Le Drian in merito ai combattenti di origine francese rientrati o di ritorno in Francia, dove 500 persone sono già state condannate o sono in attesa di un processo per terrorismo e altre 1.500 sono sotto controllo per diversi gradi di radicalizzazione. Non solo non c’è spazio fisico nelle carceri, ma lo stesso personale non è adeguatamente preparato a gestire una popolazione carceraria che, come spiega Daniel Koehler direttore di Girds, «Nessun Paese europeo è pronto ad affrontare. Sono necessari programmi speciali per coloro che hanno commesso o hanno visto orrendi atti di violenza – continua Koehler - la loro esperienza va ben oltre i programmi messi a punto in Germania o in altri Paesi dell’Europa Occidentale».

La questione è stata affrontata anche dal segretario alla Difesa americano Jim Mattis lo scorso 18 febbraio durante un incontro a Roma con una quindicina di ministri della Difesa della coalizione internazionale anti Isis. «La linea di fondo è che non vogliamo che (i combattenti Ndr) tornino sulle strade di Ankara, Tunisi, Parigi o Bruxelles – ha detto Mattis – È un problema internazionale e deve essere affrontato da tutti». Francia e Gran Bretagna però non hanno risposto positivamente all’invito di Washington di farsi carico dei “propri” foreign fighters attualmente nelle mani delle Syrian Democratic Forces - Sdf. È rimasta inevasa una responsabilità di primaria importanza, che continuerà a pesare sulle scelte politiche e civili future, in Medio Oriente e in Occidente.

@linda_dorigo

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