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Isis, la milizia che spaventa il mondo

Un anno fa gli uomini del Califfato conquistavano Mosul, da allora sono protagonisti di un’avanzata inarrestabile.  Quanti sono e come sono armati gli uomini dello Stato Islamico? 

Mosul, Iraq - A man purported to be the reclusive leader of the militant Islamic State Abu Bakr al-Baghdadi has made what would be his first public appearance at a mosque in the centre of Iraq's second city, Mosul, according to a video recording posted on the Internet on July 5, 2014, in this still image taken from video. REUTERS/Social Media Website via Reuters TV

BEIRUT. Un anno dopo aver instaurato il suo califfato, è chiaro che il segreto del successo di Abu Bakr al-Baghdadi è il suo esercito, costruito sui resti di quello di Saddam Hussein. Alla fine del 2014 i servizi segreti americani stimavano che le milizie di ISIS fossero composte di un numero di combattenti compreso tra i 20.000 e i 31.500. Quelli russi valutavano che l’esercito del Califfo potesse contare su 70.000 uomini di diverse nazionalità, mentre Fuad Hussein, il capo di stato maggiore del presidente curdo Barzani, ha recentemente dichiarato che sono almeno 200.000 i miliziani nelle file di ISIS.

Gli uomini che compongono le milizie di Al-Baghdadi sono sicuramente ben guidati - gli ufficiali sono in maggioranza ex dell’esercito iracheno esperti nella guerra gi guerriglia in territori desertici -, ben armati - grazie alle armi che il Generale Petreus aveva dato alle tribù sunnite irachene per cercare di pacificare il Paese, a quelle donate dall’occidente ai ribelli siriani e alle grandi risorse finanziarie di cui il Califfato dispone – e, infine, motivati e disposti a morire per la loro causa.

“Certamente non si tratta di poche decine di migliaia – dice Hussein Hatoun, analista militare libanese – così pochi uomini non sarebbero sufficienti per controllare l’ampio territorio nelle mani di ISIS e, contemporaneamente, proseguire nell’avanzata”.

Lo Stato Islamico esercita il suo potere su quasi la metà del territorio siriano e un terzo di quello iracheno. Circa 350.000 chilometri quadrati, più dell’Italia, con 14 milioni di abitanti che rappresentano anche una grande risorsa per il reclutamento di nuovi miliziani.

“Ci sono segnalazioni di molti giovani volontari siriani e iracheni che aderiscono a ISIS. Prima dell’offensiva della scorsa estate uno studio dell’ufficio del Consigliere per la sicurezza nazionale di Baghdad aveva evidenziato come ogni volta che i jihadisti conquistavano un villaggio il loro numero cresceva da cinque a dieci volte quello iniziale”.

Nei territori che occupa ISIS cerca di rimodellare a sua immagine la società e attua azioni di proselitismo che arrivano nel profondo del tessuto sociale. Inoltre, in regioni già povere prima del conflitto e con poche opportunità di lavoro, i 400 $ al mese pagati da ISIS per molti possono rappresentare una buona occasione.

Quale tra le tante valutazione è vicina alla realtà di ISIS? Per rispondere a questa domanda è necessario prima di tutto considerare la grande estensione del territorio occupata da ISIS e la grande quantità di obiettivi colpiti dai bombardamenti della Coalizione internazionale a partire da agosto scorso.

Tenendo conto di questi fattori, diventa chiaro non solo che le valutazioni maggiori sono le più plausibili, mentre appaiono irrealisticamente basse quelle dei servizi segreti americani.

La cifra di 200.000 combattenti ISIS è la più probabile e include: il personale di supporto (Ansar), la polizia (hisba), le milizie locali, le guardie di frontiera, i paramilitari associati a vari organi di sicurezza del gruppo (Mukhabarat, Assas, amniyat, e AMN al-Khas), e militari in addestramento. Il numero di combattenti effettivi di ISIS dovrebbe essere più basso, questi si dividono tra le forze regolari (Jund), l'elite paramilitare (inghimasiyun, che da sola dovrebbe contare fino a 15.000 membri), e lo squadrone della morte (dhabbihah).

Comprendere la reale consistenza della forza combattente di ISIS e necessario per decidere strategie e tattiche di contrasto. Non si tratta, però, solo di quantità.

In un periodo estremamente breve le formazioni dell’ISIS hanno sviluppato efficaci e micidiali tattiche di combattimento. Fortemente motivati e pronti a morire per la loro causa gli uomini del Califfato impiegano con estrema abilità kamikaze, mine e cecchini, ma soprattutto sono capaci di usare con perizia armi e mezzi catturati al nemico nell’avanzata. Professionisti che velocemente hanno imparato a usare carri armati e pezzi di artiglieria pesante statunitensi, bottino della conquista di Mosul, o armi di fabbricazione russa sequestrate nell’avanzata in Siria. Questo è reso possibile dalla presenza nelle file di ISIS di numerosi ex-soldati iracheni e siriani.

“Sono motivati e combattono fino alla morte – dice ancora Hatoun – e conoscono perfettamente il territorio dove agiscono, ma sono pericolosi anche perché ben addestrati. Per esempio, hanno ottimi cecchini. Per essere un buon cecchino non è sufficiente solo sparare con precisione, ci vuole molta disciplina per restare ore o giorni fermo in un posto ad aspettare l’obiettivo”.

Anche se all’apparenza le forze dell’ISIS non sembrano enormi. Le esperienze passate come l’Afghanistan hanno, però, insegnato ai responsabili militari occidentali che in queste guerre non conta solo il numero degli armati.

In questo quadro appare piuttosto sterile la risposta delle cancellerie occidentali alla crisi. Non si cerca una soluzione reale e definitiva, che dovrebbe essere politica e capace di coinvolgere la finanza internazionale e il mercato nero del petrolio. Ci si affida a bombardamenti che no danno risultati concreti e che spesso colpiscono anche la popolazione civile. Tagliare i finanziamenti e i legami politici del Califfato infliggerebbe un duro colpo alla sua strategia di espansione. Probabilmente è un’utopia pensare a modifiche delle alleanze occidentali con i paesi del Golfo, specie Arabia Saudita e Qatar che hanno pesanti responsabilità sulla crescita dell’estremismo sunnita nel mondo arabo, o avviare processi di collaborazione con l’Iran. 

In questo quadro una reazione che vuole essere soprattutto militare non può certo limitarsi a bombardare il deserto. Se gli interessi regionali e internazionali prevedono solo la guerra come soluzione questa, prima o poi, dovrà essere combattuta sul terreno.

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