Israele al voto: la mappa dei partiti

Il 17 marzo i cittadini israeliani saranno chiamati alle urne per eleggere la XX Knesset. Il sistema israeliano, proporzionale puro con una soglia di sbarramento piuttosto bassa (3,25%; alle ultime elezioni era il 2) non favorisce certo la stabilità e così non stupisce più di tanto che dall’ultima tornata elettorale siano passati solo due anni.

Tel Aviv, Israel Israel's Prime Minister Benjamin Netanyahu (R) and Isaac Herzog, Co-leader of the centre-left Zionist Union, are pictured together as campaign billboards rotate in Tel Aviv, March 9, 2015. Israelis will vote in a parliamentary election on March 17, choosing among party lists of candidates to serve in the 120-seat Knesset. Currently, polls show Netanyahu's Likud party and the centre-left Zionist Union opposition running neck-and-neck, with each predicted to win around 24 seats in the Knesset. REUTERS/Baz Ratner
A complicare le cose, si aggiunge la peculiarità del quadro politico di Israele che, come aveva spiegato a East nelle scorse settimane il grande studioso di demografia ebraica Sergio Della Pergola, “si muove su tre grandi assi: il primo è quello della politica estera e militare, della difesa, della visione sulla pace; poi vi è quello, legato al rapporto tra Stato e religione, mentre l’ultimo è comune a tutti i paesi del mondo, la politica economica. Bisogna tenere a mente che rispetto a ciascun pilastro ogni partito si colloca più a destra o più a sinistra senza una tendenza univoca”. Comprendere davvero cosa rappresentino e dove si collochino i vari partiti (e i loro rappresentanti) non è dunque facile. Ecco una guida alle principali formazioni (quelle cioè che secondo i sondaggi hanno certezza o ottime probabilità di superare la soglia di sbarramento). Ricordando che laddove la coalizione si deve formare dopo le elezioni, con il leader di ciascun partito che esprime al presidente la propria preferenza per l’incarico di formare il governo, ogni singola formazione, anche la più piccola, può risultare decisiva.

 

Likud

Come non partire dal Likud, il partito che nelle ultime due legislature ha espresso il premier, Benjamin Netanyahu. La parola in ebraico significa “consolidamento”, ma evoca anche l’idea di raggruppare qualcosa insieme. Fondato nel 1973 da Menachem Begin, padre nobile della destra politica israeliana, il partito pose fine a quello che per i primi trent’anni dello Stato d’Israele era stato un dominio incontrastato dei laburisti. Netanyahu guida il partito dai primi anni Novanta (l’inizio del suo primo mandato come premier risale al 1996). Negli ultimi tempi il Likud che tradizionalmente è stata la voce del centro-destra liberale israeliano è lentamente scivolato verso posizioni più oltranziste, con Bibi, come viene chiamato in Israele, che ne rappresenta l’ala moderata. Fautore di una politica economica incentrata sulla libera concorrenza, non altrettanto chiare sono le posizioni del partito rispetto alla questione palestinese: in linea di principio Netanyahu si è dichiarato favorevole alla soluzione di due stati con uno stato palestinese smilitarizzato, ma in molti lo accusano di non dare seguito con le azioni alle sue parole.

Nelle precedenti elezioni il Likud ha ottenuto 32 seggi in una lista congiunta con Yisrael Beytenu. In seguito i due partiti si sono separati lasciando il Likud agli attuali 18 seggi. Oggi i sondaggi lo danno a 21/22 parlamentari.

Machanè tzioni

Machanè Tzionì (“Il campo sionista”) è stata la grande novità di questa tornata elettorale nella sinistra israeliana. Dopo anni in cui il Labor (fondato nel 1968 dalla fusione di più partiti) sembrava destinato a rimanere nell’angolo dell’azione politica israeliana, Yitzhak Herzog, detto Bouji, nuovo leader laburista dai nobili natali (suo padre fu presidente d’Israele, suo nonno rabbino capo) ha spiazzato tutti, accordandosi per una coalizione tra il suo partito e Hatnua (il movimento) di Tzipi Livni, portatore di posizioni centriste. Se in molti hanno sottolineato come per il molto più affermato partito laburista l’accordo sia particolarmente svantaggioso (perché in caso di vittoria, i due leader metteranno in atto una rotazione della premiership, che assumeranno due anni ciascuno), i sondaggi e gli analisti sembrano dare loro ragione, con i potenziali elettori felici di poter contare su una maggiore unità tra schieramenti simili. Tra l’altro, Machanè Tzionì promette di rilanciare i negoziati bilaterali con l’Autorità nazionale palestinese (pur sottolineando come la pace rimanga oggi un obiettivo difficile da raggiungere e attualmente impossibile da promettere considerando la complessità dell’attuale quadro geopolitico). Forte l’impegno in campo sociale: la promessa è abbassare il costo delle case e rilanciare il welfare. Le proiezioni danno al ticket 25 parlamentari.

Yesh Atid

Yesh Atid (“C’è futuro”) è stato il grande vincitore morale delle elezioni di gennaio 2013. Fondata solo pochi mesi prima dal popolarissimo giornalista Yair Lapid, la formazione centrista, che ha promesso di farsi bandiera delle esigenze della classe media, nell’ultima legislatura ha ottenuto 19 seggi. Parte della coalizione di governo, sia il partito, sia il leader Yair Lapid, che ha accettato dopo molte resistente la patata bollente del ministero delle Finanze, hanno in parte deluso i propri sostenitori, che nei 18 mesi di attività non hanno visto mantenute molte delle promesse e delle aspettative. Il licenziamento di Lapid come ministro delle Finanze da parte di Netanyahu (insieme a quello di Tzipi Livni come ministro della Giustizia) è stata proprio la causa della caduta del governo, prima che potesse essere passato uno dei provvedimenti bandiera di Yesh Atid: l’abolizione dell’Iva sulla prima casa per le giovani coppie. Lapid ha lasciato aperta la porta al suo sostegno sia a Netanyahu che a Herzog come premier, anche se esponenti del partito hanno espresso una preferenza per quest’ultimo. Le ultime proiezioni attribuiscono al partito i suoi 12 seggi.

Habaiyt Hayehudì

Habayit Hayehudì (La Casa ebraica) è stata la seconda rivelazione dell’ultima tornata elettorale, guadagnandosi 12 seggi ed entrando a far parte del governo, con la guida del leader quarantenne Naftali Bennett, miliardario impegnato nell’high tech.

La formazione si colloca a destra del Likud in termini di approccio alla politica estera e alla questione palestinese, per cui propone esplicitamente una soluzione basata sull’idea di annettere la parte dei Territori palestinesi o, Giudea e Samaria, dove maggiore è la presenza di insediamenti israeliani, conferendo la cittadinanza ai palestinesi residenti di quelle aree (anche se alcuni dei parlamentari invocano l’annessione completa dell’area, suggerendo un modello di stato bi-nazionale). Da un punto di vista della politica economica, Habayit Hayhudì propone di rafforzare il libero mercato e la libera concorrenza. Il principale bacino elettorale del partito sono gli abitanti degli insediamenti stessi e in particolare coloro che si riconoscono nei valori del sionismo religioso.

Secondo i sondaggi, il partito dovrebbe confermare i suoi 12 deputati.

Kulanu

Kulanu (“Tutti noi”) è la novità centrista delle elezioni 2015. È stato fondato alla fine del 2014 dall’ex Likud Moshe Kahlon, che aveva lasciato la vita politica nel 2013 dopo essersi fatto conoscere dal pubblico in particolare come ministro delle Telecomunicazioni, passando una riforma che ha abbassato vertiginosamente i costi della telefonia. La formazione ha una piattaforma prettamente economica, che punta sulla capacità di ridurre il costo della vita per i ceti deboli e la classe media. Da un punto di vista della politica estera e delle relazioni internazionali, significativa è la candidatura in lista dell’ex ambasciatore di Israele a Washington Michael Oren. Kahlon non ha voluto sbilanciarsi rispetto a chi indicherà al presidente Reuven Rivlin come preferenza per l’incarico di formare il governo, se Netanyahu o Herzog. Dopo un iniziale exploit che proiettava Kulanu oltre i 10/12 seggi, gli ultimi rilevamenti parlano di 8 parlamentari.

Yisrael Beitenu

Yisrael Beitenu (“Israele casa nostra”), un tempo il più stretto alleato del Likud, al punto da formare con esso alle ultime elezioni una lista unica ha fatto tradizionalmente riferimento nella sua quindicennale storia al bacino degli immigrati dall’Ex Unione Sovietica. Collocato nell’area dell’estrema destra di stampo laico, negli ultimi mesi la formazione ha subito una caduta libera nei sondaggi dovuta a una sequenza di scandali, ma anche, secondo molti analisti, al progressivo inserimento del suo tradizionale pubblico all’interno della società israeliana. Il suo leader Avigdor Lieberman, già ministro degli Esteri, sta tentando un riposizionamento verso il centro. Tra le sue proposte vi è una soluzione alla questione palestinese basata su scambi di territori in base alla popolazione, in modo da includere nello stato di Israele la maggior parte degli abitanti di religione ebraica e nel futuro stato palestinese la maggior parte della popolazione araba (inclusi coloro che hanno la cittadinanza israeliana), e un rafforzamento delle politiche sociali per gli strati più poveri della realtà israeliana, in particolari i nuovi immigrati. Dai 13 parlamentari di Beytenu che si contavano in questa legislatura, secondo i sondaggi il partito dovrebbe passare a 5.

Meretz

Meretz (“Vigore”) è il più a sinistra dello spettro dei partiti israeliani. Fondato nel 1992, è guidato da Zahava Gal-On e presenta una piattaforma che mette particolarmente in rilievo la social-democrazia, la laicità e i diritti umani (sulla questione palestinese si batte per la soluzione dei due stati). Il loro supporto per la premiership è per il laburista Herzog. Nelle elezioni 2013 Meretz ha ottenuto 6 parlamentari, raddoppiandone il numero rispetto alla precedente legislatura. I sondaggi prevedono che in queste elezioni potrebbero scendere a cinque.

Shas

Lo Shas (acronimo per Shomrei Sfarad, “Guardie sefardite”) è la formazione haredi (parola che letteralmente significa “timorata”, ma viene spesso tradotta come “ultra-ortodossa”) cui più fanno riferimento gli israeliani di origine sefardita, cioè gli ebrei provenienti dai paesi arabi. Basato su una piattaforma dai forti connotati sociali e in sintonia con i valori religiosi, il partito si rivolge non soltanto ai haredim stessi, ma più in generale agli strati della popolazione più deboli e tradizionalisti. Fondato nel 1984 dal rabbino Ovadia Yosef, che pur scomparso nel 2013 ne rimane il punto di riferimento spirituale, il partito ha subito una scissione in seguito alle contrapposizioni fra i due leader Arieh Deri, che ne ha mantenuto la guida, ed Eli Yishai, che ne è fuoriuscito. Dalla sua fondazione Shas ha fatto parte di quasi tutte le coalizioni di governo grazie alla grande flessibilità sulla maggior parte delle tematiche, politica estera compresa, a esclusione di quelle più vicine ai propri elettori (come il sostegno alle famiglie numerose), meccanismo che non si è ripetuto nell’ultima legislatura, dove uno dei temi forti ha rappresentato l’introduzione della leva obbligatoria per gli studenti delle yeshivot haredim. I sondaggi gli attribuiscono 7 seggi (dagli 11 dell’attuale Knesset).

Yahadut HaTorah

Yahadut HaTorah (Unione della Torah) è il partito haredi ashkenazita. A differenza di Shas, tradizionalmente la formazione si rivolge più specificamente al proprio pubblico di riferimento, gli ebrei haredim ashkenaziti (cioè provenienti dall’est Europa). Anche Yahadut HaTorah ha rappresentato un partner di molte coalizioni di governo di sinistra e di destra (ma non dell’ultima) per le medesime ragioni di quanto accaduto per lo Shas. Secondo le proiezioni dovrebbe ottenere 6 seggi (nel 2013 ne vinse 7).

Yachad

Yachad (“Insieme”) è il partito nato negli scorsi mesi dalla scissione dello Shas. Sebbene i valori che il partito dichiara di tutelare siano simili a quelli di Shas, estremamente controversa è stata la scelta del suo leader Eli Yishai di stipulare un’alleanza con il partito della destra più estrema d’Israele Otzma Yehudit (Forza ebraica) per assicurarsi il superamento della soglia di sbarramento del 3,25 per cento. I sondaggi danno a Yachad cinque seggi.

United (Arab) list

Prima ancora delle elezioni, la Lista unita dei partiti arabi rappresenta già una svolta storica nel panorama della politica israeliana. Dopo la riforma che ha innalzato la soglia di sbarramento infatti, i tre partiti arabi (comunista, nazionalista e islamista) hanno deciso di presentarsi in un blocco unico, nonostante le profonde differenze ideologiche. Il risultato è una lista che potrebbe ottenere secondo i sondaggi, circa 13 parlamentari, e dunque essere in grado di avere una reale influenza sul processo politico (i cittadini arabo-israeliani rappresentano circa il 20% della popolazione). Nella storia di Israele i partiti arabi non sono mai entrati in un governo, e il leader Ayman Odeh ha escluso che accada stavolta, pur esprimendo una preferenza per Herzog. Dunque potrebbe profilarsi un'impasse in cui i leader delle formazioni che contano nel complesso la maggioranza dei parlamentari della Knesset indicano la guida di Machanè Tzionì come il candidato preferito a formare la coalizione, ma non altrettanti sono disponibili a farvi parte (e in questo caso alcuni hanno profilato l’ipotesi di un possibile appoggio esterno della Lista araba a un governo di centro-sinistra).

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GUALA
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