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Israele: dalla guerra con Hamas della scorsa estate alle attuali violenze. Cosa sta succedendo?

Questo autunno è nuovamente esplosa la violenza in Israele e nei territori palestinesi, a un livello che non si vedeva dalla guerra a Gaza dell'estate 2014. Dal primo ottobre non è passato un giorno senza scontri, in particolare in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Secondo le ultime stime la miriade di attentati delle scorse due settimane (spesso opera di “lupi solitari” palestinesi armati solo di coltello, o che si gettano sui passanti con la propria autovettura), e la risposta (sproporzionata secondo le accuse) delle forze di sicurezza di Tel Aviv, avrebbero causato nove morti e decine di feriti israeliani, e ventisette morti (tra cui diversi attentatori) e centinaia di feriti palestinesi.

A Palestinian protester uses a sling to hurl stones towards Israeli troops during clashes near the Jewish settlement of Bet El, near the occupied West Bank city of Ramallah October 5, 2015. REUTERS/Mohamad Torokman

Il clima era diventato rovente già a settembre, quando – alla vigilia delle festività ebraiche e musulmane – si erano registrati scontri nella Spianata delle moschee, luogo sacro per entrambe le religioni (qui gli ebrei ritengono fosse collocato il Tempio distrutto dall'imperatore romano Tito nel 70 d.C.). In particolare il 13 settembre le forze di sicurezza Israeliane avevano fatto irruzione nella moschea Al Aqsa per – secondo la loro ricostruzione – neutralizzare un gruppo di giovani palestinesi che avevano portato molotov e pietre nel luogo di culto, con l'intenzione di colpire i fedeli ebrei che nei giorni successivi avrebbero visitato la Spianata in occasione del capodanno ebraico e del Sukkot (festa dei Tabernacoli). Le conseguenti restrizioni all'accesso alla Spianata per i fedeli musulmani – specie durante il periodo festivo del Eid al Adha (festa del Sacrificio, quello che Abramo era disposto a fare uccidendo Isacco) -, e la “visita” di alcuni parlamentari israeliani avevano scatenato le proteste dei palestinesi (nel 2000 fu proprio la “passeggiata” sulla Spianata del leader del Likud, Ariel Sharon, a scatenare la Seconda Intifada). In particolare veniva lamentata – tanto da al Fatah quanto da Hamas - la violazione dello “status quo” (patrocinato da ultimo dalla Giordania nel novembre 2014, per svelenire il clima che si era creato) che, tra le altre cose, garantiva a palestinesi e giordani il controllo all'interno della Spianata.

Avendo quindi il governo israeliano fatto presidiare dalle forze di sicurezza la Spianata, le proteste palestinesi esplodono altrove. Alle manifestazioni con lanci di pietre e molotov si affiancano presto gli attentati. Il primo ottobre vengono assassinati due israeliani in una sparatoria in Cisgiordania. Il tre ottobre vengono accoltellati e uccisi altri due israeliani nella Città Vecchia a Gerusalemme. I giorni seguenti vedono uno stillicidio di attacchi all'arma bianca tanto nei territori palestinesi quanto in Israele. L'apparato di sicurezza israeliano compie retate per arrestare i responsabili – quelli del duplice omicidio del primo ottobre vengono identificati in alcuni uomini di Hamas - e reprime con violenza le proteste di migliaia di giovani palestinesi. Un tredicenne muore, ucciso “per sbaglio” dai soldati di Tel Aviv. Centinaia di palestinesi rimangono feriti negli scontri con le forze israeliane. La rabbia continua a montare, da ambo i lati. Un fanatico israeliano accoltella quattro arabi a Neghev. Il sindaco di Gerusalemme Nir Barakat esorta chi è in possesso del porto d'armi a girare armato, specie ex soldati «con esperienza operativa di combattimento». Il premier israeliano Netanyahu prova a svelenire il clima, garantendo che lo status quo sulla Spianata non verrà modificato, e proibendo ai parlamentari israeliani di recarsi sul luogo. Ma non basta. Altri attentati continuano a susseguirsi, da ultimo due terroristi palestinesi hanno attaccato un autobus israeliano, ferendo 16 passeggeri (alcuni in modo grave). Nessuno sa dire con certezza quando questi episodi potrebbero terminare. Hamas intanto comincia a lanciare razzi sul territorio israeliano da Gaza, e l'aviazione israeliana risponde. Netanyahu manda sei compagnie dell'esercito nelle città israeliane per aiutare la polizia a prevenire ulteriori attentati e prevede la possibilità di sigillare i quartieri arabi di Gerusalemme in caso di violenze di strada. Lo spettro di un altro conflitto si fa sempre più reale.

«Nessuno degli attori istituzionali palestinesi ha molto da guadagnare da questa nuova fiammata di violenze. Nemmeno Hamas», spiega Yezid Sayigh, senior associate del Carnegie Middle East Center. «Hamas non ha pianificato questa situazione. Alcuni suoi membri possono essere coinvolti negli attentati (in particolare nell'omicidio della coppia di israeliani del primo ottobre), ma credo si tratti di azioni non pianificate centralmente, portate avanti in modo isolato da pochi soggetti. Ovviamente Hamas sta cavalcando le proteste, e ha anche lanciato alcuni razzi su Israele. Non può infatti correre il rischio di perdere la presa sulla propria base di consenso, magari a favore di gruppi estremisti salafiti, simpatizzanti dello Stato Islamico o anche sue componenti interne più fanatiche. D'altro canto Hamas non vuole rompere la tregua siglata con Israele dopo la guerra di Gaza dell'estate 2014. Non le conviene politicamente e in ogni caso non è abbastanza forte, non si è ancora ripresa dall'ultimo conflitto. Possiamo dire che Hamas è bloccato in una situazione che non vorrebbe ma da cui non si può dissociare.  Il suo unico tornaconto è di breve termine: può sperare di erodere il consenso dei moderati di Fatah. Avendo il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, puntato tutto sulla via del dialogo, queste violenze non gli convengono e, anzi, cerca di invitare alla calma. Hamas, dicevo, può lucrare su questa posizione “debole” di Abbas e del suo partito Fatah, ma non essendoci nemmeno delle elezioni in vista non è che destabilizzare il potere palestinese in Cisgiordania le sarebbe poi tanto utile».

Se i partiti palestinesi, Fatah e Hamas, sembra che non abbiano molto da guadagnare dal clima di scontri e violenze, altrettanto pare si possa dire per Netanyahu. Il premier israeliano ha vinto le scorse elezioni promettendo soprattutto sicurezza ai suoi elettori, la prospettiva di una “terza intifada” (già si discute se sia in corso o meno) per lui sarebbe un grave danno. Secondo diversi esperti europei sta provando ad ammorbidire le proprie posizioni, evitando – come invece richiesto dal laburista Herzog – di isolare la Cisgiordania,  proibendo ai parlamentari israeliani di recarsi sulla Spianata, ammettendo pubblicamente di aver rallentato la costruzione di colonie per cercare maggior consenso internazionale alla sua lotta contro il terrorismo. La linea della calma (comunque “relativa”, considerati i bombardamenti su Gaza, il dispiegamento dell'esercito e la ripresa delle demolizioni delle case dei terroristi, interrotte da anni in quanto considerate inefficaci come deterrente) potrebbe però non essere destinata a durare. La sua base elettorale gli chiede maggior forza nella reazione contro i palestinesi, e il suo partito – il Likud - subisce la concorrenza delle formazioni di estrema destra religiosa e dei coloni. Il quadro complessivo sembra dunque vedere i protagonisti più come vittime che artefici di eventi che non sono poi in grado di controllare.

«Per quanto riguarda i palestinesi è da notare come queste proteste, questi attacchi, nascano da azioni individuali. C'è una chiara mancanza di una struttura organizzata. I giovani palestinesi sono mossi dalla frustrazione e dalla assenza di prospettive: l'economia va male, i colloqui di pace sono fermi e non sono in vista elezioni per cambiare la dirigenza palestinese. Insomma – conclude Yezid Sayigh –  visto che i partiti tradizionali non offrono più alternative, invece di aderire ad essi e partecipare a eventuali azioni pianificate, finisce che molti giovani cedono alla esasperazione e fanno da soli». Le prossime settimane diranno se le violenze che nascono da questa disperazione possono ancora essere controllate da una classe dirigente in larga parte delegittimata o se finiranno col travolgerla, causando un'escalation che potrebbe anche portare a una nuova guerra con Israele. Gli analisti danno a queste due opzioni le stesse chance.

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