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Una legge ad personam basterà a salvare Bibi Netanyahu?

L'opposizione l'ha ribattezzata "legge Netanyahu", perché è convinta sia stata pensata ad hoc per proteggere dalla stampa il premier, indagato per corruzione. Ma non è detto che sia sufficiente a garantirgli un futuro politico

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu partecipa alla riunione settimanale del governo a Gerusalemme il 19 novembre 2017. REUTERS / Ronen Zvulun
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu partecipa alla riunione settimanale del governo a Gerusalemme il 19 novembre 2017. REUTERS / Ronen Zvulun

Gerusalemme - La “legge Netanyahu” ha fatto un passo avanti. Lunedì scorso il Parlamento israeliano ha votato il primo passaggio di un provvedimento di cui in Israele si discute da mesi e che, secondo l’opposizione e parte della stampa israeliana, è stato pensato ad hoc per difendere il Primo ministro. La legge ad personam aiuterebbe Benyamin Netanyahu nella gestione delle indagini per corruzione in cui è coinvolto, due procedimenti distinti chiamati “Caso 1000” e “Caso 2000”.

Il testo approvato lunedì con 46 parlamentari favorevoli e 37 contrari dovrà superare ancora due votazioni da parte della Knesset, ma se dovesse diventare legge la polizia non sarà più autorizzata a dichiarare pubblicamente se ha raccolto elementi sufficienti per sostenere un’accusa, tenendo i cittadini all'oscuro fino a quando il Procuratore generale avrà deciso se rimandare a processo la persona al centro delle indagini. In questo caso il Primo ministro.

La bozza originale prevedeva che il Procuratore non potesse richiedere il parere della polizia prima di decidere, ma la versione attuale rivela che il cuore del problema è il rapporto con la stampa. «Il pubblico non ha bisogno di sapere tutto. Sarà informato delle cose alla fine» ha dichiarato al canale della Knesset David Bitan, il capo della coalizione di maggioranza. David Amsalem, il parlamentare del Likud che ha proposto la legge, è stato ancora più chiaro: «Il mio punto di vista è quello della fuga di notizie». A sigillo di tutto poi la legge propone un anno di carcere per scoraggiare i funzionari dal passare informazioni ai giornalisti.

Le preoccupazioni iniziali riguardavano il fatto che la legge avrebbe ritardato le indagini della polizia, un lavoro durante il quale Netanyahu è già stato interrogato sei volte da membri del Lahav 433, l’Unità speciale anticorruzione. Il primo caso in cui è coinvolto ha a che fare con champagne e sigari e altri regali che il Primo ministro avrebbe ricevuto da uomini d’affari, come il produttore di Hollywood di origine israeliana Arnon Milchan. Il “Caso 2000” invece è un’indagine sul presunto accordo che Netanyahu avrebbe concluso con Arnon Mozes, l’editore del quotidiano Yediot Ahronot, per ottenere una copertura positiva.

Netanyahu nega ogni accusa e ripete una frase ormai famosa: «Non ci sarà niente perché non c’è niente». Il testo votato lunedì comunque non presenterebbe un ostacolo alle indagini nei confronti di Netanyahu perché il Procuratore generale manterrebbe il potere di consultare la polizia per quanto riguarda casi già avviati. Il vero punto dolente sarebbe la possibilità per la stampa di occuparsi delle indagini e informare i cittadini.

L’impatto reale di questo provvedimento è ancora da capire ma pareri contrari arrivano da parecchie direzioni: polizia, Procuratore di Stato e Procuratore generale e con veemenza dalle file dell’opposizione. Yair Lapid, il leader del partito di centro Yesh Atid, ha dichiarato che «questa è una legge per Netanyahu. E’ scritta su misura per pochissime persone. Gli unici a trarne beneficio sono politici, capi mafia e politici che si comportano come capi mafia»,

Tamar Zandberg, deputata del partito di sinistra Meretz, ha definito il testo «un provvedimento corrotto per proteggere un Primo ministro corrotto». I sostenitori del testo invece affermano che questa sia una legge pensata per difendere i diritti di chi è sotto indagine ed evitare di sottoporre persone innocenti a una gogna mediatica inutile.

Le tensioni provocate dal provvedimento arrivano in una fase delicata. Una delle teorie che circolano da tempo è che se Netanyahu dovesse venire accusato e affrontare un processo potrebbe rassegnare le dimissioni o indire elezioni anticipate per dimostrare di avere la fiducia dei cittadini. Cosa succederebbe a quel punto però non è scontato.

Due sondaggi voluti dal canale Channel 10 e dalla Israeli News Company pubblicati a inizio novembre mostrano che se gli israeliani votassero ora il Likud potrebbe perdere voti e che quelle preferenze verrebbero assorbite dal partito dell’opposizione Yesh Atid. Ma anche in quel caso né il blocco della destra né la coalizione di sinistra avrebbero una maggioranza decisiva. Il risultato dei sondaggi confermerebbe un’analisi dello storico israeliano Gershom Gorenberg pubblicata dal Washington Post. Osservando i risultati delle ultime tornate elettorali Gorenberg fa notare che a partire dal 2009 il Likud ha perso seggi. A piccoli passi ma con continuità. Al di là delle apparenze, scrive lo storico, “le placche tettoniche della politica israeliana si stanno muovendo”.

@federicasasso

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