Israele-Libano: la guerra promessa

Venti di guerra tra Israele e Libano. La tensione sale, entrambe le parti si scambiano minacce in un grande gioco regionale che coinvolge Hezbollah Iran USA e Siria.

Soldati israeliani in una pausa durante un'esercitazione. REUTERS/Amir Cohen
Soldati israeliani in una pausa durante un'esercitazione. REUTERS/Amir Cohen

BEIRUT - Alle spalle la valle del mare di Galilea, a sinistra il Golan, davanti il Libano. Dalle colline di Metulla il confine Nord di Israele è un ammasso di fili spinati, torrette d’avvistamento e campi minati. Una macchina dell’esercito israeliano costeggia lenta l’ultima rete che segna la fine del centro abitato, mentre un leggero chiacchiericcio proveniente da una casa interrompe il silenzio. La terra di nessuno conta solo poche centinaia di metri, ma la distanza tra i due Paesi è un solco molto più profondo e radicato nella storia. Tre invasioni, nel ’78, ’82 e 2006, una pace mai raggiunta e il ricordo vivido delle violenze. L’estate del 2017 è stata la stagione del ritorno alla retorica di guerra. La stagione delle preoccupazioni e delle dichiarazioni minacciose, delle esercitazioni e delle pressioni Usa sulla missione Unifil. E mentre il livello della tensione percepita cresce, ci si interroga su quanto siano concreti gli avvertimenti e gli ultimatum da parte di entrambe le parti.

I fatti 

Il 4 settembre è iniziata nel Nord di Israele la più grande esercitazione militare dell’IDF dal 1998 ad oggi. 30mila uomini, tra regolari e riservisti, hanno simulato per 10 giorni in due scenari principali, nel Golan e nell’area a Nord del mare di Galilea, un conflitto contro il Libano. È stato lo stesso Premier Benjamin Netanyahu una settimana prima a spiegarne i motivi, “l’Iran vuole trasformare la Siria in una base militare di appoggio con l’obiettivo dichiarato di sradicare Israele ed è per questo che sta costruendo siti di produzione di missili di precisione in Siria e in Libano”. Fabbriche che secondo il generale Herzl Halevi avrebbero una collocazione geografica ben precisa nel Paese levantino. Secondo i vertici militari israeliani, i siti si troverebbero a Tiro e ad Hermel. Le accuse del governo hanno trovato la risposta decisa del Premier libanese Saad Hariri, “Israele sa che in Libano non vi è nessuna fabbrica per la produzione di missili”. Ma le grandi manovre di settembre sono soltanto l’ultimo caso di un’estate segnata da un incremento dei venti di guerra tra i due Paesi. A metà giugno Cipro è stata protagonista di un’altra esercitazione dell’IDF. 400 uomini delle forze speciali dello Stato ebraico hanno simulato sui monti Troodos uno scenario di conflitto nel Sud del Libano. Ad accrescere la tensione c’è stata poi la pressione statunitense e israeliana sul rinnovo del mandato di peacekeeping della missione Onu al confine Sud del Libano. “Beary è l’unica persona cieca di fronte a ciò che sta facendo Hezbollah, ha dimostrato un’imbarazzante mancanza di comprensione di ciò che accade intorno”, le parole di Nikki Haley, ambasciatrice di Washington alle Nazioni Unite, rivolte con tono offensivo al comandante della missione Unifil Michael Beary. Il 31 agosto il consiglio di sicurezza dell’Onu ha rinnovato il mandato alle forze di peacekeeping, aggiungendo un paragrafo nel quale si incarica il Segretario Generale delle Nazioni Unite di valutare altre modalità per potenziare gli sforzi delle Forze di Interposizione in Libano, mirate al rafforzamento della loro presenza e delle operazioni di controllo sul territorio. Altro elemento destabilizzante sono stati i numerosi raid israeliani, pochissimi riconosciuti ufficialmente, in Siria che si ripetono dal 2013 ad oggi con sempre maggiore frequenza. Gli obiettivi delle missioni sono stati in gran parte convogli e depositi di armi di Hezbollah. L’ultimo caso è datato 7 settembre 2017, quando caccia israeliani, violando lo spazio aereo libanese, hanno lanciato missili contro un "impianto militare nei pressi di Masyaf", 35 chilometri a ovest di Hama in direzione della costa mediterranea. Ma l’escalation vera e propria è stata dialettica. Mentre i vertici del Partito di Dio si sono dimostrati “tiepidi” di fronte ai bombardamenti del governo israeliano in Siria, non hanno rinunciato alle minacce quando si è trattato di difendere l’integrità territoriale del Libano. "Qualsiasi forza israeliana che tenterà di entrare in Libano si troverà di fronte ad una nuova schiacciante sconfitta e umiliazione - le parole di Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah, di fronte alle telecamere della televisione di Partito a metà agosto - Il nostro potere è cresciuto e gli israeliani lo sanno”. Una forza temuta nello Stato ebraico. La stampa israeliana, ed in particolare il Jerusalem Post, citando fonti dell’intelligence governativa, ha più volte pubblicato articoli riguardanti il numero effettivo di miliziani Hezbollah e la disponibilità di missili a  della milizia del Partito di Dio. Dall’altra parte del confine le forze di Beirut hanno più volte denunciato gli sconfinamenti israeliani. L’8 settembre l’esercito libanese, con un documento ufficiale, ha riferito di molteplici voli di ricognizioni di droni israeliani sulle alture di Marjeyoun, mentre Hezbollah a metà agosto ha comunicato di aver scoperto un dispositivo di spionaggio nelle colline dello Chouf.

Perché inizierà una guerra tra Israele e Libano

Il consolidamento dell’asse che da Teheran tocca Baghdad, Damasco, Beirut e Gaza è il fantasma che aleggia nell’aula del Knesset, il Parlamento israeliano. Il governo non ha mai nascosto le sue preoccupazioni a riguardo. “Tutto sarà fatto per impedire l’esistenza di un corridoio sciita - le parole del ministro della Difesa Avigdor Liberman in conferenza stampa il 7 settembre - Non stiamo cercando un’avventura militare in Siria, ma siamo determinati a impedire ai nostri nemici di danneggiare o anche creare l’opportunità di danneggiare la sicurezza dei cittadini israeliani”. Evitare l’accerchiamento: sembra questo quindi il primo obiettivo del Governo Netanyahu. Per Israele si è aperta una finestra di opportunità, un corridoio temporale in cui poter agire. Hezbollah è impegnato in Siria. E se da una parte questo conflitto ha implementato le capacità di azione dell’ala militare del Partito di Dio, dall’altra ha avuto conseguenze sia in termini di morti che economiche. Nel Sud del Libano, ma non solo, le strade delle cittadine sono invase da cartelloni raffiguranti le immagini dei martiri. Hezbollah si impegna a mantenere le famiglie dei caduti e a dare assistenza ospedaliera gratuita ai feriti. Se si considera la stima fatta di 2000 miliziani deceduti in Siria dall’inizio della guerra, il bilancio del movimento ha avuto una forte impennata. La contingenza del momento è a favore di Israele. Tra Riad, Washington e Tel Aviv c’è un’intesa pressoché totale sugli obiettivi di politica estera. L’Iran mette paura. L’appoggio della monarchia saudita, nel tentativo di limitare la zona di influenza di Teheran, potrebbe far pendere l’ago della bilancia verso un attacco. Anche la coesione del movimento sciita libanese è sotto i riflettori dell’intelligence israeliana. Stando alla stampa dello Stato ebraico, il Partito di Dio starebbe vivendo un momento di difficoltà. La guerra in Siria è considerata un successo, ma i 4 anni di conflitto hanno logorato la leadership. In particolare la morte di Mustafa Badreddine, comandante Hezbollah in Siria, avvenuta nel maggio dell’anno scorso e attribuita dal movimento ad un raid israeliano, rimane poco chiara. Il capo delle forze armate di Tel Aviv, Gadi Eisenkot, ha escluso categoricamente un coinvolgimento dell’aeronautica, accusando Nasrallah di esserne il mandante. Tesi che ha trovato riscontro sulle colonne di Al-Arabiya. La testata di Dubai ha affermato, citando servizi di intelligence, che Nasrallah è stato sottoposto a pressioni per eliminare Badreddine dal Generale Qasem Soleimani, responsabile del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane all’estero. Non solo geopolitica, i motivi di contrasto tra Israele e Libano sono anche economici. A largo delle coste libanesi è stato scoperto un grande giacimento di petrolio e gas naturale, stimato rispettivamente per 850 milioni di barili e 96 miliardi di metri cubi di gas. Nel 2014 Nabil Berri, Presidente del Parlamento di Beirut, ha accusato Israele di trivellare illegalmente vicino alle acque territoriali libanesi. Il possesso totale del giacimento darebbe allo Stato ebraico la possibilità di raggiungere quell’indipendenza energetica di cui necessita, considerando che entro il 2020 il fabbisogno interno energetico raddoppierà.

Perché non inizierà una guerra tra Israele e Libano

Innanzitutto per le numerose perdite di civili. Israele è consapevole della forza di Hezbollah. Secondo le affermazioni dei vertici del Movimento libanese, confermate dai report diffusi dall’IDF, la milizia detiene circa 180mila missili, tra cui anche a medio raggio, antinave e antiaereo, da poter utilizzare come rappresaglia ad un eventuale attacco. Una tale quantità di fuoco che il sofisticato sistema di difesa israeliano presentato nel marzo del 2011, l’iron dome, non potrebbe contenere. Inoltre il governo dovrà tenere conto dei siti sensibili che Hezbollah potrebbe colpire.  “Se l'esercito israeliano invaderà il Libano, attaccheremo tutti gli obiettivi strategici nei territori palestinesi occupati, compresi gli impianti nucleari”, così Hassan Nasrallah in un’intervista rilasciata nel marzo 2016. C’è poi da considerare la situazione interna libanese, completamente diversa rispetto alle guerre passate, che mostra una certa compattezza tra i maroniti e gli sciiti. “Le milizie di Hezbollah non rappresentano un pericolo per la stabilità del Libano ma, al contrario, sono necessarie per la sicurezza dello Stato libanese e rappresentano una forza complementare rispetto alle forze armate nazionali”, le ferme parole di Michel Aoun, Presidente libanese e leader del principale Partito cristiano maronita, in risposta alle pressioni di Tel Aviv sulla missione Unifil. Anche la situazione interna israeliana sembra far escludere l’inizio di un nuovo conflitto. Netanyahu ha in mano il Knesset con un Governo di coalizione. I Partiti di opposizione, ed in particolare quello laburista, non sembrano in grado di scalfire la maggioranza. Un nuova guerra potrebbe però polarizzare l’opinione pubblica israeliana, facendo perdere consensi al Likud, Partito del Primo Ministro e di maggioranza. In ultimo c’è l’incognita regionale. La Russia è uno stretto alleato iraniano in Siria e secondo il quotidiano Haaretz “i servizi di sicurezza israeliani non sono a conoscenza dell’eventuale reazione di Putin”.

Un possibile scenario

Nonostante ci sia stata una reale escalation nei toni e nei fatti, Israele potrebbe non colpire Hezbollah in Libano: troppo alta la posta in gioco e troppo rischiose le variabili in campo. La questione potrebbe quindi spostarsi interamente in Siria, dove Israele sta perseguendo una politica estera ben precisa. Da una parte, come ha rivelato il Wall Street Journal, foraggia dal 2011 con denaro, carburante e assistenza medica un gruppo ribelle chiamato Fursan al-Joulan, al confine con il Golan, per creare una zona cuscinetto di buon vicinato; dall’altra colpisce siti sensibili del Partito di Dio per indebolire il movimento e mantenere alta la pressione sull’Iran. Ma nella stagione della retorica di guerra nulla è dato per scontato e le parole dello scrittore israeliano David Grossman, durante un’intervista a La Repubblica, risuonano come monito per il futuro “È il nostro Primo Ministro che incoraggia la crescita di un sentimento di isolamento. Così facendo spinge il Paese in un angolo pericoloso. Ci porta a perpetuare una situazione di guerra: se la guerra è il tuo destino, fai di tutto per essere un guerriero migliore”.

@LemmiDavide

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