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La storia semisegreta del nucleare israeliano

Sono molti i motivi per cui Israele teme il nucleare iraniano. Soprattutto, sa bene che se uno Stato vuole davvero la bomba, avrà la bomba. E può svilupparla al riparo da occhi indiscreti, continuando poi a comportarsi come se non esistesse. Come dimostra la storia di Dimona

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa a Tel Aviv. REUTERS/Amir Cohen
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa a Tel Aviv. REUTERS/Amir Cohen

Non era certo la prima volta che il premier israeliano Benjamin Netanyahu metteva in scena una prova quasi teatrale per lanciare accuse all’Iran. A partire dalla famosa presentazione alle Nazioni Unite del 2012 con tanto di grafici a forma di bomba il leader israeliano si è più volte esposto in prima persona per convincere il mondo della pericolosità del regime iraniano e delle sue mire nucleari.

Naturalmente, dietro queste esibizioni non c’è solo genuina preoccupazione. Specialmente l’ultima arriva durante uno dei periodi più difficili della lunga permanenza al potere di Netanyahu, il quale sembra cercare in escalation retoriche (e non solo) con i nemici tradizionali dello Stato ebraico un modo efficace per distrarre l’opinione pubblica dai suoi problemi giudiziari.

Detto questo, però, non bisogna nemmeno trascurare i motivi per i quali la questione del nucleare iraniano è in grado di esercitare una tale apprensione tra gli israeliani. Nel 2015, quando l’amministrazione Obama stava portando a termine le ultime fasi dell’accordo Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), che tra pochi giorni Trump potrebbe decidere di cancellare, i due analisti Amos Yadlin e Avner Golov cercarono di spiegare le ragioni fondamentali della grande distanza di vedute fra Washington e Tel Aviv sulla questione, riassumendole in quattro punti.

Il primo è costituito dalla percezione: per Israele il nucleare iraniano è una minaccia potenzialmente mortale, mentre per Washington si tratta di una minaccia strategica. Il secondo è il fattore trauma: Israele è nata a causa delle persecuzioni dell’800-‘900 e dell’olocausto ed è pronta a tutto per evitarne un secondo. Il terzo è invece una questione di tempistica: gli Stati Uniti possono tollerare un Iran con capacità nucleari tali da poter costruire un ordigno entro un anno.

Sono, infatti, la sola nazione al mondo con le capacità militari necessarie per intervenire su larga scala e bloccare un eventuale tentativo iraniano di venir meno all’accordo e assemblare un ordigno. Israele, invece, nonostante sia la potenza militare più forte della regione, non possiede queste capacità e ciò è motivo di comprensibile ansia per i vertici israeliani. Il che porta al quarto motivo: gli Stati Uniti si sentono molto più flessibili riguardo all’Iran, flessibilità che gli israeliani, al contrario, non possono permettersi.

Valutazioni tecniche e psicologiche, quindi, erano alla base della divergenza d’opinioni fra i due storici alleati durante i negoziati per il Jcpoa. Ma, a ben vedere, a giustificare la visione israeliana vi sarebbe anche un ulteriore fattore che affonda le sue radici nei primi anni della storia del piccolo Stato: gli israeliani, probabilmente meglio di chiunque altro, sanno quanto sia relativamente facile sviluppare un programma nucleare militare al riparo da occhi indiscreti, mettendo il resto del mondo davanti al fatto compiuto.

Quella del nucleare israeliano è, infatti, tra le questioni più ambigue che hanno attraversato la storia recente del medio oriente. L’introduzione dell’arma nucleare nella regione (pare) già alla fine degli anni sessanta ha rappresentato un enorme “game-changer” strategico per i decenni a venire. Nonostante questo, e i numerosi conflitti in cui Israele è stato coinvolto negli ultimi decenni, la capacità nucleare israeliana non è stata quasi mai menzionata, né dai nemici né tantomeno dagli alleati.

Ufficialmente non esiste alcun riconoscimento da parte del governo israeliano dell’esistenza di tale programma e ogni articolo della stampa israeliana che ne parla viene revisionato dalla censura della sicurezza nazionale. Nonostante ciò, la capacità nucleare israeliana viene data per assodata sia fuori sia dentro Israele. Per l’opinione pubblica interna Dimona – il sito del Negev nei pressi del quale sorge il principale centro nucleare israeliano – è quello che in Italia sarebbe definito un segreto di Pulcinella.

Secondo il libro più accurato sulla vicenda, Israel and the Bomb di Avner Cohen, il programma venne voluto direttamente dal padre della patria di Israele, David Ben Gurion, il quale iniziò a concepirlo già nel 1956.

Il ragionamento era molto semplice: il focolare nazionale israeliano si era potuto creare grazie allo scudo del protettorato britannico. Israele si era poi sviluppata grazie all’egemonia occidentale sul medio oriente, che era continuata nel primo dopo-guerra nonostante la fine del colonialismo. La crisi di Suez del ’56 aveva però dimostrato che anche questa totale egemonia volgeva alla fine e che la piccola Israele si sarebbe presto trovata sola, senza alcuno scudo, in un mare arabo che non nascondeva in alcun modo di non voler tollerare la sua esistenza. Dalla presa d’atto di una realtà che mutava nasce Dimona.

Sempre secondo le fonti più accreditate (ma mai confermate), nel 1956 viene firmato l’accordo per la costruzione del primo reattore, nel 1959 vengono acquistate dalla Norvegia le prime partite di acqua pesante, nel 1963 il reattore raggiunge il punto critico e nel 1967 Israele assembla il primo ordigno. Sono serviti poco più di dieci anni al Paese mediorientale per raggiungere un obiettivo che in quegli anni non era stato ancora intrapreso nemmeno da potenze ben più grandi e ricche.

In un'intervista fatta da Avi Shavit – scrittore ed editorialista di Hareetz – nel suo libro La mia terra promessa, uno dei direttori del reattore di Dimona di quegli anni cruciali afferma che «non ci vuole molto a farsene una [bomba nucleare]. Se un Paese è convinto di volerne una, basta avere i mezzi e un minimo di competenze ingegneristiche per costruirsela. Se la vuoi davvero, ce l’avrai».

L’evidenza supporta la testimonianza dell’anziano ingegnere. In quegli anni Israele era infatti solo parzialmente industrializzato e doveva impegnare gran parte del proprio budget – oltre che alla propria difesa – all’accoglienza di migliaia d'immigrati che affluivano da tutto il mondo. A sostenere in segreto gli sforzi israeliani fu la Francia, che in quegli anni diveniva anch’essa potenza nucleare, ma anche con tale supporto l’impresa aveva del titanico.

A porre uno dei maggiori ostacoli, infatti, vi era anche l’opposizione degli Stati Uniti, che già allora applicavano una politica contraria alla proliferazione delle armi nucleari. Secondo la ricostruzione contenuta nel libro di Shavit, nel 1960 gli Stati Uniti sapevano già che i francesi stavano sostenendo la costruzione di un reattore nucleare in Israele.

Kennedy, diventato da poco presidente, era un deciso oppositore di qualunque proliferazione  nucleare e nel 1962 fece pressione affinché Israele concedesse agli ispettori americani l’accesso al reattore perché si assicurassero che non fossero prodotti armamenti nucleari. Essendo il progetto ancora ai primi passi, durante le prime ispezioni gli americani non scoprirono nulla. Fu solamente dopo il 1965 che le cose si complicarono; l’avanzamento del progetto era a un punto tale che solo l’intenzione di costruire armi nucleari avrebbe potuto giustificarlo.

Sempre secondo la ricostruzione contenuta nel libro di Shavit, fu a questo punto che gli israeliani cominciarono a mettere in campo tattiche di camuffamento per ingannare gli ispettori americani: “furono costruite false sale di controllo, furono murati gli accessi ai livelli sotterranei e alcuni edifici contenenti gli impianti proibiti furono imbrattati di escrementi di piccione per dare l’impressione che fossero stati abbandonati. [...] La leadership nazionale seguiva da lontano ogni istante della conversazione tra gli ingegneri e gli ispettori statunitensi. Ogni momento poteva essere critico, ogni errore fatale.” Ma “l’ispezione del marzo del 1966 si concluse senza inconvenienti, e così anche quella successiva dell’aprile del 1967”.

A questo punto Israele aveva già la bomba, e qualche anno dopo la cosa poteva essere tranquillamente ammessa da Golda Meir alle autorità americane e, soprattutto, a Henry Kissinger, che aveva radicalmente mutato l’atteggiamento statunitense verso il programma nucleare israeliano.

Nei decenni successivi la bomba israeliana è emersa talvolta nel dibattito internazionale senza però mai generare particolari picchi polemici. La verità è che la tattica finora adottata da Israele nei riguardi dei propri armamenti nucleari si è rivelata molto saggia: avere la bomba continuando a comportarsi come se essa non esistesse. Mai le autorità israeliane hanno, nemmeno implicitamente, fatto riferimento al proprio armamento definitivo, nonostante i numerosi conflitti che il piccolo stato ha affrontato nei decenni successivi. Nemmeno durante i giorni drammatici della guerra dello Yom Kippur del 1973.

Ma Israele sa bene che se uno Stato, anche con budget limitato e risorse modeste, vuole davvero il nucleare avrà il nucleare. Sa che se non vuole farlo sapere al mondo potrà non farlo sapere al mondo se non dopo il fatto compiuto. E sa che non tutti potrebbero avere la stessa saggezza mostrata da Israele in questi cinquant’anni. Alla luce di tutto questo, l’opposizione israeliana all’accordo con l’Iran, per quanto la si possa non condividere, appare perlomeno giustificata.

@Ibn_Trovarelli 

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