Ancora una volta è la Turchia a farsi retoricamente carico della causa palestinese. Tra i governanti e i media arabi del fronte anti-iraniano, Arabia Saudita in testa, sui fatti di Gaza prevale la linea del silenzio. Suggerita dalla crescente relazione strategica con Israele

Manifestanti palestinesi bruciano una bandiera israeliana con le immagini del primo ministro Benjamin Netanyahu, del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, del presidente americano Donald Trump e del principe saudita Mohammed bin Salman. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa
Manifestanti palestinesi bruciano una bandiera israeliana con le immagini del primo ministro Benjamin Netanyahu, del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, del presidente americano Donald Trump e del principe saudita Mohammed bin Salman. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa

Cinquantotto persone "sono morte" ieri a Gaza durante "degli scontri" al confine con Israele. Oppure le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno sparato e ucciso 58 gazani, ferendone altri 2700, in una guerra impari tra civili armati di pietre e l'esercito tecnologicamente più forte del Medio Oriente. Un esercito pronto a sperimentare a Gaza le ultime novità da immettere sul mercato della sicurezza.


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Sono due versioni che oggi girano sui media arabi. Proprio oggi è l'anniversario dai 70 anni della Nakba, la "catastrofe" della cacciata dai territori palestinesi, una data  che coincide con la fondazione dello Stato ebraico di Israele proclamata da Ben Gurion il 15 maggio 1948.

La prima versione, che sottovaluta anche la memoria della Nakba, appare su tutti i quotidiani del Golfo, che solo in seconda battuta lanciano una blanda condanna dell'eccidio di ieri. Il secondo è invece il caso di Al Jazeera, di Ahram e Shourouq, dei quotidiani libanesi e turchi. 

La differenza di posizioni nella regione non si limita a una mera questione di verbi attivi o passivi. 

Ieri l'unico governante a prendere una posizione ferma contro l'azione israeliana è stato Erdogan; un governante non arabo dunque che, dichiarando 3 giorni di lutto nazionale, rivendica indisturbato il monopolio di pubblica difesa della "causa palestinese". 

Assordante, al contrario, il silenzio del principe saudita Mohammad Bin Salman, che a fine marzo durante un meeting a New York con i rappresentanti delle organizzazioni ebraiche avrebbe affermato che era ora che i palestinesi accettassero le proposte di negoziato di Trump e scendessero a patti, «o che se ne stiano zitti e smettano di lamentarsi».

A differenza del suo rivale qatarino, che con Al Jazeera copre incessantemente le marce a Gaza dagli albori, anche mediaticamente l’Arabia Saudita in un mese e mezzo di marce ha mostrato uno scarso interesse per quello che sta accadendo a Gaza. Il primo venerdì della Lunga Marcia a Gaza, lo scorso 30 marzo, il quotidiano di Gedda Arab News  non scriveva una riga su come le forze israeliane avessero ucciso 23 gazani, ma apriva con un servizio sul turismo. Un disinteresse reiterato anche questa mattina dal quotidiano saudita al Arabiya, che ha aperto con un pezzo sull’operazione a un rene di Melania Trump, sostituito poi da un articolo che pubblicizza visti gratis offerti dal re saudita ai primi pellegrini che si recheranno alla Mecca durante il periodo di Ramadan.

La scelta è oculata. Durante un incontro a fine marzo, Trump e il principe saudita Mohamed Bin Salman hanno ridefinito la strategia  regionale dell’asse Washington-Riyadh: un temporaneo disimpegno in Siria, e una riduzione dell’influenza sulla regione, ha riportato un margine di manovra all’ultima, e solita, carta rimasta da giocare: il conflitto israelo-palestinese. Ed è in collaborazione con il genero di Trump Jared Kushner, che il nuovo uomo forte dell’Arabia Saudita ha abbozzato un “piano di pace” che prevede sia la rinuncia formale dei palestinesi al diritto al ritorno che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale solo di Israele, ipotizzando la costituzione di uno Stato palestinese con capitale Abu Dis.

Come l’Arabia Saudita, anche altri regimi arabi hanno intenzione di entrare in una relazione strategica con Israele in un’ottica anti-iraniana. Una riprova sullo scacchiere regionale è che nonostante Israele e Iran siano sull’orlo di un conflitto, nessuno Stato arabo ha accennato a un suo potenziale coinvolgimento in guerra contro lo Stato ebraico.

Anche gli Emirati Arabi Uniti, che insieme ad Arabia Saudita, Bahrein ed Egitto hanno formato il quartetto anti-iraniano nel corso della crisi del Golfo dell’estate scorsa, ieri per la prima volta hanno invitato alti livelli della diplomazia israeliana per una visita ufficiale ad Abu Dhabi; la notizia ha seguito la pubblicazione di AP il 12 maggio di un incontro segreto a Washington tra Benjamin Netanyahu e gli ambasciatori di Emirati e Bahrein Yousef al-Otaiba e Sheikh Abdullah bin Rashed Al Khalifa.

Flebile anche la condanna che arriva dal Cairo, nonostante la momentanea apertura del valico di Rafah al confine con Gaza per far passare gli aiuti, e il «rifiuto categorico dell'uso della forza contro manifestanti pacifici alla ricerca di diritti giusti e legittimi», espresso dal governo. Che Egitto e Israele cooperino a livello militare in Nord Sinai per contrastare l’insorgenza islamista della penisola è un segreto di Pulcinella, ma rispetto a Riyadh e Abu Dhabi, il Cairo rimane al momento più attento a celare le sue relazioni con Io Stato ebraico.

E mentre gli Usa bloccano il Consiglio di Sicurezza dell’Onu per aprire un’inchiesta indipendente sulle uccisioni di questo venerdì a Gaza, la Lega Araba ha fissato un meeting d’urgenza per mercoledì per discutere la decisione illegale di Wahsington di muovere l’ambasciata a Gerusalemme.

Resta da vedere se oltre alle discussioni, la Lega uscirà dall’impasse dell’inazione.

@CostanzaSpocci 

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