Sono 37mila, arrivati da Sudan ed Eritrea. In 5 anni il governo ha accettato solo 11 richieste d’asilo. Agli altri ora consegna il foglio di via. Saranno deportati in un “Paese terzo” (Ruanda o Uganda), con cui Israele ha un accordo segreto. E pur di non andar via, molti scelgono la galera

I migranti africani aspettano in fila per l'apertura dell'ufficio dell'Autorità per la popolazione e l'immigrazione a Bnei Brak, Israele, 4 febbraio 2018. Foto scattata il 4 febbraio 2018. REUTERS / Nir Elias
I migranti africani aspettano in fila per l'apertura dell'ufficio dell'Autorità per la popolazione e l'immigrazione a Bnei Brak, Israele, 4 febbraio 2018. Foto scattata il 4 febbraio 2018. REUTERS / Nir Elias

La consegna degli avvisi di espulsione è iniziata e per ora riguarda solo gli uomini adulti e senza figli, cioè all’incirca 15mila persone. Domenica 4 febbraio, l’ente per l’immigrazione israeliano - Population, Immigration and Border Authority - ha notificato per la prima volta ai richiedenti asilo che si presentano per rinnovare i permessi di soggiorno che avranno 60 giorni di tempo per accettare di trasferirsi in “un Paese terzo”. In caso contrario verranno incarcerati a tempo indeterminato.


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La tabella di marcia del governo è serrata. L’ultimo provvedimento contro “gli infiltrati” è stato approvato lo scorso dicembre e prevede l’inizio delle deportazioni entro marzo. Nello stesso periodo verrà chiuso Holot, il famoso centro di detenzione che si trova a sud, nel deserto del Negev vicino al confine con il Sinai. Da qui sono passate migliaia di migranti che ora il governo vuole espellere.

Oggi in Israele ci sono poco più di 37mila migranti africani arrivati illegalmente attraverso la frontiera sud al confine con l’Egitto. Quasi tutti sono riusciti a entrare prima del 2013, quando è stata completata la barriera di 242 km costruita da Israele lungo il confine egiziano. Il 70% è composto da eritrei in fuga da una dittatura, e un 20% da sudanesi, per lo più originari del Darfur e scappati da un genocidio.

Ma la narrativa del governo parla di migranti economici e - mentre nel corso degli anni i richiedenti asilo trovavano lavori, costruivano reti sociali e famiglie - il governo ha scoraggiato la loro presenza e respinto o ignorato le domande di richiesta d’asilo. «Non stiamo agendo contro i rifugiati» ha ri-affermato Netanyahu durante una riunione di Gabinetto a fine gennaio «Stiamo agendo contro i migranti illegali arrivati qui per lavorare. Israele continuerà ad essere un rifugio per i veri rifugiati ed espellerà gli infiltrati».

Ma The Hotline for Refugees and Migrants - una delle principali organizzazioni israeliane che si occupano della protezione dei diritti dei migranti - ricorda che dal 2013 ad oggi Israele ha riconosciuto lo status di rifugiato solo a un sudanese e dieci eritrei, cioè meno dell’1% delle richieste ricevute.

Molti richiedenti asilo vivono nelle città di Beer-Sheva ed Eilat ma il simbolo della presenza dei migranti africani in Israele è Neve Shaanan, un quartiere nella zona sud di Tel Aviv che secondo i dati forniti dalla polizia ospita quasi il 90% degli eritrei e sudanesi presenti nel Paese. Questo quartiere povero, che ora è l’area più popolata della città, versava in condizioni urbane e sociali critiche già ben prima dell’arrivo dei migranti. Le organizzazioni di quartiere però attribuiscono alla presenza massiccia di africani i problemi legati alla sicurezza e al degrado e i politici - incluso il primo ministro Benyamin Netanyahu - hanno visitato più e più volte Neve Shaanan, promettendo di risolvere il problema.

Così, gradualmente, si è arrivati al provvedimento attuale, che di fatto impone ai migranti di accettare la deportazione e ha creato il panico tra richiedenti asilo e organizzazioni umanitarie.

In realtà negli ultimi anni migliaia di persone hanno già scelto di lasciare Israele. Tra il 2014 e il 2017, circa 4.000 richiedenti asilo hanno accettato i 3.500 dollari in contanti offerti dal governo israeliano e si sono imbarcati su un volo diretto verso “un Paese terzo” con cui Israele ha stretto un accordo segreto.

Secondo le organizzazioni per i diritti dei migranti e la stampa israeliana, i due Paesi che hanno accettato di ricevere migranti arrivati “volontariamente” da Israele sono Ruanda e Uganda. E “volontariamente” significa che prima di partire, eritrei e sudanesi hanno firmato un foglio in cui affermano di aver deciso liberamente di lasciare Israele dopo aver ricevuto garanzie dal governo israeliano che il Paese in cui saranno accolti non è un posto pericoloso per loro.

Ma uno studio realizzato da tre ricercatrici israeliane specializzate in fenomeni migratori – Shahar Shoham, Liat Bolzman e Lior Birger – presenta una realtà diversa. Basandosi su 19 interviste condotte con eritrei che hanno lasciato Israele tra il 2014 e il 2016 e ora vivono in Germania e Olanda, le autrici scrivono che le promesse fatte da Israele ai rifugiati non sono state mantenute dai Paesi che li hanno ricevuti. In generale gli intervistati sono stati privati di documenti ufficiali, non sono stati in grado di fare richiesta d’asilo e sono stati esposti al rischio di essere derubati, minacciati e imprigionati.

Per questo la maggioranza di coloro che hanno lasciato Israele si sono rimessi in viaggio per tentare di raggiungere l’Europa attraverso la Libia. Isayas - si tratta di uno pseudonimo - ora vive in Germania, dove ha ricevuto lo status di rifugiato. Alle ricercatrici ha raccontato che una volta atterrato in Ruanda «Qualcuno ha preso tutti i nostri documenti. Gli abbiamo chiesto perché. Ci hanno risposto che ci avrebbero dato qualcos’altro… ma non ci hanno mai dato nessun documento… Una volta che lasci Israele nessuno sa chi sei… ci hanno messo in una prigione che loro chiamavano hotel, con una guardia che ci controllava perché non scappassimo… ma lo Stato di Israele dice che puoi ottenere i documenti, ricevere asilo e vivere una bella vita, come in un sogno».

Il titolo dello studio diffuso a inizio febbraio da The Hotline for Refugees and Migrants non lascia ombra di dubbio sul messaggio lanciato dagli eritrei intervistati: «Meglio una prigione in Israele che morire lungo il cammino». E l’allarme sui rischi legati alle espulsioni - forzate o meno - conferma il contenuto di altri report pubblicati da Ong israeliane e internazionali, ed è supportato da dozzine di testimonianze raccolte in Italia dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. I racconti dei pericoli vissuti durante il viaggio, le estorsioni dei trafficanti, la violenza dei campi di prigionia in Libia e il rischio di morire attraversando il Mediterraneo, sono ben noti tra le comunità rimaste in Israele. E quasi tutti conoscono il video diffuso online, in cui militanti dello Stato Islamico decapitano tre richiedenti asilo che avevano lasciato Israele per il Ruanda e sono stati catturati in Libia.

Anche gli eritrei rimasti in Ruanda hanno confermato al quotidiano israeliano Haaretz che il Paese non li ha affatto accolti come il Governo israeliano aveva promesso. «È meglio rimanere in Israele, piuttosto in prigione, almeno così si è sicuri di avere cibo e un posto in cui stare. Sapete qual è la nostra situazione quaggiù. È meglio rimanere lì e lottare» ha dichiarato Teklesembat ,38 anni, durante una video intervista con il giornalista Ilan Lior.

Anche se secondo un sondaggio commissionato dal Canale 10 israeliano pare che la maggior parte della popolazione sia d’accordo con il governo - con il 44% che pensa sia giusto deportare i migranti forzatamente mentre il 46% è contrario all’uso di espulsioni forzate - organizzazioni umanitarie, congregazioni religiose e membri della società civile in questi mesi si sono mobilitati per impedire che il provvedimento venga implementato.

È diventato famoso l’appello dei sopravvissuti all’Olocausto contro le deportazioni, e alcuni di loro hanno accolto l’iniziativa lanciata dalla rabbina Susan Silverman, che ha invitato a nascondere in casa un richiedente asilo. Hanno risposto in moltissimi, e secondo Reut Michaeli, la direttrice esecutiva di The Hotline: «La cosa incoraggiante in questa situazione è che alcuni settori della società civile si sono risvegliati. È come se il governo avesse superato una linea rossa».

Anche le comunità e le associazioni della Diaspora hanno condannato le deportazioni. L’Anti-Defamation League e la Hebrew Immigrant Aid Society hanno scritto a Netanyahu per protestare contro il provvedimento e molte comunità hanno inviato lettere alle ambasciate israeliane locali. Netanyahu nei giorni scorsi ha accusato il magnate americano George Soros di finanziare segretamente le proteste e Soros ha rispedito al mittente le accuse affermando attraverso un portavoce di “credere fermamente che, nel rispetto della Convenzione per i Rifugiati del 1951 e della legge internazionale, sia sbagliato costringere i richiedenti asilo a ritornare verso Paesi africani in cui potrebbero essere perseguitati o uccisi”.

Al di là delle opinioni però restano gli elementi concreti da gestire. Secondo alcuni funzionari del sistema carcerario, nelle prigioni israeliane non c’è posto per accogliere più di mille richiedenti asilo e non è ancora chiaro dove verrebbero dislocate migliaia di persone nel caso in cui la maggioranza di eritrei e sudanesi decidesse di andare in carcere pur di non partire.

Anche le organizzazioni di categoria che rappresentano ristoratori e operatori turistici hanno fatto sentire la loro voce e stanno combattendo per proteggere i richiedenti asilo che lavorano per loro. Ci sono circa 12.500 africani impiegati nel settore della ristorazione e dell’hoteleria, principalmente come lavapiatti o camerieri ai piani, lavori che gli israeliani non sono interessati a fare e i datori di lavoro non sanno come gestire. Secondo il quotidiano Haaretz, proprio domenica Israele ha innalzato il numero di quote di lavoratori stranieri ammessi nel Paese e parrebbe che il piano delle autorità sia quello di sostituire gli africani con lavoratori provenienti da altri Paesi.

Ma la vera domanda resta quella sul destino dei richiedenti asilo che accetteranno di esser deportati. «Sappiano che il “Paese terzo” a cui si riferisce il provvedimento approvato a dicembre dovrebbe essere il Ruanda» afferma Reut Michaeli di The Hotline «ma il Ruanda continua a contraddire la versione ufficiale fornita da Israele».

Nel novembre 2017 il Paese africano si era dichiarato pronto ad accogliere circa 10 mila richiedenti asilo in arrivo da Israele, a patto che fossero liberi di scegliere se partire o restare. Ma a gennaio il vice ministro degli Esteri ruandaese, Olivier Nduhungirehe, ha dichiarato all’Associated Press che il suo Paese non ha mai stretto nessun accordo con Israele riguardo l’accoglienza dei richiedenti asilo.

Il deputato della lista Unione Sionista, Eyal Ben-Reuven, si chiede: «chi è che sta mentendo». E con lui se lo chiedono anche moltissimi israeliani. Davanti a queste incognite non è ancora chiaro se ci si troverà di fronte a una serie di deportazioni di massa o quale potrà essere l’iter di implementazione della nuova legge. Africani e israeliani continuano a protestare contro le deportazioni, non solo rivolgendosi alle autorità israeliane: «Il Ruanda in questo momento è a capo dell’Unione Africana, dovrebbe proteggere i richiedenti asilo e non consentire la deportazione mettendoli a rischio» continua Reut Michaeli.

Le organizzazioni che si occupano dei diritti dei migranti intanto stanno studiando la legge e le opzioni possibili. «È una situazione molto complessa dal punto di vista legale ma lavoreremo per garantire i diritti di tutti gli individui vulnerabili» conclude Michaeli.

Aggiornamento, giovedì 8 febbraio

Forse le pressioni della società civile stanno avendo effetto. Giovedì il quotidiano online Times of Israel ha riportato la notizia di una trattativa in corso tra il governo e l’Alto Commissariato per le Nazioni Unite (Unhcr) per evitare le espulsioni. L’accordo consentirebbe a una parte dei richiedenti asilo di restare in Israele come residenti, mentre gli altri verrebbero accolti da altri Paesi considerati sicuri dalle Nazioni Unite, tra cui alcune nazioni occidentali. Non c’è una conferma ufficiale da parte del governo israeliano, e nemmeno una lista di Paesi terzi disposti ad accogliere i richiedenti asilo, ma negli ultimi anni l’Agenzia per i Rifugiati ha aiutato circa 2400 persone a ottenere lo status di rifugiati in Paesi come gli Stati Uniti e il Canada. Secondo Sharon Harel, l’addetta alle relazioni esterne dell’Unhcr in Israele, «un accordo simile può essere raggiunto anche se bisogna ancora definire i dettagli».

@federicasasso

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