Lo Stato Islamico rivendica la strage alla discoteca di Istanbul

Lo Stato Islamico ha rivendicato la paternità dell’attacco che la notte di Capodanno ha provocato la morte di 39 persone all’interno del Reina Club di Istanbul. L’attribuzione della strage è arrivata attraverso un comunicato stampa diffuso dall’agenzia Amaq, l’organo di propaganda delle principali operazioni del Califfato.

Fiori vicino all'entrata del locale Reina dove è avvenuto attentato. Istanbul, 1 gennaio 2017 REUTERS/Umit Bektas
Fiori vicino all'entrata del locale Reina dove è avvenuto attentato. Istanbul, 1 gennaio 2017 REUTERS/Umit Bektas

Nella nota di rivendicazione, che per la prima volta oltre che in arabo, è stata diffusa anche in lingua turca, il gruppo jihadista definisce la Turchia “serva dei crociati” e aggiunge che “un soldato eroico del Califfato ha colpito una delle più famose discoteche dove i cristiani celebrano la loro festa apostata”.

La dichiarazione, riferendosi al ruolo del Paese della Mezzaluna nel conflitto in Siria, avverte che “il governo di Ankara dovrebbe sapere che il sangue dei musulmani, uccisi dai suoi aerei e dalla sua artiglieria, si riverserà come un fuoco nella sua casa per volere di Allah”.

È il secondo attacco che lo Stato Islamico rivendica in Turchia, dopo quello dello scorso 4 novembre nei pressi di una stazione di polizia a Diyarbakir, città a maggioranza curda del sud-est della Turchia, in cui persero la vita undici persone.

Tuttavia, l’attentato fu rivendicato anche dai Falchi per la libertà del Kurdistan (TUK), gruppo curdo separatosi nel 2005 dal Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK, considerato un’organizzazione terroristica dalle autorità di Ankara, che hanno addossato la responsabilità dell’attaccoai militanti curdi, negando il coinvolgimento del Daesh.

La scelta dell’Isis di rivendicare la carneficina alla discoteca di Istanbul tramite il suo organo di propaganda potrebbe far propendere verso l’ipotesi che l’attentato non sia stato solo “ispirato” dalla propaganda del gruppo, ma organizzato con il diretto coinvolgimento dello Stato Islamico.

Una supposizione che potrebbe trovare conferma nel fatto che nel testo della rivendicazione è evidenziato che l’attentatore ha agito “in risposta agli ordini” del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. L’attacco sarebbe dunque stato direttamente ordinato dal leader dello Stato Islamico e non perpetrato come risposta agli appelli del gruppo, la formula di rivendicazione usata quando gli attentati terroristici sono solo ispirati.

È però opportuno osservare che nei mesi scorsi, lo Stato Islamico non ha rivendicato altri attacchi di massa contro obiettivi turistici della metropoli turca, che gli sono stati attribuiti dalle autorità locali. In primis, quello dello scorso 28 giugno all’aeroporto Ataturk di Istanbul, che causò la morte di 47 persone e il ferimento di altre duecento. 

E nemmeno ha mai reso evidente la propria responsabilità nell’attacco operato lo scorso 19 marzo da Savas Yildiz, un kamikaze di 33 anni legato all’Isis, che si fece esplodere nella centralissima viale Istiklal a Istanbul, a poca distanza da piazza Taksim, causando cinque morti e 36 feriti.

Tuttavia, è abbastanza frequente che gli attentati in Turchia non vengano rivendicati, poiché i principali indiziati (Isis e diversi gruppi curdi) avrebbero interesse ad alimentare un clima di incertezza generale nel Paese islamico.

Le indagini condotte dalla polizia di Istanbul si erano orientate fin da subito sulla pista dell’Isis, mentre le forze di sicurezza turche hanno scatenato una gigantesca caccia all’uomo estesa a tutto il Paese, nel tentativo di catturare il killer della discoteca Reina.

Il principale quotidiano indipendente turco Hurriyet, ha scritto che l’attentato di Istanbul potrebbe essere stato il risultato di grosse mancanze dell’intelligence, visto che un attacco del genere era previsto da tempo.

Di recente le autorità avevano mandato degli avvertimenti ai governatori provinciali riguardo alla possibilità di grandi attacchi terroristiciin luoghi affollati frequentati anche da stranieri e turisti, soprattutto a Istanbul e ad Ankara.

Il problema, secondo Hurriyet, è che per molti anni in Turchia diversi enti giudiziari e agenzie di sicurezza sono stati effettivamente appaltati ai simpatizzanti di Fethullah Gülen, il principale avversario politico di Erdoğan, considerato dal governo l’organizzatore del tentato colpo di stato dello scorso luglio.

Dopo il fallito golpe, il governo ha licenziato migliaia di funzionari accusati di simpatizzare per Gülen e li ha sostituiti con nuovi elementi, spesso troppo giovani e inesperti per affrontare emergenze di questo tipo.

L’attentatore sarebbe legato all’Isis e farebbe parte della stessa cellula di Istanbul che ha colpito l’aeroporto Ataturk. Sembra anche ormai certo che il terrorista parlasse arabo e dovrebbe essere nativo dell’Asia centrale, originario del Kirghizistan o dell’Uzbekistan.

Le segnalazioni di possibili attacchi avevano scatenato una serie di blitz delle forze speciali turche, tra il 28 e il 31 dicembre. Nel corso delle operazioni sono stati arrestati 63 presunti affiliati all’Isis, alcuni dei quali potrebbero aver collaborato con la polizia turca per arrivare all’identificazione dell’autore della strage di Capodanno..

La BBC, citando alcuni resoconti apparsi sulla stampa turca, ha riportato che nei sette minuti dell’attacco sono stati sparati almeno 180 colpi di arma da fuoco. L'assalitore, arrivato a bordo di un taxi, ha usato un fucile mitragliatore, sparando all’impazzata contro le circa 600 persone che si trovavano nel club.

La maggior parte delle 39 vittime sono stranieri,esattamente 27, tra i quali si elencano sette sauditi, quattro iracheni, tre libanesi, due giordani, due marocchini, due indiani oltre ad almeno un siriano, un israeliano, un francese, un tunisino, un belga, un kuwaitiano, una canadese e un russo.

Nella notte è giunta l’unanime condanna del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che ha ribadito che “ogni atto di terrorismo è criminale e ingiustificabile, indipendentemente dalla motivazione, da dove e da chiunque venga commesso”.

@afrofocus

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