Così noi dell'Onu lavoriamo per proteggere i rifugiati in Libia

Dai punti di sbarco fino ai centri di detenzione, il rappresentante dell’Unhcr Roberto Mignone spiega come opera l'agenzia in Libia, dove ha come primo finanziatore l'Italia. E dove - secondo Amnesty - i governi europei sono complici del sistema violento messo in piedi dalle autorità locali

REUTERS/Esam Al-Fetori

Amnesty International ha denunciato per bocca di John Dalhuisen, direttore dell’Ufficio Ue dell’organizzazione per i diritti umani, la complicità dei governi europei con il sistema di violenza e sfruttamento sui migranti e richiedenti asilo da parte delle autorità libiche. È davvero così? Eastwest.eu ha intervistato Roberto Mignone, rappresentante in Libia per l’Unhcr, l’agenzia Onu che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo.

L’Unhcr lavora con i fondi degli Stati che ne fanno parte. Per il programma in Libia il primo finanziatore è l’Italia, con 12 milioni di euro, di cui sei specifici per la gestione della rotta migratoria. Come mai di questa generosità, forse perché l’Italia ha più interesse di altri a fermare i migranti in Libia?

«L’Italia è un partner dell’Unhcr in tutto il mondo – risponde Mignone – in Libia sono molti i Paesi a che contribuiscono alle nostre azioni, dall’Unione Europea agli Stati Uniti. Inoltre, noi non fermiamo i migranti, non è il nostro compito. Sappiamo che la rotta del Mediterraneo, del mare, è molto pericolosa: uno su trentanove non ce la fa. Per questo cerchiamo di creare alternative per i rifugiati qui in Libia, anche se la situazione è poco stabile, e in Paesi terzi».

Il nostro governo ha affermato però che è grazie all’intermediazione italiana che l’Unhcr è tornata in Libia.

«L’Unhcr è in Libia dal 1991, nel 2014 è stato evacuato il personale ma lo staff locale è sempre rimasto e ha continuato a lavorare. Dall’inizio di quest’anno è tornato anche il personale internazionale di tutte le agenzie Onu e degli organismi internazionali. Generalmente si fermano dei colleghi a rotazione per supportare il personale libico».

L’Italia quindi come ha aiutato?

«L’ambasciata Italiana ci ha aiutato molto in quest’ultimo periodo a negoziare con le autorità libiche per aprire un centro di transito a Tripoli da dove abbiamo un piano per portare via migliaia di rifugiati in Paesi terzi evitando di farli passare dai centri di detenzione. Abbiamo ricevuto il permesso pochi giorni fa e adesso stiamo facendo i rilievi tecnici. Si farà in un ex-centro di addestramento abbandonato, lo ristruttureremo e avrà una capacità di mille posti. In una prima fase ospiterà centosettanta persone oltre ad una clinica medica, la reception e gli uffici per le organizzazioni che lavoreranno lì. Dovrebbe essere pronto per inizio febbraio».

Fino adesso come avete operato in Libia?

«Intano bisogna ricordare che l’Unhcr lavora molto sugli sfollati interni, gli IDPs (Internally Displaced Person), che sono ancora 200 mila, mentre le persone che sono tornate nelle proprie aree di origine sono 300mila ed hanno ugualmente bisogno di aiuto. Ci sono persone a cui hanno distrutto le case, altre che non possono tornare per la presenza di mine o altri ordigni. Su questo fronte portiamo avanti progetti che vanno dalla protezione umanitaria, all’assistenza immediata fino a piccoli progetti di impatto immediato a favore sia degli sfollati interni che delle comunità che li accolgono».

Ma qual è la situazione in Libia al momento e come lavorate invece con i rifugiati?

«La situazione è ancora complicata, fragile e frammentata e soprattutto pericolosa per i rifugiati, i richiedenti di protezione umanitaria e per i migranti. Noi abbiamo registrato 43mila rifugiati, circa la metà sono siriani e gli altri di varie nazionalità alcuni arabi di paesi come l'Iraq o la Palestina e altri che vengono principalmente dal Corno d'Africa - Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan.

Il nostro lavoro comincia di solito nei punti di sbarco, quando sono intercettati dalla guardia costiera Libica vengono portati indietro in dodici punti di sbarco ufficiale, con l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), ci siamo divisi questi punti in maniera complementare per cui noi ne copriamo sei ciascuno in termini di assistenza materiale. Ovvero mettiamo a disposizione nei punti di sbarco, docce, bagni, zone d'ombra, interventi medici quando è necessario, la distribuzione di kit di salvataggio con barrette energetiche, acqua, coperte termiche vestiti. Mentre per quanto riguarda la protezione umanitaria, invece, copriamo tutti e dodici i punti per identificare e registrare persone che potrebbero essere potenziali rifugiati».

E che succede a queste persone?

«Prendiamo i nomi per averne una traccia, poi vengono portati dal Departement for combating illegal migration nei centri di detenzione ufficiali che sono circa trenta, mentre ce ne sono anche di illegali tenuti da contrabbandieri di cui si sa molto poco, se non che esistono. Nel 2017 abbiamo fatto quasi mille visite nei centri di detenzione ufficiali, distribuiamo assistenza umanitaria, prodotti non alimentari, cure mediche, facciamo campagne anti-scabbia, ma per noi è anche un’opportunità per prendere i nomi e le nazionalità di persone che potrebbero essere del nostro interesse, rifugiati. Quando intercettiamo quelli che per noi hanno diritto a protezione umanitaria, scriviamo al ministero degli Affari Esteri di Tripoli e ne chiediamo il rilascio, quest’anno ne abbiamo fatte rilasciare 957 e aspettiamo la risposta per altre duemila persone detenute che sono state scoperte in centri illegali due mesi fa a Sabratha».

Qual è la condizione dei centri di detenzione in questo momento?

«Prima di tutto sono sovraffollati ed è un problema molto serio. Lo erano già quando avevano seimila migranti detenuti, ora, dopo l'emergenza di Sabratha, sono arrivati a 15mila, quindi non si va a migliorare. Ci sono varie denunce di abusi che sarebbero avvenute in questi centri, purtroppo i detenuti con noi non è che ne parlino, perché non si sentono ancora al sicuro, solo quando arrivano in Italia o in un altro Paese raccontano quello che davvero è successo.

C’è da precisare che dei 43mila rifugiati registrati presso Unhcr i due terzi erano in Libia da anni, il 15% (circa settemila) sono stati registrati negli ultimi due anni e questi sono parte del flusso migratorio misto.

Quindi i rifugiati sono quasi tutti liberi tranne quei 2280 recentemente presi a Sabratha per i quali stiamo chiedendo la liberazione».

Questi rifugiati potrebbero essere riconosciuti tali anche da altri stati occidentali?

«No, ogni Paese deve fare delle interviste tramite personale dell’ambasciata. Purtroppo in Libia al momento c’è solo l’ambasciata Italiana. Per questo abbiamo iniziato a fare delle evacuazioni in Niger, in un nostro campo da cui dovrebbero andare nei Paesi di destinazione finale (Svezia, Canada, etc). Abbiamo fatto un primo esperimento in queste settimane con un gruppo di venticinque donne e bambini e dovrebbero andare in Francia prima di Natale. Entro fine gennaio faremo un altro trasferimento di settecento persone. Nel 2018, quando sarà in funzione il Centro di transito, contiamo di evacuare dalle cinque alle diecimila persone, dipende anche dalla capacità di accoglienza dei Paesi occidentali. L’Alto Commissario per i rifugiati, Filippo Grandi, ha chiesto all’Europa di mettere a disposizione 40mila posti per tutto il bacino mediterraneo».

@ceciliafe 

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