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Jeroen Oerlemans, una vita in prima linea per raccontare i conflitti

La guerra ha ucciso l’ennesimo giornalista. Il trentesimo - secondo i dati riportati da Committee to Protect Journalists (CPJ) - dall’inizio del 2016. Si tratta dell’olandese Jeroen Oerlemans, 46 anni, che lascia una moglie e tre figli. Da tempo impegnato in prima linea per documentare i fronti più caldi del mondo, sarebbe dovuto rientrare a casa lunedì.

photo credit: www.digitalrev.com
photo credit: www.digitalrev.com

Siamo a Sirte, in Libia. È domenica mattina. Il fotoreporter, insieme alla collega Joanie de Rijke del settimanale belga Knack, si svegliano all’alba per andare oltre il Distretto 3, sulla collina del Water Tank, dove le milizie di Misurata sono impegnate da settimane nell’operazione «al Bunian al Marsus», per scovare le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico.

Jeroen Oerlemans ha avuto giusto il tempo di scattare qualche foto, quando un proiettile di un cecchino dell’Isis lo ha colpito a morte. Il giornalista olandese non è certo uno sprovveduto. «Indossava il giubbotto anti proiettile e l’elmetto con la scritta Press-TV», ha spiegato Joanie de Rijke. Ma non è bastato. Il colpo lo ha preso sul fianco, uccidendolo all’istante. «L’unica consolazione è che è morto subito, almeno non ha sofferto».

Lavorare in queste zone è molto complicato. Lo sapeva bene Oerlemans - che aveva già documentato l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Palestina, il Libano, la Sierra Leone e i suoi reportage sono usciti sulle principali testate mondiali, come il Time, Newsweek, New York Times, Guardian e il Sunday Times - ma aveva deciso di rischiare lo stesso, perché «bisogna raccontare e far vedere quello che succede nelle zone di conflitto».

Quattro anni fa era stato rapito dai jihadisti in Siria, assieme al fotografo britannico John Cantlie. I due sono rimasti prigionieri di un gruppo siriano legato ad Al Qaeda per alcuni giorni. Provarono anche a scappare, ma i rapitori riuscirono a riprenderli. Dopo la liberazione, in cui nessuno sperava più, hanno fatto l’unica cosa che potevano fare. Quella che ormai era la loro vita: tornare nelle zone di guerra e documentare gli orrori.

John Cantlie nel novembre del 2012 è stato sequestrato di nuovo. Tuttora dovrebbe essere nelle mani dei tagliagole dello Stato Islamico, che gli hanno salvato la vita, ma lo costringono a realizzare video propaganda per dimostrare quanto si viva bene nelle città sotto il controllo dei jihadisti. Uno degli ultimi filmati è stato diffuso a luglio di quest’anno. Il giornalista, nel video, appare magro, pallido e molto provato.

Jeroen Oerlemans, invece, aveva scelto di raccontare l’inferno della Libia. Lo ha fatto, fino all’ultimo. Quando un infame cecchino lo ha colpito sul fianco, uccidendolo sul colpo. Ma i suoi scatti rimarranno immortali.

@fabio_polese

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