La nuova primavera di sangue del Kashmir

L’uccisione di un ragazzo travolto da una jeep della polizia infiamma la protesta nel Kashmir, teatro da aprile di un’offensiva anti-terrorismo che ha moltiplicato i morti, attaccando anche una storica moschea. Ora Delhi apre al dialogo, ma la visita del ministro dell'Interno è un azzardo

Poliziotti indiani fanno la guardia dietro una concertina durante una manifestazione a Srinagar, Kashmir, 21 maggio 2018. REUTERS / Danish Ismail
Poliziotti indiani fanno la guardia dietro una concertina durante una manifestazione a Srinagar, Kashmir, 21 maggio 2018. REUTERS / Danish Ismail

Una nuova ondata di proteste sta attraversando il Kashmir dalla scorsa settimana quando un ragazzo di 21 anni è stato investito da una jeep della Central Reserve Police Force (Crpf), il più grande corpo di polizia federale del Paese.

Venerdì 25 maggio, subito dopo la preghiera di metà giornata celebrata alla Jama Masjid di Srinagar – moschea simbolo della resistenza kashmira situata nella città vecchia della capitale estiva dello Stato – alcune decine di manifestanti sono stati respinti dalle forze di sicurezza posizionate appena fuori i cancelli del viale della moschea. Gli agenti, secondo le ricostruzioni, hanno sparato munizioni a pallettoni e gas lacrimogeni spingendosi fino all’interno del luogo di culto, poi chiuso per “ripulire i pavimenti dal sangue”.

Il giorno seguente, nel viale davanti la Jama Masjid, due giovani manifestanti sono stati investiti da un veicolo della Crpf bersagliato da un lancio di pietre. Kaiser Bhat, 19 anni, e Muhammad Yunis, 23 anni, sono stati trasportati in ospedale con ferite gravi alla testa e al torace. Il decesso di Bhat è stato dichiarato alla mezzanotte di sabato 26 maggio.

Il video della jeep che investiva i due manifestanti è subito diventato virale, infiammando ulteriormente gli animi di una società civile kashmira alle prese con l’ennesima primavera di sangue dopo l’esacerbarsi degli scontri tra militanti e forze di sicurezza in seguito all’uccisione, nel 2016, del giovane comandante dei militanti di Hizbul Mujahideen, Burhan Wani.

Durante i funerali di Kaiser Bhat, celebrati domenica 27 maggio nel quartiere Fateh Kadal di Srinagar, le forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni e munizioni a pallettoni contro il corteo funebre, lasciando sul campo almeno due dozzine di feriti. In Kashmir, tradizionalmente, i funerali dei caduti per mano delle forze di sicurezza sono considerati alla stregua di manifestazioni anti-governative: occasione di protestare in massa per la società civile, minaccia da reprimere con violenza per polizia ed esercito.

Bhat è il secondo manifestante in meno di un mese a morire schiacciato da un veicolo delle forze di sicurezza indiane in Kashmir. Lo scorso 5 maggio, con la stessa dinamica, era stato ucciso Adil Ahmad Yadoo, 18 anni: anche allora, il video dell’incidente era stato divulgato sui social network.

In entrambi i casi, la Crpf ha parlato di “incidenti stradali”, trattando l’evento come una violazione del codice stradale finita in tragedia. Mentre le autorità hanno aperto un fascicolo per “guida spericolata” nei confronti dell’agente alla guida della jeep che ha ucciso Bhat, all’autista del mezzo che ha falciato Yadoo è già stata accordata la libertà su cauzione.

L’ex chief minister del Jammu e Kashmir Omar Abdullah, ora a capo dell’opposizione col suo partito Jammu & Kashmir National Conference, ha attaccato l’attuale capo del governo locale Mehbooba Mufti, che amministra lo Stato in coalizione col Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi.

Ricordando un altro episodio controverso che ha coinvolto le forze dell’ordine in Kashmir, Abdullah ha twittato: “Prima legavano la gente sul cofano della jeep e la portavano in giro per i villaggi come deterrente alle proteste. Ora, con le jeep, investono direttamente i manifestanti. Sono queste le nuove Procedure Operative Standard di Mehbooba Mufti? Cessate il fuoco significa niente armi, quindi usate le jeep?”.

Dallo scorso mese di aprile le forze di sicurezza indiane in Kashmir avevano ripreso operazioni anti-militanza in tutta la regione, conducendo numerosi raid contro abitazioni dove, secondo fonti di intelligence, si nascondevano militanti kashmiri e terroristi. Il giro di vite contro la militanza ha portato, in poche settimane, all’uccisione di decine tra terroristi - veri o presunti – e civili in tutto il Kashmir, esacerbando i rapporti già tesi tra la società civile kashmira e forze di sicurezza percepite dalla maggioranza dei locali come forze di occupazione.

Lo scorso 16 maggio, in concomitanza con l’inizio del mese del Ramadan, il ministro degli Interni federale Rajnath Singh (Bjp) aveva annunciato una sospensione delle operazioni anti-militanza, un segnale rivolto sia all’interno del Kashmir sia oltreconfine, al Pakistan, considerato da New Delhi ispiratore e alleato di una buona parte della militanza separatista kashmira.

Islamabad, rispondendo all’iniziativa di New Delhi, aveva accordato un ritorno al cessate il fuoco del 2003, sospendendo il conflitto a bassa intensità che interessa le truppe pakistane e indiane dispiegate lungo il confine kashmiro.

Nonostante la sospensione delle attività si limiti all’ambito delle operazioni antiterrorismo, non comprendendo la repressione delle manifestazioni – violente e non violente – che in questi mesi hanno continuato a infiammare l’intera valle del Kashmir, il cessate il fuoco unilaterale di New Delhi, nelle intenzioni di Singh, serviva anche a mandare un segnale di distensione alla popolazione e preparare il campo per un giro di colloqui proposti alla Hurriyat, l’organizzazione ombrello che riunisce i partiti separatisti kashmiri.

Singh, in settimana, visiterà il Jammu e Kashmir e ha già ribadito l’invito ai leader di Hurriyat di aprire un tavolo delle trattative per garantire alla regione “una pace lunga e stabile”. Mentre scriviamo, nessuno dei rappresentanti di Hurriyat ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito.

@majunteo

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