Khashoggi è morto per mano saudita, riconosce Riyad. Ma la mezza ammissione non basta a chiudere il caso. E non è detto sia sufficiente a salvare il principe Mohammed Bin Salman. Mai così debole, l’Arabia Saudita dovrà pagare caro l’indulgenza degli Usa e quella della Turchia 

Robert Mahoney, della Commissione per la protezione dei giornalisti, durante una conferenza stampa per un appello alle Nazioni Unite sulla scomparsa del giornalista Jamal Khashoggi. REUTERS/Shannon Stapleton
Robert Mahoney, della Commissione per la protezione dei giornalisti, durante una conferenza stampa per un appello alle Nazioni Unite sulla scomparsa del giornalista Jamal Khashoggi. REUTERS/Shannon Stapleton

Il caso Khashoggi non si placa. E le sue conseguenze, da pura crisi di immagine, stanno rapidamente diventando politiche, con esisti impensabili prima che il giornalista saudita mettesse piede nel consolato di Istanbul per non uscirne più. Le propagazioni di questa vicenda potrebbero essere numerose e profonde, dalla politica internazionale ed interna del regno saudita, fino agli equilibri economici ed energetici. Ma andiamo con ordine.


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Prima di tutto c’è, finalmente, la mezza ammissione di colpa di Riyad, dopo settimane che la corte aveva tergiversato, prima dicendo che Jamal Khashoggi era fuggito per non convolare a nozze con la nuova fidanzata, e poi negando di essere in possesso di qualunque informazione riguardo la sua sorte. Ora Riyad ha una nuova verità, una mezza ammissione di colpa, ma non per questo così più verosimile e meno confusa delle versioni precedenti: Khashoggi sarebbe morto al termine di una “scazzottata” scoppiata tra lui e alcuni degli uomini inviati da Riyad per riportarlo in patria con la forza. Oppure uno strangolamento – secondo un’altra versione apparsa sui media sauditi – seguito al rifiuto seguire i suoi rapitori. I quali a quel punto avrebbero deciso di disfarsi del cadavere nelle raccapriccianti modalità già trapelate nei giorni scorsi. La missione era stata pianificata col beneplacito della famiglia reale, la quale però avrebbe dato l’assenso solo al forzato rimpatrio del giornalista. La sua uccisione invece sarebbe da attribuire agli ufficiali dei servizi di sicurezza incaricati di portare a termine l’operazione. Riyad ha quindi proceduto ad epurare tali presunti responsabili, a cominciare dal potente Ahmed al-Assiri, un fedelissimo dell’erede al trono Mohammed Bin Salman (alle cronache ormai noto più con l’acronimo MbS) che, tra le altre cose, avrebbe coordinato per lui anche l’imprigionamento di massa di miliardari sauditi e membri della famiglia reale avvenuto presso l’hotel Ritz-Carlton di Riyad lo scorso gennaio.

Una nuova versione che ammette quello che era diventato ormai innegabile, ovvero che Khashoggi è morto, e che è morto per mano saudita. Tutto il resto è un evidente tentativo di allontanare la responsabilità dalla famiglia reale, e soprattutto da quello che è di fatto il vero centro di potere del regno: Mohammed Bin Salman. Una versione confezionata prima di tutto per compiacere l’alleato americano, e alla quale si può riuscire a credere solo se si hanno significativi interessi che esulano dalla pura ricerca della verità. Interessi che potrebbero non mancare, soprattutto a Washington, e che andrebbero ben oltre la grande commessa militare di cui si è parlato nei giorni scorsi.

C’è, prima di tutto, lo stretto rapporto personale tra Jared Kushner e MbS, consolidatosi in questi due anni durante diversi incontri bilaterali, che ha portato l’intera amministrazione Trump a fare dell’Arabia Saudita il fulcro della propria politica mediorientale come forse non accadeva dai tempi di Bush padre. Con Riyad Trump ha costruito la sua nuova retorica anti-iraniana, modellato i progetti per rimanere in Medio Oriente, e addirittura disegnato un nuovo piano di pace tra israeliani e palestinesi che avrebbe dovuto essere diramato ufficialmente all’inizio dell’anno prossimo, ma che forse ora slitterà a tempo indeterminato. Rompere con Riyad dall’oggi al domani significherebbe quindi far crollare l’intero castello di carte della politica mediorientale statunitense. Ma se è vero che ora questo partner è diventato una fonte di imbarazzo, è anche vero che ciò lo ha reso più malleabile sull’unico terreno in cui i sauditi si erano rifiutati di dare retta alla Casa Bianca: il prezzo del petrolio. Riyad ha infatti chiuso all’inizio dell’anno un importante accordo con la Russia riguardo alle quote di produzione di greggio, disegnate perché il prezzo si attestasse a livelli più alti di quelli visti negli ultimi due anni, intorno ai 70-80 dollari. Un prezzo che rappresenta una boccata d’ossigeno per molte economie rentier, a cominciare proprio da quelle russa e saudita. Ma anche una mezza ammissione di sconfitta per Riyad, che all’inizio del regno di Salman, il padre di MbS, aveva spinto per un forte abbassamento dei prezzi proprio per premere sull’acceleratore della propria diversificazione economica.

Un progetto evidentemente arenatosi, soprattutto dopo che il fulcro dei piani di MbS, ovvero la vendita sul mercato del 5 percento della compagnia petrolifera nazionale Saudi Aramco, è definitivamente naufragato ad agosto. Un passo falso in economia a cui MbS era riuscito a porre rimedio, appunto, con l’aumento del prezzo petrolifero concordato con Mosca, ma che ora potrebbe saltare proprio a causa del nuovo guaio causato dall’erede al trono sul caso Khashoggi. Riyad aveva infatti fatto infuriare Washington quando aveva scelto di aumentare solo limitatamente la propria produzione per compensare il venire meno della quota iraniana sul mercato a causa delle nuove sanzioni americane. Trump si sarebbe così ritrovato alla vigilia delle elezioni di midterm con un prezzo dei carburanti per i consumatori americani significativamente aumentato proprio a causa delle sue politiche.

Uno scenario che ora potrebbe repentinamente cambiare proprio grazie al caso Khashoggi e all’improvvisa debolezza saudita. L’amministrazione americana ha infatti alcune settimane prima di riferire al Congresso sulla vicenda e dichiarare come intende procedere rispetto alle presunte violazioni dei diritti umani da parte di Riyad. È improbabile che Trump pagherà il prezzo politico di accettare l’edulcorata versione saudita se a breve non assisteremo a un significativo aumento della produzione petrolifera e al conseguente abbassamento dei prezzi.

I favori da pagare per impedire che lo scandalo dilaghi ulteriormente non sono però solo con la Casa Bianca. Dalla scomparsa dell’editorialista del Washington Post, infatti, non si arrestano i leak dei media turchi che inchiodano i sauditi. Ankara vuole qualcosa da Riyad che quest’ultima non sembra aver ancora concesso. MbS avrebbe spedito da Erdogan uno dei suoi più stretti uomini di fiducia, il governatore della Mecca Khalid bin Faisal, per capire i desiderata del leader turco. È facile ipotizzare che c’entri il denaro: supporto economico per affrontare la crisi monetaria che ha recentemente colpito la lira turca. Ma Erdogan potrebbe aver deciso sfruttare fino in fondo questa carta insperata contro i sauditi capitatagli nel mazzo. Tra le richieste potrebbero anche esserci quindi concessioni politiche, forse a partire proprio dall’assedio economico e commerciale che da oltre un anno Riyad ha imposto sul Qatar, stretto alleato della Turchia, dove Erdogan ha addirittura mandato un piccolo contingente militare per difendere il piccolo emirato dal suo ingombrante vicino.

Ma nella battaglia di sopravvivenza politica in cui si è trasformato per i vertici di Riyad il caso Khashoggi non c’è solo il delicato fronte americano. C’è anche quello più ampio dell’immagine riformatrice che il nuovo corso saudita a guida MbS aveva cercato di darsi in questi due anni, in una charme-offensive senza precedenti completamente spazzata via in poche settimane. Per parecchi anni sarà difficile trovare ancora qualcuno disposto a descrivere il giovane rampollo come il nuovo faro liberale e riformatore del Medio Oriente. Certamente una buona notizia per la libertà di stampa, e meno per chi a Riad credeva che valanghe di denaro e buone coperture internazionali rendessero sostanzialmente liberi di fare qualunque cosa dei propri contestatori. Un nuovo passo falso, quello di MbS, che riporta indietro di mesi anche il consolidamento del suo potere a Riyad. L’ennesimo errore di valutazione che si aggiunge a una lista che annovera, tra le altre cose, il fallimentare intervento militare in Yemen, tramutatosi per il piccolo Paese in una delle peggiori crisi umanitarie della storia recente, il rapimento del premier libanese Saad Hariri, che invece di affondare l’influenza iraniana in Libano ha finito per rafforzarla, e il grande programma di riforme economiche Vision 2030, che aveva il proprio fulcro proprio nella fallita privatizzazione di Aramco.

Nei chiusi ambienti della famiglia reale il giovane principe, da volano per il rilancio internazionale del regno, comincia a essere percepito come un peso, addirittura un potenziale pericolo per la sopravvivenza del potere saudita. Voci si sono rincorse in queste due settimane di un possibile cambio dell’ordine di successione, o della designazione di un vice-erede al trono, mossa destinata a rendere più precaria l’ascesa al trono di MbS alla morte del padre. L’attenzione si era inizialmente concentrata sul fratello minore Khalid bin Salman, fino a pochi giorni fa titolare della strategica posizione di ambasciatore a Washington. Ne sarebbe stato rimosso improvvisamente, e secondo la ricostruzione più verosimile la causa sarebbe da cercare proprio nella vicinanza di Khalid agli ambienti americani e all’appoggio che quest’ultimi avrebbero potuto dargli per un eventuale colpo di mano contro il fratello maggiore.

Ore delicate, quindi, per l’uomo forte di Riyad, costretto a sacrificare parte dei suoi fedelissimi nei servizi di sicurezza per accontentare l’opinione pubblica internazionale, peraltro con scarso successo, e ora messo di fronte alla possibilità di una fronda interna al suo potere. I ben informati dicono però che con l’eliminazione dai giochi di Khalid difficilmente potranno emergere altre figure seriamente in grado di guidare un colpo di mano. E alla fine i principi ingoieranno il rospo, perché una faida interna alla famiglia reale è comunque percepita come un rischio ancora più grande per il potere degli Al-Saud dei colpi di testa del giovane MbS. Almeno per adesso.

@Ibn_Trovarelli

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