I paradossi di Kiribati, l’arcipelago che lotta per non morire di clima

Le trentatré isole del Pacifico sono diventate un simbolo della minaccia dell’innalzamento dei mari. E il leader locale ne ha fatto il fulcro della politica nazionale. Ma la lotta al cambiamento climatico non basta, spiegano gli abitanti. Anzi, rischia di diventare un alibi

Photo credit Giuseppe Forino
Photo credit Giuseppe Forino

L’innalzamento del livello del mare è considerato una minaccia per lo stato insulare di Kiribati, trentatré isole di scarsa altitudine (tutte intorno ai 2 metri, tranne l’isola vulcanica di Banaba) distribuite su 3,5 milioni di m2 di oceano Pacifico tra le isole Marshall, la Polinesia Francese e le Hawaii. Per buona parte dei 110.000 i-Kiribati (aggettivo di nazionalità con cui si identificano gli abitanti) si presenta lo spauracchio dell’emigrazione verso nazioni disposte a ospitarli: magari in Nuova Zelanda, che ha recentemente discusso l’ipotesi di un visto per i migranti “da cambiamento climatico”, o nelle vicine isole Figi.

Il carismatico ex Te Beretitenti (Presidente) di Kiribati, Anote Tong, in carica dal 2003 al 2016, ha fatto della lotta al cambiamento climatico il fulcro dell’agenda di governo, dando il via ad ambiziosi progetti milionari supportati da Banca Mondiale, organizzazioni internazionali e università. Come il Kiribati Action Program (Kap) che aveva tra i vari obiettivi il ripristino delle mangrovie per la protezione delle aree costiere dall’erosione e dalla violenza delle acque.

Nel 2014, affermando che fosse “già troppo tardi”, Tong ha fatto clamore acquistando per 9 milioni di dollari il fondo Natoavatu Estate sull’isola figiana di Vanua Levu, dove accogliere gli i-Kiribati che nel giro di qualche anno sarebbero dovuti emigrare. Il fondo è risultato presto poco utile alla causa: non può garantire cibo e accoglienza a sufficienza, e la sua morfologia è inadatta per ospitare insediamenti a lungo termine. Tong ha inoltre ottenuto in questi anni un finanziamento di 23 milioni di dollari dall’Unione Europea per promuovere la resilienza al cambiamento climatico a Kiritimati (l’isola maggiore nell’arcipelago orientale delle Sporadi). Nel 2016 ha chiesto agli emiratini di Dubai suggerimenti per la costruzione di isole artificiali; recentemente ha dato del bullo a Trump, chiamatosi fuori dagli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015.

Raccolta la pesante eredità di Tong, il nuovo presidente Taneti Maamau continua a chiedere ai paesi industrializzati di smetterla con le emissioni. Inoltre batte cassa nei consessi internazionali, e ha dichiarato l’intenzione di voler utilizzare il fondo figiano, ancora inutilizzato, a scopi agricoli.

Sebbene il cambiamento climatico detti da anni l’agenda politica di Kiribati, alcune voci fuori dal coro chiedono cautela nel considerarlo l’unica causa di vulnerabilità e rifiutano di etichettare gli abitanti come futuri emigranti a causa del cambiamento climatico. Non parliamo affatto di negazionisti, quanto di esperti che considerano la vulnerabilità in una prospettiva più ampia, guardando alla vita quotidiana degli i-Kiribati.

Va per esempio ricordato che oltre metà della popolazione totale vive nella capitale South Tarawa, con densità superiori a 2000 abitanti per chilometro quadrato. L’inurbamento costante di giovani dalle altre isole in cerca di opportunità rappresenta uno dei problemi principali del paese, che ha poco a che fare con il cambiamento climatico. A South Tarawa è infatti sorta una costellazione di insediamenti informali che, a causa del pochissimo suolo disponibile, sono sorti a pochissima distanza dalla linea di costa, soggetti a inondazioni e allagamenti frequenti. I tassi di disoccupazione sono alti in tutto il paese e molte famiglie hanno poche risorse che garantiscano adeguata sussistenza. Mancano i servizi essenziali, come l’acqua potabile: si utilizza acqua piovana conservata in serbatoi o, nei casi peggiori, acqua prelevata da pozzi rudimentali. Falde acquifere e suoli sono contaminati e soggetti a salinizzazione. La rete fognaria è inesistente ei servizi igienici assenti. Gestione e stoccaggio dei rifiuti sono insufficienti, considerando anche l’incremento di cibo importato preconfezionato.

Toakai (il nome è stato modificato, ndr) vive a Betio, isola alla punta occidentale dell’atollo di Tarawa. 15000 abitanti su poco più di un chilometro quadrato, cuore dei commerci di Kiribati, è collegata a South Tarawa da una strada rialzata, tre chilometri in polveroso rettilineo. Mi conduce al primo luogo che solitamente mostra a chi gli chiede del cambiamento climatico: la discarica di Betio (un’altra è a Banraeaba, qualche chilometro più in là), stretta tra un porticciolo, qualche capannone e un playground malandato. E’ a cinque metri dall’oceano, che con una mareggiata nel 2016 ha spazzato via parte del muro di contenimento. Al suo interno, tra cocci di vetro e latte arrugginite, lambiamo il muro fino alla parte distrutta; dal giorno della mareggiata, l’oceano si intrude nella discarica consegnando i rifiuti al mare. Fino ad Abatao, North Tarawa, Toakai mi mostra altri insediamenti prossimi alla linea di costa e soggetti a mareggiate, e mi dice rassegnato che ora posso capire perché non si possono addossare tutte le colpe al clima.

La sovraesposizione politica data al cambiamento climatico a Kiribati funge da cassa di risonanza che consente di creare un capro espiatorio per problemi che, invece, sono da ricercare nell’accesso alle risorse e nella vita quotidiana della popolazione. Parte dei milioni investiti per la lotta al cambiamento climatico ed evidentemente rivelatisi poco efficaci avrebbero potuto promuovere l’accesso a risorse essenziali per la sussistenza (acqua, cibo e terra) nei villaggi, scongiurando almeno parzialmente un freno alle migrazioni convergenti verso South Tarawa e mitigando il sovraffollamento di quest’ultima. Senza richiamare a soluzioni estreme -e certo sensazionalistiche - come l’emigrazione.

A Bonn è in corso la COP23, l’annuale Conference of Parties in cui i paesi Onu discuteranno - probabilmenteancora senza successo - l’agenda internazionale per la lotta al cambiamento climatico. Dirige i lavori della conferenza Frank Bainimarama, primo ministro delle isole Figi, segno di attenzione ai piccoli stati insulari che, come Kiribati, pur non contribuendo all’emissione di gas serra, sono considerati maggiormente minacciati dalle conseguenze del cambiamento climatico.

Se si continuerà a parlare di cambiamento climatico senza considerare le tante altre problematiche individuali e collettive, a Kiribati come altrove, i paesi maggiormente inquinanti potranno ancora una volta cavarsela senza alcun obiettivo concreto di mitigazione. E con promesse stantie agli stati insulari, sotto forma di qualche progetto milionario di sviluppo.

@G_leipheimer

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