Kurdistan fra passato tormentato e futuro incerto

La questione curda nasce al termine della prima guerra mondiale, quando dal disfacimento dell’Impero Ottomano sembrava sarebbero dovuti nascere due nuovi Stati: l’Armenia e il Kurdistan.

 Il trattato internazionale che lo prevedeva non venne tuttavia mai ratificato e la riscossa turca guidata da Kemal Ataturk spense le pretese indipendentiste.

Tuttavia nel corso dei decenni successivi i curdi – pur perseguitati duramente - hanno sempre mantenuto una forte identità nazionale, benché dispersi tra quattro Stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria.

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Ora che Siria e Iraq - composti da popolazioni diverse, con fedi e costumi diversi - pare stiano crollando sotto i colpi della faida tra sciiti e sunniti (sobillati da Iran e Sauditi), la nazione curda potrebbe forse finalmente affermarsi come Stato.

Pur essendo i curdi, da un punto di vista religioso, musulmani sunniti, essi non rientrano nelle logiche dello scontro intra-religioso in corso negli ultimi anni nei Paesi islamici. Storicamente sono infatti stati fortemente influenzati (e laicizzati) dal marxismo e, all’epoca, dall’Unione Sovietica. Ad esempio in Siria nel Ypg – il braccio armato del Pyd, legato al Pkk di Ocalan – combattono anche numerose donne.

Ovviamente esistono molte fazioni curde nei vari Stati in cui il Kurdistan è diviso, e alcune oggi godono dell’appoggio occidentale (a differenza del Pkk, considerato dall’Occidente – alleato della Turchia – un’organizzazione terroristica).  Ad esempio il Pdk – nazionalista, conservatore e liberale - in Iraq è stato sostenuto fortemente dagli Usa, specie all’indomani della guerra contro Saddam Hussein.

La litigiosità tra fazioni è stata a lungo uno degli ostacoli che ha rallentato il cammino del Kurdistan verso l’indipendenza, ma non il principale. La peggior sfortuna per i curdi è stata infatti quella di abitare un territorio ricco di risorse, in particolare di petrolio, a cui nessuno tra Turchia, Iran, Iraq e Siria è mai stato disposto a rinunciare.

Tuttavia i recenti sconvolgimenti in Medio Oriente hanno dato il via a un mutamento rispetto al passato. Nella comune lotta contro l’Isis e le fazioni estremiste in Siria e Iraq i curdi dei vari Stati (ad eccezione forse di quelli iraniani) hanno trovato un’unità senza precedenti. E gli interlocutori - potenze internazionali e regionali, e i leader degli Stati coinvolti – si sono trovati a dover trattare coi curdi per contrastare il nemico comune del fanatismo islamico sunnita.

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Il primo importante passo per il riconoscimento del Kurdistan si può dire sia avvenuto con la guerra di George W. Bush contro l’Iraq di Saddam. Ai curdi iracheni, che furono sterminati col gas dopo la prima Guerra del Golfo e che durante la guerra del 2003 schierarono decine di migliaia di Peshmerga (le loro milizie) contro il regime, venne riconosciuta un’ampia autonomia all’interno del nuovo Stato federale iracheno.

Nel 2012 si parlava addirittura della costruzione di un “oleodotto curdo” per esportare petrolio in Turchia, scavalcando così  l’autorità centrale di Baghdad con cui la regione curda aveva avuto delle dispute in materia di vendita del greggio.

"Di recente sul punto è stato trovato un accordo, grazie anche alla mediazione di Ankara, che accontenta entrambe le parti", spiega Mattteo Verda, ricercatore dell’Ispi specializzato in sicurezza energetica.

"Baghdad non perde – come temeva - il controllo sulle esportazioni e ai curdi iracheni sono garantiti una percentuale vantaggiosa e rifornimenti in armi per i Peshmerga. Viene insomma mantenuto lo Stato federale iracheno, che non sprofonda nell’anarchia, e si arma la fazione che in questo momento sta combattendo l’Isis. Quanto all’atteggiamento della Turchia non deve stupire. Sicuramente trae vantaggio dall’importare greggio dal Kurdistan iracheno in termini economici, ma il fattore più importante è l’accordo politico. Ankara vuole avere una garanzia concreta, non a parole, di una propensione alla collaborazione strutturale da parte dei curdi iracheni".

I curdi iracheni e il Pkk – che spesso compie attentati agli oleodotti turchi – rischiano di trovarsi dunque su fronti opposti. Se da un lato è anche questo l’obiettivo della Turchia dall’altro accresce le preoccupazioni sulla tenuta dell’accordo, anche considerata la collaborazione militare tra Peshmerga e Ypg in Siria.

Il secondo importante smottamento, dopo il crollo della dittatura baathista in Iraq, è infatti arrivato con la guerra civile in Siria. In un primo momento le forze curde – in particolare le milizie del Ypg– hanno combattuto tanto contro il regime quanto contro i ribelli, ottenendo un’indipendenza de facto dal resto del territorio siriano per le aree a maggioranza curda.

Con l’accentuarsi della presenza di fazioni fanatiche-islamiche (e forse con un accordo sottobanco col governo di Damasco) si sono però intensificati gli scontri con gli islamisti di Al Nousra prima e dell’Isis poi. Fino alla caduta di Mosul in Iraq (giugno scorso) e alla nascita del Califfato le forze curde erano riuscite a ottenere numerose vittorie e ad esercitare il controllo sulla propria area. Ma quando i combattenti dello Stato Islamico sono riusciti a sottrarre all’esercito regolare iracheno – discioltosi nel nord-ovest senza combattere – artiglieria e mezzi corazzati, le sorti del conflitto sembravano destinate a cambiare.

Nonostante i bombardamenti – iniziati durante l’estate - della coalizione internazionale guidata dagli Usa contro l’Isis, nell’offensiva di settembre/ottobre i combattenti dello Stato Islamico sono riusciti a conquistare numerosi villaggi tra Iraq e Siria e a spingersi fino al confine con la Turchia dove hanno messo sotto assedio la cittadina curda di Kobane.



È in questo momento di difficoltà che qualcosa di nuovo pare si sia mosso sotto traccia. Lo scorso ottobre i Peshmerga iracheni vengono mandati da Masud Barzani, presidente della regione del Kurdistan iracheno e capo del Pdk, ad aiutare i guerriglieri del Ypg nella cittadina assediata.

Secondo alcuni esperti, come la giornalista di Al Arabyia Ceylan Ozbudak, i Peshmerga sarebbero andati "malvolentieri", e "a causa di una pressione particolarmente forte da parte degli Stati Uniti sul governo regionale del Kurdistan iracheno". Infatti tra Pdk e Ypg non corre buon sangue: "Il Pdk è ideologicamente più affine ai partiti arabi dell’area e le istanze del Ypg sono considerate controverse anche tra i curdi. I Peshmerga non erano entusiasti – conclude Ozbudak - di andare a Kobane, in parte per le differenze ideologiche tra Pdk e Ypg, in parte per lo scarso numero di civili curdi rimasti nella cittadina".

Ma il fatto rimane. Anzi, che Pdk e Pkk/Ypg – rivali nel contendersi l’influenza sul Kurdistan siriano – stiano lavorando assieme è particolarmente rilevante.

Lo spettatore più preoccupato – e certo non inerte - di queste evoluzioni è ovviamente il governo di Ankara. Come sopra detto la Turchia non ha avuto problemi ancora di recente a trattare sul greggio con il governo regionale curdo-iracheno, ma non può accettare un rafforzamento strategico del Pkk (e delle sue propaggini siriane), che non ha rinunciato alle pretese indipendentiste e alla lotta armata.

"La minaccia strategica per la Turchia non è l’Isis ma la possibile nascita di uno Stato curdo", racconta Claudio Neri, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di studi strategici. "Anzi, non è assurdo ipotizzare che Ankara abbia tentato di usare l’Isis contro i curdi, anche se la strategia ha funzionato solo in parte. Adesso Erdogan evita di intervenire contro l’Isis sostenendo che i raid aerei siano inutili, ma sapendo bene che gli Usa non vogliono inviare truppe di terra e che, nel caso, sarebbero soprattutto i militari turchi ad essere coinvolti. In questo modo Ankara avrebbe modo di controllare il territorio ed evitare che il Pkk si rafforzi o addirittura nasca uno Stato curdo ai suoi confini".

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In questo quadro gli Stati Uniti stanno mantenendo un ruolo di spettatori e poco più. "Il loro principale interesse – conclude Neri – è evitare che l’ordine regionale possa saltare bruscamente. Tutta l'area geopolitica medio-orientale è in fase di riassestamento. I vari attori regionali hanno modificato il loro potere relativo e le dinamiche interne sono fortemente correlate le une con le altre, quindi intervenendo si rischierebbe un effetto domino". 

@TommasoCanetta

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