Kurdistan, per i giornalisti lavorare sta diventando sempre più pericoloso

Lo scorso 13 agosto, in una strada provinciale del Kurdistan iracheno che dal villaggio di Semel conduce verso la città di Dohuk, un’autovettura ad oggi ancora non identificata ha scaricato il corpo agonizzante del 28enne Wedad Hussein Ali.

I membri della YBS, una milizia affiliata con i lavoratori del Kurdistan Party (PKK), disarmano un dispositivo esplosivo collocato dai combattenti dello stato islamico nei pressi del villaggio di Umm al-Dhiban, nel nord dell'Iraq. REUTERS/Goran Tomasevic
I membri della YBS, una milizia affiliata con i lavoratori del Kurdistan Party (PKK), disarmano un dispositivo esplosivo collocato dai combattenti dello stato islamico nei pressi del villaggio di Umm al-Dhiban, nel nord dell'Iraq. REUTERS/Goran Tomasevic

Morto meno di un’ora dopo nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Semel, Ali lavorava come cronista per l’agenzia d’informazione RojNews, nota per la vicinanza alle formazioni guerrigliere del Pkk, che dal 2015 sono di nuovo entrate in rotta di collisione con il Partito democratico del Kurdistan (PdK) del presidente Mas’ud Barzani. 

Stando alle testimonianze di amici e familiari, nei mesi precedenti il giornalista era stato ripetutamente interrogato dagli agenti di Asayish - il corpo di sicurezza regionale alle dipendenze del ministero degli Interni - per via dei suoi articoli apertamente critici verso l’amministrazione Barzani, di cui Dohuk è una delle principali roccaforti elettorali. Secondo quanto dichiarato dal fratello Tariq allorganizzazione non governativa Human Rights Watch, inoltre, a luglio, durante un fermo particolarmente lungo, gli Asayish avrebbero posto un ultimatum a Wedad: poteva abbandonare l’agenzia o accettare di agire come informatore dall’interno. “In caso contrario - avrebbero intimato gli agenti al giovane cronista - stai pur certo che ti fermeremo”. Nello stesso periodo, sempre secondo la ricostruzione di Human Rights Watch e della stessa agenzia RojNews, a un amico Ali avrebbe mostrato un sms intimidatorio appena ricevuto, dicendosi certo che il mittente fosse un agente del Parastin, il corpo di intelligence che nella zona di Dohuk risponde direttamente agli alti ranghi del PdK. Un paio di settimane dopo, alle 8 di mattina del 13 agosto, la sua auto è stata intercettata da altre due autovetture, dalle quali - secondo le testimonianze dei presenti - sarebbero scesi tre uomini armati, che dopo essersi qualificati come agenti delle forze di sicurezza lo avrebbero incappucciato e trascinato via di peso, dichiarandolo “in arresto”. Due ore più tardi, il corpo tumefatto del cronista veniva rinvenuto e trasportato d’urgenza in ospedale, dove quasi subito sarebbe spirato per via delle numerose ecchimosi e di un’emorragia interna.

Nonostante il caso abbia attirato per qualche giorno le attenzioni dei media e della diplomazia internazionale, ad oggi le indagini restano ancora al palo. Le autorità locali hanno ventilato l’ipotesi che a eliminare il giornalista, nel timore che fosse divenuto un informatore, siano stati gli stessi guerriglieri del Pkk. Ad avvalorare questa tesi, secondo lagenzia locale Rudaw, sarebbe una fonte anonima interna alla famiglia Ali: ma in un appello lanciato qualche settimana dopo attraverso l’organizzazione Reporters without borders, gli stessi familiari del ragazzo hanno messo nero su bianco la loro sfiducia nei confronti delle autorità, denunciandone i ripetuti tentativi di intimidazione e invitando la diplomazia estera e le organizzazioni umanitarie a far pressioni sul governo curdo per la risoluzione del caso.

Sia come sia, l’episodio ha finito per riaprire una ferita che nel Kurdistan iracheno sembra non aver  mai davvero smesso di sanguinare. Secondo Sarah Leah Witson, responsabile per il Medio Oriente di Human Rights Watch,  Wedad Hussein Alì “è appena uno delle dozzine di giornalisti che ogni anno, nel territorio del Governo regionale curdo (Krg), vengono minacciati, malmenati o imprigionati, quando non proprio uccisi”. Nel solo 2016, il Metro Center, un’organizzazione curdo-irachena per la difesa della libertà di stampa, afferma di aver documentato 175 violazioni gravi ai danni di un centinaio di giornalisti: l’ultimo rapporto annuale stilato dall’ente elenca almeno 15 casi di cronisti che nell’anno appena trascorso sarebbero stati detenuti illegalmente nelle carceri del paese per ragioni legate alla loro professione. Altri 25 sarebbero stati malmenati, mentre a 52 sarebbe stato arbitrariamente impedito di svolgere il proprio lavoro. Almeno due giornalisti, infine, sarebbero stati bersagliati da raffiche d’arma da fuoco esplose a scopo intimidatorio.  “Nonostante i continui progressi registrati negli ultimi anni sotto il profilo giuridico e legislativo - si legge nel documento - nel territorio del Krg i giornalisti continuano ad esser vittime di ripetute ondate di violazioni, avvenute anche nel 2016 in un regime di diffusa impunità”.

Wedad Hussein Ali è, in effetti, il quinto giornalista che dal 2008 viene ucciso in simili circostanze nel territorio del Governo regionale curdo.  L’ultimo era stato Kawa Garmyani, reporter per il settimanale Awene, freddato di fronte alla sua abitazione di Sulaymaniyah nel dicembre del 2013, dopo aver firmato una dettagliata inchiesta su un giro di corruzione che sembra coinvolgesse anche esponenti governativi. Ma il caso più celebre, che per qualche giorno riuscì perfino a risvegliare la pigra indignazione delle cancellerie occidentali, resta quello di Sardasht Osman, appena 22enne all’epoca del decesso. Osman era uno studente di lingue all’Università di Arbil, autore di una lunga serie di articoli al vetriolo pubblicati sulle pagine di satira e politica di periodici d’opposizione come Ashtinamee Livin magazine. La mattina del 3 maggio 2010, un gruppo di uomini armati lo aggredì di fronte al suo ateneo, portandolo via a bordo di un furgone Hunday, ad oggi mai identificato.  Il giorno seguente, il suo cadavere martoriato veniva rinvenuto nella vicina città di Mosul, con una ferita d’arma da fuoco all’altezza della bocca che i suoi colleghi, stando alla ricostruzione di Human Rights Watch, interpretarono come un’intimazione “a tenere la bocca chiusa”.

Per quell’omicidio, un pool investigativo “segreto” nominato personalmente dal presidente Mas’ud Barzani  puntò il dito sul gruppo fondamentalista Ansar al-Islam, suggerendo che Osman - da tutti descritto come un giovane “secolarista, laico e liberale” - vi avesse intrattenuto ambigui e non meglio specificati rapporti. Ma negli stessi giorni, in un appello diffuso alle maggiori organizzazioni internazionali per la difesa della libertà di stampa, un gruppo composto da 75 tra accademici, giornalisti e intellettuali curdi additò il governo regionale come responsabile dell’assassinio. Tra loro c’era anche Halgurd Samad, che di Livin era all’epoca direttore responsabile, e che due anni prima - al culmine di una lunga serie di intimidazioni e messaggi minatori - era già finito vittima di un violento pestaggio. In seguito all’omicidio Osman,Samad fu tra i più attivi promotori delle affollate manifestazioni di piazza che, qualche mese più tardi, sarebbero sfociate nelle proteste di massa di Sulaymaniyah.  “A maggio del 2010 - racconta oggi il giornalista - mentre ci preparavamo a scendere in piazza, ricevetti un sms anonimo: ‘Se non la smetti di agitare le acque - scrivevano -farai la stessa fine di Osman’. Pochi giorni più tardi, un amico che lavorava nel Parastin mi avvertì in segreto che i suoi colleghi mi avevano messo nel mirino, e che stavano pianificando un’aggressione nei miei confronti. Per questo, alla fine decisi di fuggire”. 

Temendo per la sua vita, Samad riparò quindi in Turchia, dove rimase per un breve periodo prima di ottenere asilo politico dalla Francia. Da allora vive a Parigi, dove continua a collaborare con Livin  e con la tv satellitare curdo-irachena Nrttv, che ha contribuito a fondare. Lo scorso dicembre lo abbiamo incontrato a Torino, a margine di un convegno sulla libertà di stampa in Medio Oriente che il Caffè dei giornalisti ha indetto in collaborazione con la Maison des journalistes parigina, organizzazione che all’epoca lo aiutò a ottenere asilo e che da allora ha continuato a seguirne il caso. “L’aspetto peggiore di queste vicende - ci ha spiegato - è il livello di impunità nel quale gli omicidi si sono consumati. Ad oggi, in Kurdistan iracheno, gli assassini di almeno cinque giornalisti restano a piede libero, ed è il caso di dire che nessuno li stia cercando. Asayish è uno dei corpi di sicurezza più efficienti dell’intero Medio Oriente: negli ultimi anni sono riusciti a sventare o a individuare i colpevoli di decine di attentati. Anche volendo escludere il coinvolgimento di agenti dello Stato in questi omicidi, dunque, viene spontaneo chiedersi come mai le nostre forze di sicurezza non riescano a proteggere i giornalisti”.

Colpisce, inoltre, lo scarso interesse che i media e le diplomazie occidentali mostrano spesso verso queste vicende. Al pubblico americano ed europeo, il Kurdistan iracheno viene generalmente presentato come un’oasi di stabilità nella regione, anche sotto il profilo del diritti civili…

“In realtà questo non è del tutto falso, nel senso che la soppressione della libertà di stampa non rientra certo tra i caratteri intrinseci del progetto nazionale curdo-iracheno. Si tratta, piuttosto, di un retaggio della guerra civile che tra il 1994 e il ’98 si è consumata tra le due maggiori fazioni politiche del paese. Raouf Akrey - il primo giornalista assassinato per mano curda di cui si abbia notizia - morì a Dohuk nel 1993, un anno prima dell’inizio del conflitto, quando già da anni una sorta di guerra fredda andava trascinandosi tra il Partito democratico di Mas’oud Barzani e l’Unione patriottica di Jalal Talabani. Un anno dopo, il primo settembre del ’94, Bakr Ali - poeta, attivista e giornalista - venne  ucciso a Sulaymaniyah, quando la guerra civile era già iniziata da diversi mesi. È in quel contesto che i primi intellettuali furono assassinati. E più in generale, credo si possa affermare che molti dei mali del paese, come la corruzione e lo scarso turnover nella classe politica, siano un’eredità di quel periodo”

Intende forse che quella guerra, in realtà, non si è mai del tutto conclusa?

“Intendo che a permanere, seppur in modo sotterraneo, sono le divisioni che portarono al conflitto. I primi giornalisti furono uccisi sulla scia di una guerra che in quattro anni causò la morte di più di cinquemila persone. In seguito, con gli accordi di pace siglati nel 1998 grazie alla mediazione statunitense, il Kurdistan iracheno venne diviso in due sotto-governi con sede ad Arbil e Sulaymaniyah, amministrati rispettivamente dal Partito Democratico (PdK) di Barzani e dall’Unione Patriottica (PuK) di Jalal Talabani. Di fatto, questo assetto di potere è rimasto immutato anche dopo la riunificazione del parlamento curdo-iracheno, prova ne è il fatto che soltanto il 30 per cento dei Peshmerga è sotto il comando del ministero della Difesa: tutti gli altri, al braccio, continuano a portare lo stemma di uno dei due partiti. Vale a dire che ancora oggi esistono due Kurdistan, ciascuno con i suoi militari e le sue forze di sicurezza; e ciò implica che, quando un giornalista va a toccare gli interessi o la reputazione di un esponente politico, è molto probabile che una parte dell’esercito o delle forze di sicurezza inizi a trattarlo alla stregua di un fuorilegge, che in fondo è ciò che, durante la guerra civile, accadeva agli intellettuali schierati con l’una o con l’altra fazione. Non a caso è nel 2008, dopo un decennio di relativa pace sociale e prosperità economica,  che i giornalisti ricominciano a venire uccisi: e cioè quando, con l’emergere di nuovi attori politici e di una serie di richieste da parte della società civile, quell’assetto di potere inizia a entrare in crisi”. 

Quali sono, in concreto, le ragioni per cui un giornalista muore?

“Ogni reporter in Kurdistan iracheno sa che esiste una serie di linee rosse che è pericoloso oltrepassare: ad esempio l’onorabilità e la reputazione di un esponente politico, gli episodi di corruzione, gli affari e gli equilibri politici che ruotano attorno all’estrazione del petrolio. Sardasht Osman fu ucciso pochi mesi dopo aver pubblicato un pezzo satirico in cui scriveva di voler sposare la figlia del presidente Mas’ud Barzani, per riscattare sé e la sua famiglia dalla condizione miserevole in cui vivevano: e questo è un affronto imperdonabile nella società curdo-irachena, di cui il clan Barzani rappresenta l’incarnazione più tradizionalista e conservatrice. Tra la pubblicazione di quell’articolo e la sua morte, Osman non fece che ricevere telefonate e messaggi minatori, tanto che in uno dei suoi ultimi articoli scrisse di sapere che il suo destino era segnato. Similmente, Abdulsattar Tahir Shareef, un ricercatore universitario,  fu ucciso a Kirkuk dopo aver concesso a noi di Livin magazine un’intervista riguardo a una serie di studi storiografici che aveva condotto sulla figura di Mustafa Barzani, padre dell’attuale presidente ed eroe nazionale della guerriglia indipendentista. Il contenuto di quell’intervista fece infuriare i sostenitori di Barzani: al punto che pochi giorni dopo, sul quotidiano Khabat, l’organo informativo ufficiale del PdK, apparve un editoriale firmato da un sedicente ‘Gruppo giovanile per la difesa della santità del Kurdistan’ che invitava apertamente alla violenza contro i giornalisti eccessivamente critici verso la leadership nazionale. Direi che è abbastanza per affermare che la famiglia Barzani rappresenta la prima delle linee rosse da non attraversare”

Lei crede che questa situazione potrà mai cambiare?

“Io sono piuttosto ottimista, in merito. Dal 2007 abbiamo una delle leggi più avanzate del Medio Oriente a tutela della libertà di stampa: ma quella stessa legge in alcuni passaggi risulta eccessivamente vaga e ciò è all’origine di un altro grande problema nel nostro paese, ovvero l’enorme numero di cause per diffamazione che i rappresentanti politici e istituzionali intentano contro i giornalisti. Va detto, inoltre, che il Kurdistan iracheno attraversa uno dei momenti più delicati della sua storia: con la crisi economica e i costi legati alla guerra, il tasso di disoccupazione sta salendo esponenzialmente dopo un decennio di crescita che sembrava inarrestabile, mentre i dipendenti pubblici, militari inclusi, ricevono lo stipendio a singhiozzo. Nel frattempo il parlamento non si riunisce più dall’ottobre del 2015, quando il presidente Barzani, allo scadere del mandato, ha rifiutato di abbandonare la carica e ha ordinato l’espulsione dei parlamentari dissidenti’. È ovvio che il futuro del Kurdistan oggi dipende soprattutto dal modo in cui questa crisi evolverà”. 

@Stortantonio

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