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Mosca apre un'altra base in Asia centrale per arginare l'avanzata cinese

La Russia è pronta ad aprire una nuova base militare in Kyrgyzstan. Una risposta alla minaccia jihadista, che inquieta anche la Cina ? Non solo. È in corso una gara per l’egemonia regionale. E non potendo competere sul piano commerciale con la via della seta, Mosca offre sicurezza

Bandiera del Kyrgyzstan. Foto di Riccardo Intini
Bandiera del Kyrgyzstan. Foto di Riccardo Intini

In Asia Centrale, così come in Estremo Oriente e in altre parti del globo, le relazioni tra Russia e Cina sembrano correre sul filo di un equilibrio delicatissimo tra competizione e cooperazione, tra le esigenze di bilanciamento e le prospettive di una proficua collaborazione economica e militare.

Ciò è evidente soprattutto in Kyrgyzstan, ex repubblica sovietica confinante con la Cina, dove la Russia potrebbe stabilire una seconda base militare nel versante meridionale del Paese. Una mossa di questo genere soddisfa le esigenze di sicurezza di Mosca e Pechino, entrambe preoccupate dalla presenza di estremisti islamici - in Afghanistan ma anche nello Xinjiang, regione autonoma all’estremità nordoccidentale della Cina - ma consente anche alla Russia di rafforzare il suo ruolo di garante della sicurezza regionale, contenendo l’influenza cinese.

Le preoccupazioni di Mosca per la sicurezza dell’Asia Centrale erano state efficacemente espresse negli scorsi mesi da Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri russo, che aveva parlato della grave minaccia rappresentata dall’Isis nel nord dell’Afghanistan e della possibilità, da parte degli estremisti, di penetrare negli Stati confinanti dell’Asia Centrale, ossia le ex repubbliche sovietiche.

A differenza di Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan, in ogni caso, il Kyrgyzstan non condivide nessuna porzione di territorio con l’Afghanistan, dal quale è comunque separato da un corridoio di circa 350 km. L’apertura di una seconda base militare russa in Kyrgyzstan – la prima, un campo d’aviazione, si trova nel nord del Paese – potrebbe rappresentare un chiaro tentativo di porre un freno all’influenza cinese nella regione, cresciuta a dismisura negli ultimi anni anche grazie al grandioso progetto logistico-infrastrutturale Belt and Road Initiative, la nuova Via della seta.

Da una parte, pertanto, la costruzione di una base militare russa in Kyrgyzstan potrebbe essere interpretata come un ulteriore tassello della cooperazione strategica tra Russia e Cina – ribadita in questi giorni anche in occasione del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – mentre dall’altra può essere letta come un tentativo, da parte di Mosca, di difendere il suo ruolo dominante in Kyrgyzstan e nell’intera Asia Centrale, una posizione messa costantemente a repentaglio dagli ambiziosi obiettivi economici di Pechino.

Per la Cina, l’Asia Centrale rappresenta soprattutto uno sbocco naturale per le proprie esportazioni: nel 2016, l’interscambio commerciale tra Cina e Kyrgyzstan ha raggiunto la cifra di 1.6 miliardi di dollari, circa il doppio rispetto al volume d’affari di Bishkek con Mosca. Nell’ambito della Belt and Road Initiative, inoltre, la Cina ha investito più di 4 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali in Kyrgyzstan, per la maggior parte gasdotti, strade e linee di trasmissione energetica.

Non potendo esercitare la propria influenza attraverso l’economia e gli investimenti, una partita già ampiamente vinta dalla Cina, la Russia cercherà di consolidare il suo ruolo di potenza regionale con iniziative di carattere militare, in modo tale da preservare il suo ruolo di garante della sicurezza in Asia Centrale. In quest’area, la Russia possiede già tre basi militari, oltre al Kyrgyzstan, anche in Kazakhstan e in Tajikistan, e negli ultimi anni ha continuato a cooperare militarmente anche con le altre ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, cercando di sostenere i loro sforzi per la difesa dei confini con l’Afghanistan, in particolare in Tajikistan, al quale la Russia ha recentemente ceduto equipaggiamento medico e militare, elicotteri, artiglieria e carri armati.

Anche la Cina ha investito militarmente in Asia Centrale, ma con scopi apparentemente diversi da quelli della Russia: mentre Mosca è interessata al mantenimento della sua posizione di potere in tutta la regione, l’obiettivo di Pechino è la difesa dello Xinjiang e delle sue frontiere nordoccidentali, particolarmente suscettibili al fenomeno delle infiltrazioni di estremisti dal vicino Afghanistan. In effetti, il principale scopo militare di Pechino sembrerebbe quello di creare una zona di sicurezza tra i suoi territori di confine con Afghanistan, Pakistan e Tajikistan.

La Cina ha condotto anche esercitazioni militari con alcuni Paesi della Shanghai Cooperation Organization, tra i quali il Kyrgyzstan, con il quale si è ripromessa di organizzare anche diverse esercitazioni antiterrorismo. Pur non confinando con l’Afghanistan, infatti, il Kyrgyzstan è stata una delle nazioni maggiormente colpite dalla violenza jihadista in Asia Centrale: prima del 2000, il Paese è stato bersagliato da numerosi attacchi condotti dall’Islamic Movement of Uzbekistan -un’organizzazione terroristica che si sarebbe successivamente alleata con l’Isis -, e nel 2016 un attacco suicida ha colpito l’ambasciata cinese di Bishkek, la capitale del Paese.

Per motivi diversi, pertanto, il Kyrgyzstan sembra trovarsi al centro dell’agenda militare ed economica di Cina e Russia e la sua importanza strategica è destinata ad aumentare: per la Cina è una parte essenziale del corridoio di transito della nuova via della Seta e la sua prossimità con lo Xinjiang lo rende strategicamente cruciale anche per motivi di sicurezza interna. Per Mosca, d’altra parte, il Kyrgyzstan rappresenta un componente fondamentale dell’ex blocco sovietico in Asia Centrale, una regione vitale per gli interessi economici e militari della Russia.

In questi giorni, durante il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – un’alleanza che comprende, oltre a Russia e a Cina, anche Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan, e a partire dal 2017 anche India e Pakistan -, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che l’obiettivo principale dell’alleanza (definita “anti-G7”) è rappresentato dalla lotta al terrorismo e dalla «reciproca assistenza diplomatica nei conflitti vicini alle nostre frontiere». Negli scorsi giorni, in occasione di un incontro a Pechino con il presidente Xi Jinping, Putin aveva dichiarato che la cooperazione tra Russia e Cina ha raggiunto un livello «senza precedenti».

Russia e Cina non condividono soltanto la volontà di spostare il baricentro del potere mondiale, trasferendolo da Ovest a Est, ma sono accomunate anche dalle ansie e dalle preoccupazioni concernenti l’estremismo islamico in Asia Centrale, considerato da entrambe una grave minaccia per le rispettive sfere d’influenza. Con queste premesse, una cooperazione sempre più viva tra le due superpotenze non appare soltanto prevedibile ma addirittura necessaria.

Ma in Kyrgyzstan e in Asia Centrale, a migliaia di chilometri di distanza dall’esclusività e dallo sfarzo dei vertici tra Putin e Xi, Cina e Russia sembrano impegnate in una lotta discreta e silenziosa per la conquista della supremazia. Pechino la porta avanti con una sorta di soft power economico, investimenti e infrastrutture, Mosca invece con forme sottili di hard power, basi militari e supporto agli eserciti.

@Cassarian

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