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L’Algeria alla ricerca del gas di scisto

Tutto è iniziato l’1 gennaio, quando i cinquantamila abitanti di In Salah, nel sud dell’Algeria, si sono svegliati col rumore delle trivelle che perforavano il sottosuolo per la ricerca del gas di scisto. Il 27 dicembre il ministro dell’Energia Youcef Yousfi aveva confermato che da lì a qualche giorno il paese avrebbe iniziato a perforare il Sahara alla ricerca del gas, in virtù di un progetto di legge sugli idrocarburi, approvato dal parlamento un anno prima proprio per favorire nuove concessioni.

Photo credits bechtel.com

Sei mesi prima, a giugno, il presidente Abdelaziz Bouteflika ammetteva per la prima volta che il paese tra quindici anni non avrà più petrolio da esportare.

L’Algeria teme la sindrome egiziana: diventare un paese importatore di idrocarburi dopo averli esportati per anni.

Ma agli abitanti di In Salah non è piaciuta la mano ferma del governo, che ha messo in moto le trivelle senza consultare le comunità locali, e ne è scaturita una protesta che non si è ancora fermata e che ha avuto anche momenti difficili. Una rete di avvocati, medici, ingegneri, insegnanti, studenti, all'insegna della disobbedienza civile, ha occupato con un presidio permanente la piazza Somoud (della resistenza), che per l’occasione è stata ribattezzata “Maidan Somoud".

Accusano il governo di aver iniziato i lavori senza una valutazione dei danni ambientali e senza considerare che nella zona si trova la più importante riserva di acqua del Sahara, condivisa con il Marocco e con la Tunisia, che è anche la principale fonte di vita delle comunità locali.

Alle manifestazioni il governo algerino ha risposto col pugno duro, inviando comparti di polizia per evitare che il clima si surriscaldasse troppo a sud, una zona considerata cruciale dal punto di vista  della sicurezza anche per la prossimità alla Libia, e contagiasse altre regioni del paese. Sugli affari estrattivi algerini vige la segretezza assoluta.

Il governo dal petrolio ricava enormi profitti che utilizza a propria discrezione, senza alcun controllo parlamentare o istituzionale. Il petrolio dà vita a una sorta di “capitalismo clientelare”, come lo definisce l’Orient xxi, funzionale solo alle esigenze delle elite al potere  e poco utile al benessere della collettività.

Basta guardare al caso di In Salah. Si tratta di una delle regioni più importanti per il gas in Algeria, gas che poi viene esportato in Europa attraverso il gasdotto TransMed, che passa per l’Italia, e quello MedGaz, che arriva in Spagna. Eppure le comunità locali beneficiano poco delle risorse del sottosuolo e dei ricavi delle esportazioni, non a caso proprio a In Salah non ci sono infrastrutture, né ospedali, e gli abitanti accusano il governo di attuare politiche discriminatorie nei loro confronti. Infatti dalla gran parte delle indagini sulla situazione politica algerina, emerge che le riforme più importanti dovrebbero riguardare le logiche clientelari prima ancora dei metodi repressivi del regime.

I fautori del gas di scisto ritengono inoltre che l’impatto ambientale sia minimo e giustificano la propria posizione guardando agli Stati Uniti e al Canada, che hanno scelto il fracking. Per il governo, che non ha mai pensato a un piano economico alternativo al petrolio, il gas di scisto rappresenta un’opportunità storica perché con riserve stimate tra le ventimila e le ventottomila unità, l’Algeria potrebbe diventare la terza potenza mondiale in materia di gas.

Gli avversari, composti principalmente dalla società civile e da qualche deputato dell'opposizione, invece, lo contestano rifacendosi all’esempio della Francia, che ha bloccato le autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi non convenzionali proprio per salvaguardare l’ambiente. Gli unici a beneficiare del gas di scisto - accusano gli attivisti - sarebbero le elite al potere e le lobby petrolifere e per questo chiedono una moratoria al presidente Bouteflika affinché fermi le trivelle nel Sahara.

A supportarli nella battaglia oggi è arrivato anche il rapporto di Corporate Europe Observatory e Friend of the Hearth Europe,che accusa la Commissione europea di avere istituito un team di esperti, per la valutazione degli effetti del fracking, composto per il 70% da professionalità direttamente o indirettamente legate all’industria petrolifera o estrattiva, impiegate in aziende come Total o Shell, e solo cinque esponenti della società civile.

@SereGras

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