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L’ambiguità nucleare nordcoreana

Nel corso dell’ultimo decennio il programma nucleare nordcoreano ha alimentato le inquietudini della Comunità Internazionale. Lo sviluppo dell’arma atomica, all’ombra della Cina di XiJinping, in contrasto con il diritto internazionale e da parte di un Paese accusato di crimini contro l’umanità minacciava di trasformare una dittatura esotica e anacronistica in una minaccia al Global Order. D’altronde, l’inquietudine internazionale si è da sempre fondata su un equivoco che la Presidenza Trump sembra pronta a spazzare via.

 Il leader della Corea del Nord, Kim Jong Un, durante un'esercitazione militare per l'85° anniversario della costituzione dell'esercito popolare coreano (KPA). KCNA/Handout via REUTERS
Il leader della Corea del Nord, Kim Jong Un, durante un'esercitazione militare per l'85° anniversario della costituzione dell'esercito popolare coreano (KPA). KCNA/Handout via REUTERS


La minaccia nucleare nordcoreana, infatti, è tatticamente più effimera di quanto appaia e, soprattutto, strategicamente assai più controproducente di quanto il regime di Kim Jong-un voglia far credere.


La variabile tecnologica


Nel corso degli ultimi due decenni della Guerra Fredda il confronto nucleare tra le due superpotenze si spostò dalle caratteristiche degli ordigni a quelle dei sistemi e dei dispositivi di lancio.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali e satellitari, i progressi della missilistica e il potenziamento delle infrastrutture logistiche e strategiche minacciava infatti di minare alla radice l’equilibrio tra le due superpotenze, aprendo la strada alla possibilità che uno dei due contendenti potesse intercettare le testate dell’altro mentre erano in volo e neutralizzarle prima che si innescassero.
I risultati dei programmi di ricerca avviati in quegli anni sono tra i segreti meglio custoditi degli apparati militari americani, e probabilmente anche russi, mentre lo sviluppo della cyberwarfare ha certamente aggiunto un ulteriore tassello al mosaico. Ma è improbabile che l’improvviso declassamento della minaccia nucleare intercorso nel corso degli anni ‘90 in ambito NATO sia esclusivamente legato al collasso dell’Unione Sovietica.
Nel corso degli ultimi decenni determinate caratteristiche di alcuni sistemi di combattimento integrati sono state parzialmente disvelate, ma le capacità complessive sono ancora poco chiare e piuttosto discusse.
Il sistema di combattimento integrato AEGIS, imbarcato negli incrociatori e nelle cacciatorpediniere statunitensi e giapponesi che si dirigono verso la penisola coreana, è testato per intercettare missili balistici a corto e a medio raggio, mentre il sistema integrato antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), schierato in gran parte delle basi USA dell’area, e le batterie di Patriot PAC-3 giapponesi dovrebbero garantirecapacità terrestri analoghe.
Se quindi è altamente probabile che gli USA dispongano di contromisure in grado di limitare, o addirittura annichilire, la minaccia balistica, è altresì possibile che il regime nordcoreano non disponga ancora di testate miniaturizzate, che possono essere imbarcate sui vettori, o che comunque non sia in grado di imbarcarle tutte.
Inoltre, non è ancora chiaro se il dispositivo nucleare nordcoreano abbia second strike capabilities, e cioè la capacità di rispondere a un eventuale attacco preventivo con una rappresaglia nucleare.
Va però ricordato che la dottrina nucleare nordcoreana potrebbe prevedere modalità d’impiego non convenzionali e che l’arsenale chimico di Pyongyang, migliaia di tonnellate di gas,e quello biologico, con tutta probabilità quantomeno antrace, possono rappresentare una minaccia molto più sinistra e assai più complessa da contrastare.
Tuttavia, è il quadro strategico a rendere la minaccia NBC nordcoreana piuttosto precaria.


Deterrenza vs dissuasione


La dottrina militare della Distruzione Mutua Assicurata (Mutual Assured Destruction, MAD), che prevede la completa distruzione sia dell’attaccante che dell’attaccato in caso di un conflitto tra potenze nucleari, è alla base della teoria della deterrenza, una teoria che postulava l’equilibrio tra la NATO e il blocco sovietico per effetto della minaccia di una ritorsione sproporzionata a un’eventuale aggressione, e, di conseguenza, di un’escalation irrefrenabile e fatale.
La Corea del Nord d’altronde, pur supponendo lo scenario tattico più favorevole a Pyongyang tra quelli possibili, non ha neanche lontanamente il potenziale per minacciare di distruzione gli USA e i loro alleati, di conseguenza l’arsenale  nucleare nordcoreano si configura come una forza di dissuasione piuttosto che di deterrenza.
La differenza è assai più sostanziale di quanto possa apparire.
Se nel caso della deterrenza, infatti, la minaccia di una massiccia rappresaglia nucleare e della conseguente distruzione reciproca crea uno stallo sotto il profilo logico (anche se la questione è dibattuta a livello accademico), nel caso della dissuasione i meccanismi di contenimento dell’escalation sono invece molto più deboli e rimandano, tanto nel caso dell’aggressore che in quello dell’aggredito,a una valutazione tattica e a una strategica, del tutto simile all’analisi costi-benefici.
Se quindi la logica della deterrenza esclude, almeno razionalmente, il ricorso all’opzione militare a causa delle inevitabili conseguenze, quella della dissuasione lo sottopone invece a una valutazione dei rischi, introducendo perciò una serie di variabili aleatorie e soggette a interpretazione in un modello altrimenti codificato e standardizzato.


Uno schema complesso


L’atomica nordcoreana più che una chiara minaccia rappresenta quindi un pericoloso rebus.
Gli Stati Uniti, con un nuovo Commander in Chief desideroso di affermare la discontinuità con la pazienza strategica improntata dal predecessore e molto vicino agli ambienti più conservatori delle Forze Armate, forti della schiacciante superiorità militare, delle ambiguità dell’arsenale nucleare nordcoreano e del possibile avallo cinese, fino a pochi mesi fa impensabile, sono comprensibilmente tentati da un attacco preventivo, chirurgico e convenzionale, come è già successo nel corso del passato decennio. Certamente il tempo gioca a favore del regime nordcoreano, e ogni anno, ogni mese, che passa si avvicina ineluttabilmente il momento in cui la Corea del Nord possiederà un vero e proprio dispositivo nucleare di deterrenza, alimentando il fumus interventista. D’altronde il prezzo nel caso di un errore di calcolo, di un’importante lacuna nelle informazioni o di un fraintendimento della postura cinese potrebbe essere catastrofico.
Per la Corea del Nord il quadro è forse anche più complesso.
Il regime di Pyongyang a dispetto delle apparenze potrebbe essere meno monolitico di quanto appaia, soprattutto nel caso in cui fosse sottoposto contemporaneamente a pressione sul fronte esterno, da parte degli USA, e su quello interno, da parte della Cina.
In quella che assomiglia sempre più a una partita di poker piuttosto che a una di scacchi non è da escludere che in caso di un intervento militare americano, convenzionale e limitato a infrastrutture militari, Pyongyang “chiami il giro”, rispondendo teatralmente ma sostanzialmente proporzionalmente, e conservi il proprio arsenale NBC come deterrente a un’eventuale invasione. D’altronde, il prezzo politico che Kim Jong-un sarebbe costretto a pagare, soprattutto nei confronti delle élites militari, potrebbe essere molto più pesante di quello che possa apparire al momento, mentre è possibile ipotizzare che propaganda ed esaltazione patriottica potrebbero addirittura rafforzare il culto popolare.
Nel caso in cui invece il regime nordcoreano decidesse di dare seguito alle minacce formulate nel corso delle scorse settimane, e quindi lanciasse un attacco preventivo, nucleare, nei confronti della flotta e delle basi USA o rispondesse a un eventuale attacco statunitense con una rappresaglia nucleare su obiettivi civili, come Seul per esempio, imboccherebbe una strada senza vie d’uscita, innescando, con tutta probabilità, violentissime fibrillazioni nella catena di comando.
La partita rimane, perciò, più aperta che mai e l’esito del tutto incerto. Ma è facile prevedere che la giocata decisiva sia vicina.

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