L'America di Trump

"Ma che cos'ha in testa Donald Trump?". Da mesi ormai questa domanda attanaglia i cervelli dei commentatori politici americani. È un reazionario? O addirittura un neofascista, come ipotizzano alcuni media di sinistra? Un troll, come dice Nate Silver sul suo blog? Oppure la nuova voce dei sempre meno attivi suprematisti bianchi?

U.S. Republican presidential candidate Donald Trump speaks at a campaign rally in Nashua, New Hampshire, December 28, 2015. REUTERS/Brian Snyder

Alcuni elementi della sua retorica sono stati accomunati sia ai Fire Eaters, demagoghi del Sud che già chiedevano la secessione e il ripristino della tratta degli schiavi nel 1850, sia alla foga nativista dei tardi anni '10 del Novecento, in cui il sospetto contro il radicalismo portò alla persecuzione di molti italoamericani culminati con l'esecuzione di Sacco e Vanzetti.
Ma tutte queste sono supposizioni fatte da analisti e commentatori che, per quanto autorevoli, non possono conoscere cosa Trump pensi veramente.
Ebbene, Trump lo svelò in una miniserie di History Channel del 2012, "Men who built America", dedicata ai cosiddetti "robber barons" americani, imprenditori che, a cavallo tra Otto e Novecento, costruirono immensi imperi nei settori ferroviario, petrolifero, siderurgico e bancario.
La serie, come una docufiction, conteneva numerose interviste a imprenditori più o meno famosi, tra cui appunto Donald Trump.
Qui scopriamo che Trump adora la cosiddetta "Gilded Age", letteralmente "epoca indorata".
Ma com'era l'America in quest'epoca?
Gli storici la racchiudono negli anni compresi tra il 1876, quando gli stati ex confederati vengono riammessi all'Unione e l'inizio del '900, quando i Progressisti cominciano un ambizioso programma di riforme.
Che America era, quella?
Di sicuro, e Trump ha ragione, era un'America che cresceva impetuosamente. Cresceva come popolazione, dai 50 milioni nel 1880 ai 76 milioni del 1900, spinta da un'alta natalità e anche da una forte immigrazione dall'Europa dell'Est, dall'Italia e dalla Cina. Cresceva economicamente in ogni settore: in quello agricolo che dopo la sconfitta dell'economia di piantagione vedeva sviluppare appieno l'agricoltura intensiva così come in quello industriale, dove nel periodo compreso tra il 1860 e il 1890 si registrano 500mila nuovi brevetti. Nascono in questo periodo la luce elettrica, l'acciaio da costruzione e il kerosene. Il pil cresce dal 1870 al 1880 del 6,8 % annuo e nei due decenni successivi mantiene un ritmo del 3,8%. Lo stipendio medio diventa il più alto del mondo, tanto da superare quello britannico (377 dollari contro 244, per fare un paragone maggiormente comprensibile in Italia lo stipendio è di 108 dollari).
Infine, la produzione di materie prime. Diamo un solo dato: tra il 1865 e il 1898 la produzione di carbone cresce dell'800%.
Ma non era tutto oro quello che luccicava: il 10% degli americani possedeva il 75% della ricchezza nazionale, le città erano estremamente malsane sia per l'inquinamento che per l'eccessiva densità abitativa degli appartamenti dei lavoratori dell'industria. L'eccessivo orario di lavoro (in alcune fabbriche di proprietà di Andrew Carnegie raggiunse 12 ore al giorno per sei giorni a settimana) e la repressione brutale degli scioperi (9 morti nello sciopero all'acciaieria di Homestead nel 1892, in Pennsylvania o 30 nello sciopero delle fabbriche di vagoni ferroviari Pullman, in Indiana, nel 1894).
E in tutto questo, cosa faceva la politica? Quasi inesistente. La caratura politica dei presidenti compresi tra Ulysses Grant e William McKinley era praticamente inesistente e tutto il potere veniva concentrato nelle mani del Congresso il quale, visto che le differenze ideologiche erano estremamente impalpabili, diventava una coalizione di interessi di singoli deputati. L'elezione indiretta dei senatori da parte delle legislature nazionali faceva sì che essa fosse il frutto dell'influenza di potentati locali o, come nel caso della California, di potenti corporation come la Southern Pacific Railroad.
La politica locale, se possibile, in questo periodo era ancora peggio: i potere delle machines cittadine, tra le quali spiccava quella di Tammany Hall, a New York, gestita dal Partito Democratico, era quasi incontrastato. Queste strutture di partito si occupavano della caccia dei singoli voti attraverso un esteso sistema clientelare che nulla aveva da invidiare a quello dei coevi parlamentari italiani. Se il quadro era questo, Trump di cosa ha nostalgia? Della crescita economica? Eppure nel secondo Dopoguerra l'America è cresciuta a ritmi altrettanto sostenuti.
No, non solo questo. Donald Trump ha nostalgia degli altissimi dazi che favorivano le imprese americane, creando un mercato protetto in cui queste potessero difendersi dalla concorrenza britannica e francese. Ha nostalgia di un paese dove un imprenditore poteva affidarsi a una milizia privata per reprimere uno sciopero. Ha nostalgia di un paese dove lo spirito nativista era molto forte e sfociava in periodici linciaggi di immigrati, come quello avvenuto a New Orleans nel 1891 dove vennero uccisi 19 italiani sospettati di aver ucciso il capo della polizia. Ha nostalgia di un paese in cui la fortuna di un'imprenditore superava quella del governo e quindi poteva facilmente manovrarlo.
Legittimo, per un imprenditore che, parole sue, è solo un "nano" rispetto ai Rockefeller e ai Carnegie di fine Ottocento.
Ma il mondo è cambiato e per l'America le minacce maggiori non sono certo alcuni scioperanti armati.
L'America a cui Trump si riferisce nel suo "Great Again" era un paese ai margini del mondo con una scarsa diffusione dei diritti civili tra la popolazione. Non esattamente un modello vincente.

@MatteoMuzio

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