L'America Latina è in trappola ma con speranza

Nel 2015 due fenomeni hanno in un modo o in un altro colpito le economie del continente e, sommandosi alle questioni politiche e sociali, tutti gli aspetti della vita dei suoi cittadini.

Graffiti saying "justice" partially seen above flood waters in Asuncion, Paraguay. December 27, 2015. REUTERS/Jorge Adorno

Il primo è la maledizione delle materie prime. L'economia del mondo marcia più piano e a risentirne pesantemente sono stati i paesi sudamericani che esportano gomma e petrolio; rame (vi si trova il 45% delle riserve del mondo), ferro e stagno; grano e soia (vi si coltiva il 56% della soia mondiale), oltre a cacao, caffè, olii.

Il secondo parla cinese: il rallentamento dell'economia del Dragone ha reso evidente quanto certi paesi latinoamericani abbiano toccato "livelli di dipendenza assoluta " dalla CinaUruguay e Argentina per la soia, Venezuela e Brasile per il petrolio, Colombia, Perù e Cile (per il rame e il ferro). L'America Latina ha ciò che serve alla Cina (il commercio bilaterale è cresciuto annualmente del 23%), e la Cina ha capitale. I prestiti cinesi, che hanno registrato l'anno scorso un incremento del 71%, hanno salvato i paesi in crisi, quando non in recessione, come Argentina, Brasile e Venezuela, e tenuto a galla molti di quelli piccoli, come Ecuador, Guyana, Costarica e Panama.

Ecco servita la trappola, e non solo economica. "La più grande banca del mondo", come in America Latina chiamano spesso la Cina, sta condizionando, tra le altre cose, le scelte infrastrutturali dei governi. Queste, a loro volta fanno derogare ai governi dall'impegno di non distruggere la foresta, i fiumi e la grande risorsa latinoamericana che è la sua capacità di produrre aria e acqua pulite. Del tutto indifese contro la pressione dalle società e dei finanziamenti cinesi sono le popolazioni dell'Amazzonia che ancora vivono in isolamento volontario su territori ambiti.

La dipendenza dal gigante asiatico ha fatto toccare con mano nel 2015 quanto siano state negative le politiche economiche di alcuni paesi, Argentina, Venezuela, Ecuador, che invece di diversificare i partner commerciali li hanno limitati sempre di più. "L'America Latina deve conseguire un maggior grado di diversificazione produttiva, modernizzazione e integrazione", ha detto a Cartagena alla Conferenza Iberoamericana Mario Pezzini, direttore del Centro per lo sviluppo dell'Ocse.

Hanno avuto una crescita negativa Argentina e Brasile, appena meglio Ecuador con lo 0,4% e Uruguay con l'1,6%. Lungo la costa pacifica, la tigre messicana non ruggisce più con il 2,5%, Perù e Colombia sono cresciuti di più del 3%, ma nessuno si è avvicinato al 5% della Bolivia.

Anche così, in Bolivia le cose potrebbero cambiare politicamente. Il presidente Evo Morales vorrebbe un terzo mandato, ma i sondaggi dicono che per il 54% i boliviani non sentono l'esigenza di rieleggerlo. Ciò tra due anni potrebbe smontare quasi del tutto il fronte del socialismo sudamericano, che nel 2015 ha perso parzialmente un altro membro, il Venezuela.

Cuba resta il punto di riferimento, ma anche qui, giorno dopo giorno, le novità vanno cambiando l'isola in maniera sottile ma inesorabile. Gli internauti, per esempio, ora sarebbero 150.000 al giorno, secondo la società della telefonia cubana Etecsa.

Il grande problema politico anche nelle ormai consolidate democrazie del Sudamerica – e che ha serie conseguenze economiche – è la corruzione. Il 2015 è stato un brutto anno: la corruzione, l'abuso di potere e l'imbroglio hanno messo in ginocchio il Brasile, il paese emergente che sembrava avviato verso la vera stabilità. L'impeachment chiesto contro la presidente Dilma Rousseff, anche se dai banchi nemici, ha fatto scappare gli investitori.

Persino la presidente Michelle Bachelet del Cile, il paese più stabile di tutta l'America Latina, è stata coinvolta in uno scandalo tramite il figlio. In Argentina la corruzione è stata un fattore chiave della vittoria del centrista liberale Mauricio Macri. La novità delle elezioni del 2015 potrebbe essere che le persone non sono più rassegnate come in passato a considerare la corruzione inevitabile o parte integrante del sistema.

La violenza diffusa è stata un altro fattore chiave nelle elezioni argentine e in quelle venezuelane e continua a zavorrare molti paesi, tra cui la Colombia e il Perù, per non parlare del Messico, dove ormai influisce sulla psiche dei bambini e svuota le città.

Una speranza è che proceda verso una conclusione il difficile processo di pace in Colombia tra Stato e Farc, le forze ribelli ormai quasi indistinguibili dal contrabbando e dal narcotraffico, che hanno causato decine di migliaia di morti in 50 anni di guerriglia.

Gli eventi politici ed economici del 2015 hanno ricordato quanto siano fragili se non si consolidano le conquiste sociali in America Latina. Il Messico e il Cile sono i paesi con la maggiore distanza tra i più ricchi e più poveri. Tuttavia, uno studio recente conclude che in Cile, per la prima volta, apparterrebbe alla classe media il 47% della popolazione (se si considera come salario inferiore della classe media l'equivalente in moneta locale di circa di 17.500 euro). I poveri sarebbero solo il 7,8%. Pur senza "cascare nella trappola del reddito medio", come dice Pezzini, sarebbe un cambiamento importante.

Nelle colline di Lima, la capitale peruviana, qualche mese fa è stato eretto invece un muro alto 3 metri che divide le casupole della baraccopoli Vista Hermosa dalle opulente case del quartiere Casuarinas.

L'inclusione sociale e abbattere i "muri della disuguaglianza" che percorrono il continente in lungo e in largo sono la grande sfida dell'America Latina. Riuscirci dipenderà soprattutto dalla politica, oltre che dall'economia, e dalla capacità di resistere alle trappole altrui e a quelle auto-costruite. Il 2015 ha mostrato che i latinoamericani sono meno compiacenti, rassegnati e tolleranti con la mala politica. Le sfide saranno alte come le Ande, ma l'ottimismo è cresciuto.

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