L’Arabia Saudita sta costruendo la sua Grande muraglia

La Grande muraglia nel deserto si estenderà per  950 km lungo la frontiera con l’Iraq, il già esistente terrapieno di sabbia alto 7 metri  e gli 8 km di “terra di nessuno”. Il progetto per la Sicurezza della frontiera nord deve impedire attachi da parte dell’ISIL (lo Stato Islamico dell’Iraq e di al-Sham — o Levante) il cui obiettivo è estendere lo Stato Islamico, o califfato, su tutta la regione di “al-Sham”, vale a dire, dal sud della Turchia all’Egitto, passando da Siria, Giordania, i Territori Palestinesi, Libano e Israele. 

“I barbari in nero rappresentano una minaccia per i regimi arabi prima ancora che per Europa e Stati Uniti”, dice   Karen Elliott House, vincitrice del premio Pulitzer per i suoi servizi dal Medio Oriente  in un’intervista alla Wall Street Journal TV.

L’Arabia Saudita, il paese più ricco della regione, sa bene che dopo  Iraq e Siria, il Califfato farà rotta sui due luoghi sacri dell’Islam, Mecca e Medina – e sulle sue riserve di petrolio.

Il progetto di una “muraglia” risale al 2006. Negli ultimi mesi, tuttavia, a seguito degli aggressivi tentativi del’ISIL di controllare gli attraversamenti tra Iraq e Siria, Giordania e Arabia Saudita, Riyad non solo vi ha rafforzato la sicurezza con 30.000 uomini della Guardia nazionale, ma ha anche avviato la costruzione del mega muro.

La soluzione di alta tecnologia della  Airbus Defence and Space prevede tre recinzioni, veicoli, stazioni di pronto intervento, torri di avvistamento con radar e telecamere notturne con tecnologia di riconoscimento immagini; il tutto interconnesso con i sette centri di comando e il ministero dell’Interno grazie a 1,45 milioni di kilometri di cavi a fibra ottica.

Il Paese ha già costruito una barriera lungo la frontiera yemenita nel 2013 e possiede la più forte e avanzata forza aerea della regione, equipaggiata e addestrata da Usa e Regno Unito. Tuttavia, ha sempre mantenuto un basso profilo fino alla partecipazione ai raid aerei guidati dagli Usa un paio di mesi fa.

“La Casa dei  Saud ha regnato per più di 270 anni quasi consecutivamente perché ha sempre evitato gli scontri. È per questo che ha dovuto affidare ad altri, agli Usa principalmente, la propria sicurezza”, spiega House.

Perché il re Abdullah sollecitasse i leader musulmani “a tenere testa a chi tenta di descrivere l’Islam come una religione di estremismo, odio e terrorismo”, ci sono volute delle pressioni, e c’è voluto altro tempo perché  il Grande  Mufti dichiarasse che “estremismo, radicalismo e terrorismo sono il nemico numero uno degli Islam”.

Le ragioni di questo comportamento sono diverse.  Robert Fisk, il pluripremiato corrispondente dal Medioriente de The Independent, ha scritto a giugno 2014: dopo i talebani, Osama bin Laden e gli attentatori dell’11 settembre, “ecco l’ultimo mostruoso contributo saudita alla storia del mondo: il califfato islamista sunnita  dell’Iraq e del Levante, i conquistatori di  Mosul e Tikrit, di Raqqa in Syria – e forse di Bagdad... Da Aleppo alla frontiera tra Iraq e Iran, i jihadisti dell’Isis e una serie di altri gruppuscoli finanziati dai wahhabiti sauditi – e dagli oligarchi del  Kuwait– ora controllano migliaia di chilometri quadrati”.

L’ambasciata saudita a Londra ha reagito immediatamente agli articoli di  Fisk sollecitando che si precisasse che “il governo saudita condanna inequivocabilmente le azioni dell‘Isis, e che si adopera per scoraggiare finanziamenti o aiuti da parte di cittadini sauditi”. Da marzo 2014, i gruppi religiosi estremisti sono entrati a far parte della lista nera del terrorismo.

Il punto è che Isis e Regno saudita appartengono tutti e due alla stessa dottrina islamica. I re Al Saud sono rimasti al potere dal XVIII secolo perché si sono sempre presentati come difensori del wahhabismo, una interpretazione rigida dell’Islam. Lo Stato Islamico, invece, considera la famiglia reale un gendarme dell’Occidente e questiona dunque la sua legittimità a regnare sull’Arabia.

Secondo i dati del ministero dell’Interno, sono più di 1600 i giovani sauditi arruolatisi nelle truppe della bandiera nera, e molti altri quelli che le sostengono dalla rete  con hashtags quali #ABillionMuslimsfortheVictoryoftheISIS and #TheAgeoftheISISConquest. Finanziamenti sono invece arrivati da alcuni sauditi facoltosi, spiega House. Da certi per garantirsi in caso di vittoria, da altri per promuovere un risorgimento wahhabita “in un regno corrotto nel quale i regnanti danno priorità al proprio fasto invece che ai bisogni del gregge di Allah”. Un tale risorgimento fuori dal Paese ma sostenuto dall’interno è una minaccia seria e un altro dei motivi per i quali Riyad ha deciso di combattere l’esercito terrorista: il sostegno interno al califfato aumenterà solo se l’Isis prospera.

Pertanto, oltre a “trincerarsi dietro una muraglia”, la leadership saudita ora usa la mano pesante contro i sostenitori dello Stato terroristico, registrando ogni loro mossa e imprigionandoli anche per vent’anni, quando non uccidendoli senza troppe formalità. “In passato ero stato fermato dalla polizia e più recentemente da queste forze speciali”, dice un uomo d’affari che viaggia spesso a  Riyad, e che preferisce restare anonimo. “La differenza è incredibile. Questi ultimi sono molto ben addestrati e non perdono tempo”. Si direbbe la fine della strategia dello struzzo.

La Grande muraglia high-tech – della quale Airbus Defence and Space non ci ha fornito dettagli tecnici perché sono sensibili – sarebbe inefficace contro missili aria terra o contro un esercito con superiorità aerea, ma l’Isis  è principalmente fanteria leggera. L’Arabia Saudita  – e i suoi alleati occidentali  – potrebbero senza difficoltà respingere incursioni anche senza un muro, ma scoraggiare i guerrieri in nero in partenza potrebbe rivelarsi una buona tattica. Anche la costruzione della Grande muraglia cinese rispose alla necessità di individuare tempestivamente gli attacchi e di una dimostrazione di forza verso gli invasori.

La Linea  Maginotaraba contribuirà sicuramente alla difesa della Penisola per il 99% grazie alla capacità di risposta immediata data dalla miriade di sensori e telecamere interconnessi, e solo per l’1% in quanto barriera fisica. Le tempeste di sabbia potrebbero essere un problema, ma anche scavare tunnel nella sabbia è difficile. Inoltre, le muraglie non sono nuove nella regione. È scritto che anche Mosè ne abbia costruito una. 

N.d.a. - Il Re Abdullah menzionato nell’articolo è morto mentre pubblicavamo questo post. Il fratello Salman è stato già incoronato nuovo re del primo paese produttore di petrolio al mondo.

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