I ripetuti attacchi contro il Burkina Faso scuotono la fragile regione sahelo-sahariana. Dietro l’offensiva dei jihadisti ci potrebbe essere il presidente deposto. In attesa che il GS Sahel si metta in moto, Ouagadougou chiede aiuto a Parigi. Ma Macron ha fretta di avviare il disimpegno

Il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kabore Ouagadougou, Burkina Faso, 29 novembre 2017. REUTERS / Ludovic Marin / Pool
Il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kabore Ouagadougou, Burkina Faso, 29 novembre 2017. REUTERS / Ludovic Marin / Pool

Un nuovo fronte jihadista, apertosi come una breccia nelle regioni a nord e a ad est del Burkina Faso, rischia di compromettere ulteriormente la già fragile stabilità dell’area occidentale sahelo-sahariana. Gli attacchi subiti in questi ultimi mesi dalle forze locali hanno mostrato tutta la debolezza dell’esercito, privo di mezzi e della preparazione necessaria per affrontare un nemico che agisce  nella più totale imprevedibilità.


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Così, mentre il dispositivo militare congiunto del G5 Sahel tra Mali, Mauritania, Niger, Ciad e Burkina Faso resta impantanato nella lentezza dei meccanismi finanziari e logistici, Ouagadougou chiede aiuto alle truppe francesi dell’operazione Barkhane per fronteggiare il pericolo islamista.

Considerato fino a pochi anni fa come lo Stato più sicuro della regione, immune da quel virus terrorista che ha già infettato i Paesi vicini, il Burkina Faso sembra ormai essere entrato nella lista degli obiettivi sensibili, con una serie di sanguinosi attentati che in queste ultime settimane ha registrato un aumento esponenziale.  

L’ultimo, in ordine di tempo, quello avvenuto il 18 ottobre scorso nella città di Djibo, nel nord del Paese, dove un gruppo composto da una decina di individui ben armati ha attaccato una stazione della gendarmeria burkinabé. L’assalto non ha causato vittime solamente perché gli agenti hanno preferito ritirarsi senza cercare lo scontro. 

Una situazione che preoccupa anche gli Stati confinanti visto che, secondo una notizia diffusa dall’agenzia Afp, il Togo e il Benin avrebbero inviato le loro truppe a controllare le frontiere settentrionali per evitare possibili infiltrazioni.

Alla base di questa situazione c’è l’instabilità del contesto regionale, con le organizzazioni jihadiste come il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim) e lo Stato islamico nel Grande Sahara (Eigs) che dal Mali o dal Niger sconfinano nel territorio burkinabé per sfuggire alle truppe militari attive nella zona. Mentre le azioni di stampo terroristico avvenute al nord sono state generalmente attribuite agli uomini di Ansaroul Islam, cellula locale affiliata al Gsim, gli attacchi nelle zone a est del Paese fino ad oggi non sono stati rivendicati da nessun gruppo.

Ma tra i motivi riconducibili all’escalation di violenza che sta interessando il Paese c’è soprattutto il colpo di Stato che nel 2014 ha deposto il presidente Blaise Compaoré, costringendolo a un esilio forzato in Costa d’Avorio. Secondo diversi testimoni vicini alla presidenza burkinabé citati dalla stampa internazionale, l’ex capo di Stato africano intratteneva relazioni molto strette con i leader jihadisti, in particolare con Iyad Ag-Ghali, tuareg oggi a capo del Gsim, che all’epoca possedeva addirittura una villa nel quartiere più chic di Ouagadougou.

Anche l‘attuale presidente de Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré, ha più volte denunciato la collusione del suo predecessore con gli ambienti estremisti, utilizzati secondo lui per destabilizzare il suo mandato.

Ad aumentare i sospetti un comunicato di rivendicazione seguito all’attentato del 2 marzo scorso, nel quale viene lanciato un chiaro avvertimento alle istituzioni. Il Gsim ha voluto “ricordare al regime burkinabé la politica del precedente governo, rimasto neutrale nella lotta dei Mujaheddin contro la Francia e i suoi alleati”, evitando così di “cadere in una pozza di sangue”.

Grazie alla sua vicinanza con gli ambienti radicali Compaoré, nei suoi 27 anni di presidenza, ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella gestione dei dossier riguardanti terrorismo e rapimento di ostaggi. Una posizione di rilievo che, nel corso del tempo, ha permesso all’ormai ex presidente di rafforzare la sua immagine diplomatica agli occhi degli interlocutori occidentali.

In seguito alle tante accuse arrivate in questi ultimi mesi, l’ex presidente ha deciso di rompere il silenzio in un messaggio pubblicato da Jeune Afrique nel novembre dello scorso anno.  Compaoré ha dichiarato di aver sempre ricercato la pace «attraverso la mediazione e il dialogo» con un’azione riconosciuta «ovunque e da tutti».

Impotente dinnanzi a un nemico capace di infiggere pesanti danni ad ogni attacco, Il Burkina Faso non ha avuto altra scelta che quella di rivolgersi all’alleato francese che, dal canto suo, non ha esitato un secondo a fornire gli aiuti necessari. Nella prima metà di ottobre Barkhane è intervenuto con una serie di raid aerei nel nord del Paese, condotti utilizzando caccia Mirage 2000, aerei da rifornimento e droni Reaper.

«Restiamo a disposizione», ha detto il ministro della Difesa, Florence Parly, durante la sua visita nel Ciad, mentre il comandante di Barkhane, il generale Fréderic Blachon, ha assicurato che Ouagadougou «avrà diritto allo stesso supporto di quello fornito agli altri Paesi del G5 Sahel». Un appoggio confermato anche dal ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian che, durante un incontro con il presidente Kaboré, ha garantito l’impegno militare di Parigi e aiuti allo sviluppo per 130 miliardi di euro. Oltre a Barkhane, la Francia può contare anche sulle forze speciali impegnate sul campo con l’operazione Sabre, che fa base proprio a Ouagadougou con 400 uomini.

Ma, nonostante le promesse di un sostegno incondizionato, Parigi punta a un progressivo disimpegno dal teatro sahelo-sahariano, diventato ormai troppo impegnativo per le casse della Difesa francese, che devono sostenere ogni anno una spesa di 600 milioni di euro.

Per sganciarsi dal ginepraio saheliano, la Francia spera in un avvio rapido del G5 Sahel, il dispositivo congiunto fortemente voluto dal presidente Emmanuel Macron che, però, fatica ad entrare in azione. Oltre ai problemi finanziari - per diventare pienamente operativo è stato previsto un budget iniziale di 14,8 miliardi di euro -, l’operazione non riesce a trovare il coordinamento necessario tra i Paesi membri. Emblematica l’ultima assemblea generale dell’Onu che si è tenuta a New York il mese scorso: nel corso della riunione dedicata alla situazione del Sahel, l’unico presidente dei Paesi de G5 presente in sala è stato quello de Mali, Ibrahim Boubacar Keita.

In questo contesto, i rischi che la situazione nel Burkina Faso degeneri come già successo nel Mali sono alti. Per questo, la Francia sarà costretta mantenere alta la guardia ancora per molto, almeno fino a quando i G5 Sahel non potrà camminare sule sue gambe.

@DaniloCeccarell

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