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L'eredità di Obama. Intervista a Majid Rafizadeh

Per Barack Obama si è appena aperto l'ultimo anno di presidenza, giornalisti ed analisti, in attesa degli storici, cominciano ad interrogarsi sulla sua eredità politica, quella che negli Stati Uniti viene compresa sotto il nome di legacy. Majid Rafizadeh, politologo, accademico di Harvard, esperto di vicende mediorientali, a colloquio con Eastonline, individua tre filoni principali, in materia di politica estera: "Se si parla di legacy in questo campo, senza dubbio quella di Obama è legata ai due grandi accordi negoziati sotto il suo mandato, con i quali si è avviato il disgelo nei confronti di due spine al fianco della politica americana: l'Iran e, in seconda battuta, Cuba. Quindi la Casa Bianca cercherà in ogni modo di rafforzare queste intese negli ultimi dodici mesi. D'altra parte, le due maggiori crisi internazionali sono oggi la guerra in Siria e, in una prospettiva più ampia, quella allo Stato Islamico. La soluzione della crisi siriana e lo sradicamento dell'Isis, però, sono obiettivi che nessun Paese, da solo, può raggiungere. Tra dodici mesi, quindi, l'eredità di Obama coinciderà principalmente con l'accordo sul nucleare iraniano. Resta da vedere se questa intesa sia solida oppure no".

REUTERS/Carlos Barria

Si dice che, generalmente, nell'ultimo anno di mandato i presidenti americani abbiano le mani più libere, non devono cercare la rielezione, per cui sfruttano l'ultimo spazio disponibile per accrescere la propria legacy. "Non dover preoccuparsi della rielezione", sostiene Rafizadeh, "è sempre un fatto positivo. Tuttavia Obama ha un limite. Il Congresso è controllato dai repubblicani, per cui sarà difficile che la Casa Bianca riesca a fare passi estremamente significativi, anche in materia di politica estera. Il dibattito elettorale, d'altro canto, potrà avere un certo impatto, influenzando le scelte del presidente".

I movimenti diplomatici intorno alla Siria sono saliti di intensità e di livello nelle ultime settimane. Si sta cercando di negoziare un accordo tra il regime di Assad e una parte dei ribelli, anche se non è dato sapere come questa (eventuale) intesa verrà accolta dai gruppi sul campo. Si parla di una grande Yalta regionale: sunniti e sciiti, Arabia Saudita ed Iran, con l'avallo di Stati Uniti e Russia. Majid scuote la testa: "Non credo che dalla Siria possa uscire una soluzione politicamente sostenibile. La complessità del conflitto siriano deriva dal fatto che comprende quattro cerchi concentrici di tensioni: una guerra domestica, una (fredda) regionale, uno stallo internazionale, e la presenza di attori non-statali, come l'Isis. Sfortunatamente il gap geopolitico tra i gruppi pro Assad e quelli anti Assad è troppo ampio per essere colmato".

Non c'è solo la guerra siriana, con la sua contabilità agghiacciante (più di 300.000 morti).  C'è un altro conflitto, quello in Yemen, di cui si parla poco, e nel quale sunniti e sciiti si trovano su fronti contrapposti, in una situazione di sostanziale stallo. A dicembre, in Svizzera, è stato abbozzato il primo tentativo di dialogo politico: "Un'intesa in Yemen è ancora meno probabile", dice il politologo. "La tensione tra Iran ed Arabia Saudita è profonda, ed è tridimensionale: etnica - arabi versus persiani - ideologica - pro-americani versus anti-americani - e settaria - sunniti versus sciiti. Il conflitto attraversa Siria, Iraq, Bahrein e Yemen. Le distanze sono troppo grandi per arrivare ad un accordo".

Gli eventi degli ultimi giorni sembrano confermare le previsioni fosche di Majid. L'esecuzione, in Arabia, di 47 persone, tra cui l'imam sciita Nimr al Nimr. L'assalto all'ambasciata saudita di Teheran. La rottura delle relazioni diplomatiche, da parte di Riad, che già un mese fa aveva lanciato un segnale agli sciiti, annunciando la formazione di una coalizione militare contro lo Stato Islamico, composta da Paesi sunniti. "Ogni coalizione settaria", sottolinea il politologo, "non fa altro che esacerbare la situazione. Quella creata dai sauditi, che è in antitesi, in realtà, all'asse Iran-Russia-Hezbollah, porterà a militarizzare e a radicalizzare la regione, espandendo ulteriormente i conflitti".

L'ultima riflessione di Rafizadeh è sulle conseguenze dell'Iran Deal: "Da una parte l'accordo nucleare avvicina Washington e Teheran. Dall'altra, però, accresce la distanza tra Teheran e Riad. Comunque, l'impatto più significativo dell'accordo sarà quello economico. Con la fine delle sanzioni l'Iran rientrerà nella comunità internazionale, portando sui mercati un milione di barili di petrolio al giorno in più. Bisognerà verificare l'impatto sui prezzi. Al momento, nel budget 2016, Rohani ha fissato un valore che oscilla tra i 35 e i 40 dollari al barile. E quando gli Stati Uniti faranno decadere le normative che oggi puniscono chi fa affari con l'Iran, si apriranno grandi opportunità per investitori e businessman, soprattutto europei, che chiuderanno più di un occhio per sfruttare tutte le potenzialità di un mercato in larga parte inesplorato".

 

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