L’intervento saudita nello Yemen e il tradimento pakistano

La risoluzione con la quale pochi giorni fa il Parlamento pakistano si è espresso a favore della neutralità del Paese nel conflitto in corso nello Yemen ha colto di sorpresa molti osservatori. Alla luce della collaudata alleanza esistente tra Pakistan e Arabia Saudita, erano in molti, infatti, ad aspettarsi un esito diverso, nel caso specifico, un contributo in termini di truppe alle operazioni saudite. Occorre, dunque, interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto il Pakistan a prendere le distanze dall’alleato saudita, scatenando l’aspra reazione di Riyadh e dei suoi alleati.

Islamabad, Pakistan Iranian Foreign Minister Javad Zarif (L) speaks at a news conference with Advisor to Pakistan's Prime Minister on National Security and Foreign Affairs Sartaj Aziz at the Foreign Ministry in Islamabad April 8, 2015. Zarif said on Wednesday that Pakistan and Iran should cooperate to solve the crisis in Yemen. REUTERS/Caren Firouz

La scorsa settimana, il Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha definito “contraddittoria, pericolosa e inaspettata” la decisione di Islamabad, aggiungendo che essa sarebbe stata pagata “a caro prezzo”. Vere e proprie minacce, inusuali nella diplomazia internazionale, che evidenziano quanto la scelta pakistana di non lasciarsi coinvolgere direttamente nel conflitto (fermo restando il sostegno dichiarato ai sauditi e al governo di Hadi) non fosse affatto scontata. A dire il vero, il Pakistan non avrebbe nulla da guadagnare da un’eventuale partecipazione alle operazioni militari. Tutt’altro.

Con una comunità sciita che rappresenta circa il 20% della popolazione totale, schierarsi in prima linea in un conflitto che ha assunto sempre più una dimensione settaria (più per la retorica adottata dai sauditi e dai loro alleati che per la situazione esistente nello Yemen) avrebbe rischiato di alimentare tensioni nel Paese, destabilizzando un quadro di sicurezza già di per sé estremamente precario (il Pakistan è tra gli Stati con i più alti livelli di violenza di matrice settaria). Inoltre, non avendo lo Yemen alcun reale valore strategico per il Pakistan, un intervento diretto sarebbe stato difficile da spiegare alla popolazione. Anche dal punto di vista prettamente militare, si sarebbe trattato di un’operazione ad alto rischio (alla luce della prevedibile strenua opposizione che un eventuale intervento di terra incontrerebbe da parte delle milizie Houthi), peraltro difficile da sostenere in un momento come quello attuale, in cui le truppe pakistane sono impegnate in una vasta operazione anti-terrorismo nelle province occidentali e mantengono una significativa presenza anche lungo la frontiera con l’India. Last but not least, un’eventuale partecipazione diretta avrebbe seriamente danneggiato le relazioni con l’Iran, compromettendo ogni possibilità di cooperazione nel settore energetico: è di questi giorni la notizia di un possibile finanziamento cinese per la realizzazione di una parte del cosiddetto “gasdotto della pace”, conduttura che dovrebbe collegare l’Iran al Pakistan, contribuendo a risolvere la grave crisi energetica che da anni rappresenta uno dei maggiori ostacoli per lo sviluppo economico pakistano.

Pertanto, la decisione di non prendere direttamente parte alla “Operation Decisive Storm” sembrerebbe essere stata dettata dal buon senso, essendo troppo elevati i rischi da correre, a fronte di vantaggi dubbi o comunque non diretti. Una scelta di altro tipo avrebbe avuto motivazioni diverse, difficilmente riconducibili all’alveo degli interessi nazionali pakistani. La difficile posizione in cui si trova oggi Nawaz Sharif, capo del governo di Islamabad, è dovuta, infatti, soprattutto a ragioni di carattere personale, nello specifico al debito di riconoscenza che lo lega alla famiglia regnante saudita, la quale lo ha ospitato durante l’esilio dal Pakistan e lo ha sostenuto anche nella sua attività di business, consentendogli di divenire uno degli uomini più ricchi del Paese. Lo scorso anno, quando il Pakistan aveva ormai esaurito le proprie riserve valutarie, una donazione saudita del valore di 1,5 miliardi di dollari aveva salvato il Paese dal default. I sauditi hanno a lungo considerato Sharif il loro uomo, un prezioso asset da sfruttare nel momento bisogno. La solidità di questa alleanza aveva contribuito ad alimentare speculazioni circa l’esistenza di un possibile patto segreto tra i due Paesi, in virtù del quale il Pakistan si sarebbe impegnato a mettere a disposizione dell’Arabia Saudita i propri armamenti nucleari in caso di effettiva necessità (in particolare, qualora anche l’Iran se ne fosse dotato). La risoluzione del Parlamento pakistano, dunque, potrebbe preludere a un progressivo ridimensionamento dei rapporti bilaterali. D’altronde, alcune crepe nelle relazioni tra i due Stati erano già emerse nei mesi scorsi, come evidenziato dalle accuse rivolte pubblicamente a Riyadh da un ministro del governo pakistano, per via del presunto sostegno saudita a gruppi e istituzioni religiose di ideologia estremista. Si tratta di segnali importanti, che potrebbero riflettere un fenomeno ben più profondo, ovvero la progressiva trasformazione della percezione che una parte popolazione pakistana e della classe politica hanno dell’Arabia Saudita, Paese in misura crescente associato al fenomeno terroristico.

È troppo presto, tuttavia, per sbilanciarsi in tal senso. Inoltre, nonostante la risoluzione del Parlamento (sinora sostenuta dal governo), non è detto che nei prossimi mesi le autorità di Islamabad non decidano di modificare la propria posizione, ottemperando ai propri “obblighi” morali nei confronti della famiglia reale al-Saud. D’altra parte, i sauditi non sembrano essersi rassegnati e hanno attivato la potente macchina della propaganda di cui dispongono in Pakistan, costituita perlopiù da partiti e organizzazioni religiose. Tra queste, Jamaat-ud-Dawa, fondazione collegata al gruppo terroristico Lashkar-e-Toiba, responsabile nel 2008 degli attentati di Mumbai (che provocarono la morte di 166 persone). Il 2 aprile, il leader del gruppo, Hafiz Said, ha annunciato la nascita di un movimento nazionale denominato “i difensori dei siti sacri”, la cui finalità è quella di mobilitare la popolazione pakistana in favore di una partecipazione diretta alle operazioni nello Yemen. Oltre a fare leva sul dovere in capo a ogni musulmano di difendere la Grande Moschea della Mecca, Said ha definito l’intervento militare a guida saudita una guerra difensiva, un vero e proprio atto di resistenza nei confronti della congiura ordita da “crociati ed ebrei” ai danni della Ummah musulmana. Argomentazioni che continuano a trovare molto seguito tra la popolazione pakistana.

Alla luce dei forti legami esistenti tra Jamaat-ud-Dawa e le forze armate pakistane, sono in molti a sospettare lo zampino dei militari dietro l’azione di Said e di altri leader religiosi. In questo caso, l’obiettivo potrebbe essere quello di preparare il terreno a un eventuale intervento, difficile da evitare nel caso in cui la situazione per i sauditi dovesse complicarsi.

Al momento, tuttavia, la neutralità sancita dalla risoluzione adottata dal Parlamento consente al Pakistan di candidarsi, insieme alla Turchia, a un importante ruolo di mediazione nel conflitto in corso nello Yemen. Si tratta di una preziosa chance per Islamabad di rafforzare la propria credibilità internazionale e porre le basi di una politica estera più matura ed equilibrata, oltre che di un importante banco di prova per la leadership pakistana, chiamata a resistere alle avances dei sauditi e dei loro alleati, anteponendo l’interesse nazionale a logiche personalistiche o di altra natura.

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