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La censura del giornalismo in Yemen

Almeno otto giornalisti sono stati uccisi - e molti altri rapiti dalle milizie Houthi - mentre svolgevano il loro lavoro, sin dall’inizio del conflitto in Yemen nel 2015, secondo il sito del Comitato per la Protezione dei Giornalisti. Nonostante il conflitto yemenita riceva molta meno attenzione mediatica della più celebre guerra in Siria, le conseguenze per i giornalisti che lavorano in Yemen sono altrettanto pericolose. «Non è rimasto quasi più nessun corrispondente straniero nella capitale yemenita, Sana’a», spiega Thuraya Dammaj, giornalista per l’agenzia ufficiale di Stato, Saba Net.

REUTERS/Khaled Abdullah

Ciò è dovuto ai pericoli, e al fatto che i ribelli della fazione Houthi, che controllano la capitale da circa un anno e mezzo, rilasciano pochissimi visti ai corrispondenti stranieri. «I giornalisti internazionali sono ammessi nel Paese solo in casi eccezionali, e non possono riportare notizie sul conflitto liberamente», spiega Dammaj.

Dopo i deludenti risultati dei processi di pace a Ginevra nel Dicembre 2015 e in Kuwait lo scorso Aprile, l’unica opzione rimasta per i giornalisti che intendono occuparsi della guerra in Yemen sarebbe «riportare il conflitto dal confine saudita», dice Asem Al Ghamdi, che si occupa di Pesi del Golfo per il canale in lingua araba Al Jazeera.

«Ma lo svantaggio è che in questo caso le notizie sul conflitto si possono riportare da un unico e limitato punto di vista».

«Lo Yemen è praticamente diventato un’isola», aveva raccontato la freelancer inglese Iona Craig al Columbia Journalism Review nella primavera del 2015. «E’ difficile avere un’idea dell’impatto di qualcosa del genere quando non ci sono giornalisti in loco».

Ci sono però dei giornalisti, quelli locali. Il conflitto yemenita è quindi principalmente raccontato dai giornalisti del Paese stesso, che di certo non sono meno vulnerabili ai pericoli. Minacciati dalle bombe saudite e dai ribelli Houthi, questi impavidi continuano a raccontare una guerra con un’urgente bisogno di testimoni.

Lo scorso gennaio un famoso giornalista yemenita, Almigdad Mojalli, morì durante un bombardamento saudita mentre era al lavoro per Voice of America. «Mojalli scriveva dei dilemmi che i giornalisti yemeniti dovevano affrontare lavorando e vivendo in una zona di guerra, cercando di bilanciare professione e famiglia», hanno scritto Shuaib Almosawa, un giornalista yemenita freelance e Kareem Fahim per il New York Times.

«Con giornalisti come Mojalli si perde l’unica possibilità di capire davvero la situazione attuale in Yemen», spiega Jason Stern, ricercatore associato per la regione MENA al Comitato Protezione Giornalisti. «Se muori, la tua storia muore con te». La sua morte ha ricevuto più attenzione di altre, tra cui una raccolta fondi online per la sua famiglia, grazie al suo lavoro per i media occidentali. Ma non tutti i giornalisti locali ricevono lo stesso grado di preoccupazione.

«Il rapimento dei giornalisti in Yemen non viene particolarmente preso in considerazione perché ci sono altre questioni molto più importanti ed urgenti durante questa guerra», spiega Anita Kassem, 24 anni, ricercatrice per la Fondazione Berghof, una Ong impegnata nello sviluppo sostenibile per i Paesi in guerra. «Quando metti a confronto una notizia in cui viene riportata la morte di 50 persone per mano degli Houthi o dei sauditi con il rapimento di cinque giornalisti, è normale che la prima questione riceva più attenzione».

Oltre ai pericoli fisici, i giornalisti nello Yemen subiscono forti pressioni da parte delle fazioni del conflitto. «Gli Houthi hanno censurato tutti i media che parlano dei loro oppositori politici», continua Dammaj. «Anche Reuters non è stata risparmiata. Questo rende difficile per i giornalisti trovare informazioni da fonti diverse e neutrali».

Il bisogno di informazioni accurate è così acuto che alcuni espatriati yemeniti e cittadini locali si rivolgono ai social media - in particolare WhatsApp - «quando va la connessione» dice Nada al-Qabili, 20 anni, membro yemenita della Middle East Partnership Initiative a Beirut. Al-Qabili dice che la sua famiglia in Yemen è la principale fonte d’informazione: le raccontano ciò che vedono con i loro stessi occhi, insieme ad una buona dose di voci e opinioni dei vicini.

Per quanto queste info possano essere poco soddisfacenti, sono ciò su cui i cittadini yemeniti devono spesso basarsi perché «canali e TV con accesso alle zone di conflitto non raccontano l’intero quadro della situazione», spiega Walid R. Beshr, studente yemenita all’Università Americana del Cairo, in Egitto. «Tendono a mostrare la loro appartenenza politica all’una o l’altra fazione quando lavorano per media locali, o sono costretti a censurare parte di quello che sanno».

Le restrizioni sulla libertà di stampa colpiscono i giornalisti in modo diretto, ma privano inoltre i cittadini di informazioni indipendenti e necessarie - tra cui notizie cruciali per proteggere le proprie vite.

Alcuni sforzi di giornalismo “civile” hanno cercato di colmare il vuoto lasciato dalla censura dei media locali, ma considerando che solo il 20% della popolazione ha accesso ad Internet durante questo conflitto - a differenza di Egitto e Siria, i cui sistemi di telecomunicazione erano molto più avanzati all’inizio delle loro rivoluzioni, possono raggiungere solo una sfera limitata della popolazione. I blackout sono un altro problema frequente problema che non aiuta la libera circolazione di notizie. Al-Qabili racconta che quando tornò a casa la scorsa estate, «portavo il mio computer ad un hotel nella mia strada. Il proprietario conosceva qualcuno al mercato nero, così riusciva a procurarsi gas per il generatore».

Anche alcuni cittadini occidentali hanno cercato di aiutare a contribuire con i propri mezzi, seppur geograficamente limitati, all’informazione sullo Yemen. Judith Brown, ex-direttrice dell’UNHCR in Yemen,  che adesso vive in Regno Unito, ha creato il sito Yemen News Today, dedicato alle notizie dallo Yemen, ed una pagina Facebook dove raccoglie vari articoli di testate locali e internazionali per spargere notizie sul conflitto del Paese che ha tanto amato durante la sua permanenza.

«Ho quasi 70 anni e non sono molto brava con i social media», Brown racconta durante un’intervista. Un vicino l’ha aiutata a creare la pagina Facebook, all’inizio con lo scopo di creare consapevolezza sulla guerra in Yemen per un pubblico occidentale. Oggi però è principalmente usata da cittadini yemeniti che cercano di farsi strada tra false voci e notizie censurate. «Adesso ho molti più followers dal Golfo. Se ritardo nel postare nuove notizie ricevo messaggi privati in cui mi viene chiesto perché non ho ancora postato. Non me lo sarei mai aspettato».

Per i giornalisti che cercano ancora di scrivere del proprio Paese in guerra, «la situazione è precaria e giornalismo in Yemen in questi giorni fa rima con pericolo», spiega Stern. Secondo Dammaj, le milizie Houthi tengono prigionieri almeno una dozzina di giornalisti in zone non ben identificate, e si pensa che i militanti di Al-Qaeda ne detengano almeno altri quattro.

Circondati da così tanti pericoli, non sorprende affatto che i giornalisti si auto-censurino a priori per evitare guai. «Questo è un altro fattore che limita la nostra conoscenza sul conflitto», continua Stern. «Se solo la gente potesse dar credito a come questi giornalisti rischiano spesso la propria vita per fornire notizie neutrali ai media stranieri assenti dal territorio, e come cercano di sopravvivere e fare un buon lavoro nonostante i rischi, le censure e le minacce di rapimento e morte per delle storie che altrimenti non vedrebbero mai la luce del sole, ci sarebbe sicuramente più preoccupazione per la loro situazione, e più interesse nel comprendere questo conflitto in generale».
@stef_dgn

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