La Cina vuole ricostruire la Siria di Assad

Le imprese cinesi sono sbarcate a Damasco. La vittoria del regime è vicina e Pechino ha già promesso due miliardi. Ed è solo l'inizio perché la spesa per l’avvio della ricostruzione sarà cento volte superiore. I cinesi sono gli unici pronti a farsi avanti. Ma alcuni nodi vanno sciolti.

Bambini che giocano tra le macerie a Douma nei pressi di Damasco. REUTERS/Bassam Khabieh
Bambini che giocano tra le macerie a Douma nei pressi di Damasco. REUTERS/Bassam Khabieh

La Cina è lontana. Non lo è solo geograficamente ma lo è tradizionalmente anche nell'immaginario di chi si interessa di Europa,  Mediterraneo e Medio Oriente. È sempre stata lontana, impegnata a occuparsi delle proprie faccende interne, a risolvere diatribe di confine con stati confinanti, coi ribelli tibetani o con l'indipendentismo Uiguri. Negli ultimi decenni, è stata impegnata a sviluppare la propria economia e diventare il più grande esportatore di merci del mondo. Noi europei, così come gli altri paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente e di tutto il mondo, abbiamo cominciato a familiarizzare con la scritta “made in China” sui prodotti più disparati. Ma anche se quei prodotti ora popolano le nostre case, la Cina, culturalmente e politicamente, rimane lontana.

Forse, però, non per molto. “East moves West”, l'Est si muove a Occidente, scriveva Geoffrey Kemp nel 2010 nel suo omonimo libro. Lo fa verso l'Europa e gli Stati Uniti. Ma, forse in modo meno evidente ma certamente non meno inesorabile, si muove anche verso il Medio Oriente. Chi segue e si occupa di politica mediorientale non è abituato a sentire il nome della Cina leggendo di crisi e guerre civili nell'area. E forse è proprio per questo che in questi ultimi mesi hanno cominciato a saltare all'occhio alcune notizie sempre più insistenti rispetto al coinvolgimento di Pechino nella crisi siriana. Tutto è cominciato in sordina nel 2016, quando la leadership cinese ha deciso sia di nominare un inviato speciale cinese per la Siria – il secondo nell'intera storia cinese, dopo quello per il Sudan (dove però la Cina aveva ben altri interessi) – e l'invio di un contingente di addestratori militari da affiancare alle unità dell'esercito siriano. Fin qui la mossa poteva sembrare semplice propaganda, legata alla pluridecennale politica cinese di difesa a oltranza della sovranità interna contro rivolte interne e ingerenze esterne. Una politica che Pechino ha seguito pervicacemente dalla fine della Guerra Fredda in poi, soprattutto in seguito all'ondata delle “Rivoluzioni Colorate” appoggiate dall'Occidente che negli anni Novanta avevano spodestato numerosi regimi nell'Est europeo. Nel caso della Siria, quindi, la difesa della dittatura di Bashar al-Assad rientrava nel tradizionale approccio cinese alle crisi internazionali.

Ma con l'avvicinarsi sempre più certo della vittoria finale del regime il ruolo cinese sembra oggi ora poter assumere una forma nuova, perlopiù inedita. Poche settimane fa, infatti, una grossa delegazione di imprese cinesi ha partecipato alla prima fiera commerciale tenutasi a Damasco dal 2011. Naturalmente il tema imperante era quello della ricostruzione post-conflitto del paese e il governo cinese, il primo a livello internazionale, ha promesso di stanziare immediatamente nientemeno che due miliardi di dollari per i primi interventi. Oltre alla Cina esponevano perlopiù imprese  russe e iraniane, i due più fondamentali alleati del regime. Nonostante la loro presenza fosse imponente e scontata, però, è chiaro che la delegazione cinese fosse pronta ad assumere un ruolo preponderante una volta messe a tacere le armi. Il tema della ricostruzione sta infatti emergendo in tutte le due problematiche man mano che ci si avvicina alla (probabile) fine del conflitto. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, circa 200 miliardi di dollari sarebbero necessari solo per riportare abitazioni e infrastrutture allo stato pre-conflitto. Una cifra enorme che le fragili economie di Russia e Iran, colpite in questi anni da crisi economiche, sanzioni, e malagestione non sono certamente in grado di fornire. Dall'altra parte, altre potenze regionali ricche di risorse come le monarchie del Golfo difficilmente accetteranno di contribuire significativamente alla ricostruzione di una Siria ancora guidata da Assad dopo aver sostenuto per anni l'opposizione. Sul fronte occidentale, invece, la scena si divide tra una America a guida Trump che, seppur avendo abbandonato gran parte della retorica anti-Assad, ha iniziato a procedere a una netta riduzione dei propri aiuti internazionali, e una Unione Europea messa a dura prova dalla crisi dei profughi e interessata a contribuire decisamente alla ricostruzione siriana. Ma a determinate condizioni. L'Europa ha infatti il primario interesse a favorire il ritorno di quanti più profughi possibile sia dall'Europa, sia dai paesi confinanti come Libano, Turchia e Giordania dai quali potrebbero un domani decidere di partire per l'Europa. Una ipotesi, quella del ritorno di tutti i profughi del conflitto, che non sembra andare a genio alla leadership di Damasco, consapevole che una buona parte della popolazione fuggita ha militato o simpatizzato con l'opposizione e potrebbe un domani nuovamente costituire un pericolo per il regime. Alcune misure e alcune leggi già elaborate e approvate in questi mesi in merito a espropri e piani di ricostruzione di alcune aree sembrano proprio andare in questa direzione. Una direzione che però potrebbe venire sbarrata se gli unici fondi disponibili fossero quelli dei paesi europei.

Per questo la Cina, le sue risorse e la sua politica di non ingerenza si affacciano come una alternativa sempre più appetibile per Damasco, che potrebbe in cambio accettare di diventare parte del colossale piano infrastrutturale cinese “One Belt One Road” (OBOR), che prevede centinaia di miliardi di investimenti in vari stati destinati a collegare l'ovest della Cina e le sue coste con l'Occidente e il Mediterraneo.

Ma perchè Pechino diventi davvero il principale donor della ricostruzione ancora alcuni nodi fondamentali devono essere sciolti. Primo fra tutti il futuro dei rapporti con le monarchie del Golfo, diventate fondamentali per le forniture energetiche cinesi, e poi la possibile reazione di Iran e Russia, che vedrebbero la loro influenza relativa su Damasco diminuire con l'entrata in gioco di Pechino. Infine, c'è da capire quanto Pechino stessa si fidi del regime di Damasco, e della sua capacità di mantenere stabilità e protezione per ingenti investimenti cinesi. Poca, probabilmente, senza un compromesso politico che ormai appare impossibile.

@Ibn_Trovarelli

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