La corsa all’oro nero nell’Africa sub-sahariana

Un recente studio della Society Petroleum Engineers ha citato un rapporto del 2002 redatto dal Dipartimento dell’Energia di Washington, secondo cui entro i prossimi cinquant’anni l’Africa sarebbe stata in grado di sostituire il Medio Oriente in qualità di principale fornitore di petrolio dell’America.

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I dati attuali confermano la previsione americana sull’eccezionale sviluppo della produzione petrolifera, in particolare nell’area sub-sahariana, che ha sospinto la regione nel cuore della geopolitica dell’energia.

Nell’arco di trent’anni, dal 1983 al 2013, le riserve petrolifere detenute dall’Africa a Sud del Sahara sono triplicate da circa 23,2 miliardi di barili a 62,6 miliardi di barili. L’esponenziale incremento delle riserve si è rapidamente tradotto nell’aumento della produzione, che nel giro di due decenni, dal 1992 al 2012, è quasi raddoppiata da 3,22 milioni di barili al giorno (m b/g) a quasi 6 milioni di b/g, pari a circa il 7% del petrolio totale mondiale.

Una parte importante di queste stime spetta alle riserve off-shore, oggi ampiamente fruibili grazie ai recenti sviluppi tecnologici nelle attrezzature di prospezione, che rendono possibile lo sfruttamento di giacimenti sottomarini a costi sostenibili, anche in acque molto profonde, oltre i 1.500 metri.

Secondo Michael Pauron, l’off-shore genera più di un quarto della produzione mondiale ed è destinato a salire al 30% entro il 2016. Nel frattempo, il continente africano saprà ritagliarsi una cospicua fetta di mercato in questo tipo di estrazione, accogliendo il 30% degli investimenti, pari a oltre 50 miliardi di euro.

E in effetti, le previsioni stilate dall’esperto di questioni energetiche sono confermate dal moltiplicarsi dell’acquisizione di blocchi off-shore in numerosi Paesi africani, in particolar modo negli Stati che si affacciano sul Golfo di Guinea, area che conta la più alta densità di riserve off-shore a livello mondiale, oltre ad essere una delle poche zone al mondo dove si considera la presenza di importanti giacimenti sfruttabili su larga scala di un tipo di petrolio grezzo povero di zolfo: il ‘light sweet crude’, che permette di ottenere più benzina e gasolio per unità raffinata.

Una prospettiva di investimento senza dubbio invitante per le compagnie petrolifere e i governi dei Paesi consumatori, che può essere unita anche alla disponibilità dei Paesi africani ad accettare royalty più basse e cedere un maggiore controllo sulle loro risorse petrolifere, rispetto ai Paesi che hanno al loro attivo un’esperienza più consolidata nella produzione di greggio.

C’è poi da considerare che oltre ad essere abbondanti e di buona qualità, le riserve di petrolio africane sono relativamente poco sfruttate e, in quanto collocate di frequente in contesti di forte instabilità politica, spesso soggette a una debole concorrenza internazionale.

Il continente nero rappresenta dunque un bacino ideale per l’approvvigionamento di risorse energetiche che richiama l’interesse dei Paesi consumatori verso i suoi giacimenti, ormai diventati uno scenario privilegiato per quel che riguarda l’estrazione del greggio.

Per questo, le entrate derivanti dal petrolio da tempo sono diventate il fattore strategico più rilevante per l’intero continente, dato che in molti Paesi africani la rendita delle esportazioni petrolifere costituisce circa il 90% degli scambi commerciali e degli investimenti esteri.

Tra gli Stati africani che detengono le maggiori riserve di petrolio, primo fra tutti è la Nigeria, membro dell’Opec e ottavo esportatore mondiale, seguito da Angola e dai due Sudan. Mentre Gabon, Repubblica del Congo, Ghana, Uganda e Guinea Equatoriale si evidenziano come ottimi partner energetici per l’estrazione. Zambia, Kenia, Tanzania ed Etiopia sono invece gli ultimi Stati africani a essere entrarti nel grande gioco.

Lo Zambia, dopo la repentina discesa registrata dal prezzo del rame, di cui è il maggior produttore del continente, deve gran parte della sua ripresa economica al greggio e al fatto di essere diventato in breve tempo uno dei nuovi fornitori dei Paesi asiatici.

Mentre in Tanzania, dal 2000 al 2014, sono stati scoperti giacimenti con riserve provate stimate dall’US Geological Survey in 14,5 miliardi di barili di petrolio e in Etiopia, l’Africa Oil Corp. sta conducendo test nella fascia meridionale della Valle dell’Omo e le analisi degli idrocarburi hanno segnalato la presenza di greggio sfruttabile.

Ma le aspettative maggiori sono quelle del Kenya, dove entro pochi mesi dovrebbero terminare i lavori di costruzione della raffineria di Lamu, destinata a divenire il centro di lavorazione e smistamento per il petrolio proveniente dal Sud Sudan e dall’Uganda.

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GUALA
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