La crisi dei rifiuti che sta mettendo in ginocchio Beirut

“Libano, la Repubblica-spazzatura”: il quotidiano francese L’Orient Le Jour così titolava un pezzo in prima pagina giovedì 20 agosto. Non capita tutti i giorni che una città arrivi a sperimentare le carenze del proprio governo in maniera così, letteralmente, pungente. E invece Beirut, la capitale del Libano, quella stessa che fino a qualche tempo fa veniva definita la Svizzera del Medio Oriente, sta affogando nella spazzatura da più di un mese.

Beirut, Lebanon - A truck unloads trash into a garbage filled-area on the edge of Beirut river, Lebanon August 29, 2015. REUTERS/Jamal Saidi

 Era il 17 luglio, quando è stata chiusa la principale discarica della metropoli, dove venivano smistate 2800 tonnellate di spazzatura al giorno, ed è terminato il contratto con la Sukleen, l’impresa, unica, che da 18 anni gestiva a regime di monopolio la raccolta dei rifiuti nella capitale libanese e nell’area attorno al distretto di Baabda.

 Da allora, montagne di rifiuti si accumulano ogni giorno per le strade di Beirut. E mentre le autorità avvertono di gravi conseguenze per la salute nel momento in cui i roghi e la decomposizione dell’immondizia riprenderanno a soffocare la capitale, le proteste, nate inizialmente in reazione all’incapacità del governo di ripulire la città, stanno assumendo i tratti di una guerra civile.

Dopo gli scontri del 22 agosto, quando in 49, tra civili e agenti della polizia, hanno riportato ferite gravi ed un ragazzo è morto, in migliaia sono scesi ancora una volta in piazza dei Martiri a Beirut lo scorso sabato in segno di protesta. E ancora una volta, la folla è stata dispersa con la forza dalla polizia.

Basta poco, per capire che la crisi dei rifiuti libanese fa da eco ad un malessere ben più profondo. Mai come oggi, l’esalazione dell’immondizia che invade la città nella calura estiva rappresenta un monito alla crisi di governo che da anni affligge il Libano. Il Paese, uscito non meno di venticinque anni fa dall’ultima guerra civile e ora alle prese con il conflitto siriano, è paralizzato da una politica fragile e corrotta: i politici, divisi da problemi locali e intra-nazionali, sono sempre in lotta e, da oltre quindici mesi, in Parlamento manca un Presidente. Il mandato di Michel Suleiman è infatti terminato a maggio 2014, e ai deputati libanesi non sono evidentemente bastate 23 votazioni perché venisse raggiunto il quorum necessario a nominare un nuovo Capo di Stato.

Fino ad oggi, un governo di unità nazionale è riuscito a mantenere una parvenza di autorità centrale e a contenere le tensioni settarie. Ma il tempo passa, e la presidenza ad interim del Primo Ministro Tammam Salam, che ha già minacciato le dimissioni in seguito alle recenti insurrezioni cittadine, comincia a zoppicare.

Nassim Njeim, studente di 25 anni appena rientrato a Beirut dopo nove mesi di Erasmus all’estero, racconta: «Di cosa ci sorprendiamo? C’è troppa corruzione, è questo il motivo per cui la crisi dei rifiuti non viene risolta: ogni politico spera di ottenere una quota di profitti dalla prossima società che vincerà l’appalto nella gestione dell’immondizia. Ma la spazzatura è solo uno dei tanti problemi in Libano. L’elettricità, per esempio, è un’altra questione importante: le città soffrono ancora lunghe interruzioni di corrente elettrica dalla fine della guerra civile nel 1990. Da quando sono nato non è mai successo che in casa avessimo luce 24 ore su 24.  Siamo costretti a pagare due diverse bollette per la corrente: una pubblica ed una privata. Lo stesso accade con l’acqua, che è un altro grande problema: nonostante il Libano sia un paese ricco di risorse idriche, i sistemi di distribuzione, installati da tempo, non riescono a raggiungere tutte le famiglie, che sono costrette a trovare altre soluzioni, oppure a rimanere senza acqua per ore».

Per un paese che ha perlopiù evitato l’ondata di proteste che ha investito il Mondo Arabo nel 2011, l’insofferenza scoppiata nelle ultime settimane potrebbe trasformarsi nella rivoluzione più significativa degli ultimi anni.

«Il fetore dell’immondizia ci soffoca, ma la vera agonia è la reazione del governo, che non fa nulla per noi, ma anzi ci viene contro. Per questo ho deciso di scendere in piazza ancora una volta: sono qui a causa della violenza che è stata usata contro di noi lo scorso week end, e continuerò a tornare», dichiara Ali Ataya, 32, che ha preso parte ai cortei del gruppo di protesta You Stink lo scorso sabato.

Lo stesso Primo Ministro Tammam Salam aveva ammesso che le reazioni delle forze dell’ordine alle prime manifestazioni organizzate da You Stink fossero state “un po’ eccessive”. Gas lacrimogeni, idranti, proiettili di gomma: la polizia ha risposto così e i cittadini, a torto o a ragione, se la sono legata al dito. Sono poche le speranze, ora, che le manifestazioni possano continuare a svolgersi in maniera pacifica. Prosegue Ali: «La scorsa settimana il corteo era più piccolo: guarda in quanti siamo oggi! E continueremo a crescere finché l’intero governo non darà le sue dimissioni. Abbiamo dato ai politici un ultimatum di 72 ore: entro mercoledì mattina lo Stato deve aver trovato una soluzione o riprenderemo a manifestare».

Gli organizzatori di You Stink insistono che nessuno schieramento in Parlamento né rappresentante di partito è escluso dalle loro critiche. Il loro slogan “Tutti significa tutti” parla fin troppo chiaramente del sentimento di insoddisfazione generale nei confronti dell’inefficienza della politica libanese.

«Non c’è modo che il Libano si sviluppi e riprenda a crescere realmente come Nazione a meno che la casta attuale dei partiti non venga sostituita da persone nuove, giovani, qualificate. I politici di oggi sono gli stessi da troppo tempo e, come spesso accade, la loro tendenza è quella di preservare egoisticamente il loro posto in Parlamento piuttosto che dare ascolto ai bisogni e ai diritti dei cittadini e del loro Paese», riprende Nassim Njeim.

La polizia ha già creato una recinzione di filo spinato attorno alla sede del Parlamento per proteggerlo da un’eventuale irruzione dei manifestanti, che hanno piantato le tende in piazza e non hanno intenzione, per il momento, di mollare il colpo. Intanto, mentre le 72 ore dell’ultimatum stanno per scadere, i megafoni dei camion carichi di altoparlanti gridano il loro inno lungo le vie della città. “Da nord a sud, da Bekaa a Beirut, un popolo unito non muore mai”.

 

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