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La critica della vittima, il ruolo del perdono e della storia

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Condizioni politiche per  la costruzione del futuro e della stabilità internazionale. La vittima è tale in virtù del proprio passato, un passato che ha subito ma che a differenza della sua etimologia latina - dove subire indica l'andare sotto - l'ha elevata attraverso un ribaltamento dell'ordine simbolico. Ma quale prezzo ha avuto questa ascensione al cielo? Riprendendo Daniele Giglioli e il suo Critica della vittima, ci siamo domandati come e con quali conseguenze la vittima è diventata «l'eroe del nostro tempo: ha prestigio, ascolto, è immunizzata da ogni critica, non ha bisogno di giustificarsi e in ultima analisi rappresenta il sogno realizzato di qualunque potere».

REUTERS/Stefan Wermuth

Il primo passo che ha consentito ciò è l'abbandono di una concezione del tempo diacronica per una sincronica. Quando Giglioli scrive che «centrata sulla ripetizione del passato, la posizione vittimaria preclude ogni visione del futuro» coglie la questione fondamentale della contemporaneità: l'assenza di una dimensione storica.

Siamo di fronte a un passato che non passa, a un morto vivente che nella sua ideologica celebrazione divora e contagia. In questo mondo di zombie, il sacerdozio del ricordo ha la meglio sulla costruzione del futuro e il passato è la macchina refrigerante che cristallizza l'eterno presente. Quest'ultimo, per legittimarsi, ha eliminato ogni possibilità di immaginare il futuro presentandosi come la realizzazione dell'utopia libertaria, egalitaria e democratica. Non ha caso ha avuto tanto successo il concetto di “fine della Storia”. Ma questa fine non ha nulla di emancipativo, piuttosto, negandole, rende più profonde le fratture interne alla società. Il processo dà così alla luce i due totem della contemporaneità mediatica: il capitalismo globalizzato, che si espande senza confini nel nome della libertà, e il radicalismo islamico che nella sua autonarrazione si pone come avamposto di resistenza al primo.

Si tratta di chimere che è dovere della critica sfatare. Il finanzcapitalismo non ha nulla dello spirito di innovazione del capitalismo borghese e del processo di emancipazione collettiva iniziato con la presa della Bastiglia e fondato sulla massima per cui «tutto ciò che è solido svanisce nell'aria». Risulta altrettanto evidente come il radicalismo islamico, e la sua forma statuale rappresentata da Daesh, abbia ben poco dell'opposizione in chiave egalitaria agli ideali  neocapitalisti, risultando una modernizzazione conservatrice che, sulla falsa riga della Restaurazione Meiji in Giappone, ha in primis lo scopo di stabilire  delimitazioni gerarchiche basate sull'asimmetria, come nel caso evidente della differenza di genere. Per entrambi si tratta di una forma di nichilismo che crea disuguaglianze e nega il pensiero, la volontà e il giudizio, le fondamenta della vita politica.

Ma che ruolo ha la vittima in tutto questo? È la chiave di volta che permette al sistema ideologico, tanto in occidente quanto nel resto del mondo che si proclama eterna vittima del colonialismo imperialista, di scrivere una narrazione che legittima il potere. Così come per il terrorismo, la produzione narrativa del vittimismo evita di comprendere le complesse cause storiche ma si limita alla celebrazione, con lo scopo, Orwell docet, di conservare la guerra perpetua e di stato di eccezione giuridico.

La celebrazione della vittima è il carnefice che ha legittimato l'assassinio della politica da parte dell'antipolitica populista. Non dobbiamo dimenticare che il terrorismo possiede sempre una matrice politica e ha come obbiettivo il decisore finale e non di certo gli innocenti spettatori di un concerto rock. Per questo motivo il terrorismo non può essere sconfitto con la sola repressione, come la storia italiana ha dimostrato, ma attraverso una comprensione storica e una contromossa politica.

Pensiero, volontà e giudizio sono le fondamenta che secondo Hannah Arendt sostengono la sfera politica. La narrazione vittimaria le mina alle fondamenta. In primis limitando il pensiero, ciò che permette di vivere la diacronia storica: pensiamo nel presente e grazie all'immaginazione costruiamo il futuro. Lo stesso vale per la volontà, il motore che ci muove oltre il presente: ma quale futuro è possibile senza dialogo e senza comunicazione? Di che futuro possiamo parlare se l'utopia è già realizzata, se la sentenza è già passata in giudicato? Il giudizio non può essere abbandonato. Questo, come in tribunale, si rifà ai precedenti e nello stesso tempo individua ciò che è senza precedenti ed esige una nuova spiegazione. Giudicare serve a costruire la sfera pubblica della libertà politica.

Per ripristinare le conditio sine qua non della politica, a nostro avviso occorre tirare in ballo il concetto di perdono. Perdono non inteso in senso cristiano, qualcosa che ha a che fare con l'inconsapevolezza – Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno - ma visto come atto di pragmatismo politico. Il perdono consente di annullare il compiuto, di revocare l'irreversibilità degli atti ingiusti. Il perdono non ha infatti a che fare con il colpevole, che è necessario venga punito, ma riguarda il reo inteso come persona. Non si perdona l'azione ma chi la compie, e il soggetto che giova del perdono non è il carnefice ma la vittima che può così superare l'evento e guardare al futuro, smettendo di essere eternamente martire.

Come afferma la Arendt: «perdonare non significa ignorare ciò che è stato fatto o mettere un'etichetta falsa su un atto malvagio. Significa piuttosto che l'atto malvagio non costituisce più una barriera per la relazione». Si tratta di un'insostituibile ingrediente della vita politica, ciò che consente la riconciliazione e la pace. In ultima analisi, si tratta di un'azione che deve essere incoraggiata: non come sostituto della giustizia e della pena o come come istigazione all'impunità ma come la boccata d'ossigeno che concede il sollievo e prepara ad affrontare a pieni polmoni l'imprevedibilità del futuro. In questo senso occorre decostruire l'apparato vittimario e la sua narrazione consentendo alla vittima di avere nuovamente un ruolo attivo, riabilitare lo spazio della politica e per disinnescare la bomba a orologeria del populismo .

Ora, può uno Stato agire e comportarsi da vittima? Come trova concreta espressione nel “sistema delle relazioni internazionali”, se di sistema si può ancora parlare, la fenomenologia della vittima? In quale misura gruppi transazionali, movimenti radicali, fenomeni jihadisti, per usare le parole di Giglioli, sfruttano il «bisogno di legittimare le proprie opinioni in termini di offesa o di sofferenza subita» per giustificare la propria azione?

Dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi gli episodi non mancano. L’ancoraggio al passato, a una narrativa giustificatrice che congela il presente, esprime concreta manifestazione in realtà diverse quali la Germania hitleriana con la “minaccia ebraica”, la libera America attanagliata dalle paure del maccartismo e l’Unione Sovietica che, come gli USA, vedeva nell’altro un nemico di cui era vittima. Per non parlare di due “vittime” per eccellenza, lo Stato ebraico e la comunità araba nell’annosa questione palestinese. La logica dei torti subiti, delle limitazioni e offese patite, colpisce nei tempi recenti la Russia “ferita” dalla prepotenza occidentale, che torna alla ribalta nello scacchiere del Medio Oriente, la Grecia, “mortificata” dall'asse nordico dell’Unione europea per la questione del debito, e i gruppi o movimenti non statali, ma con la presunzione di esserlo come Daesh, che nella logica del conflitto e della rimodulazione del futuro in chiave apocalittica, trovano la ragione di esistere e perdurare.

Nazionalismo, terzomondismo e radicalismo jihadista si impregnano di vittimismo grazie soprattutto al ruolo dei media che già nel 1964 Herbert McLuhan definiva “architetti del nazionalismo”. Nel 1991, lo storico irlandese Benedict Anderson gli faceva eco: attraverso la stampa, il cinema, la televisione (a cui aggiungiamo oggi la condivisione accelerata e alienante della rete) viene attivato simbolicamente uno spazio, un tempo condiviso a livello di gruppo o di Stato, o di presenza maggioritaria nel medesimo, un messaggio comune proposto come elemento aggregante.

Quale contraccolpo ha questo messaggio nei tessuti e nelle pieghe della politica/azione internazionale? Tutto ciò vale anche per l'”etica della vittima”? Quale è, se esiste, la sua catena di trasmissione? Per provare a rispondere possiamo rileggere L’Uomo, lo Stato e la Guerra del politologo americano Kenneth Waltz che a proposito degli effetti della politica estera e i relativi impatti sulle dinamiche interne parla di “seconda immagine”. Ancor più significativo è nel nostro caso il concetto di “seconda immagine invertita” ideato da Peter Gourevitch, secondo cui politica interna ed estera si intersecano e si influenzano vicendevolmente, mutando solamente l’intensità dell’influenza a seconda della congiuntura temporale.

Emerge allora come l’“etica della vittima” che pure, come anticipato, ha rappresentato una pietra miliare delle relazioni internazionali durante la Guerra Fredda, si sia mantenuta, anzi, abbia acquisito una natura ancor più vigorosa, alla luce della perdita di quelle certezze e stabilità garantite proprio dal fragile equilibrio della contrapposizione tra blocchi. Per Francis Fukuyama, la “fine della Storia” - fine della Guerra Fredda - coincide con la morte della concezione hegeliana della Storia stessa. Il pensatore americano ha intravisto nella scomparsa del fascismo e nella sconfitta del comunismo il termine della contrapposizione ideologica, che rischia di lasciare spazio al vuoto o al più a un progetto politico smarrito e confuso.

La Russia ferita - e la conseguente emersione di Putin; L’America incapace di accettare di non essere più “il campione del mondo libero”, proprio perché non esiste più un tale mondo contrapposto all'Impero del male - da qui l’evidenza del mandato di Bush, che riappropria gli USA del ruolo di leading democracy contro gli “Stati canaglia” -, sono fra le immagini più nitide dell’appropriazione del ruolo di vittima per soppiantare il vuoto ideologico patito. L’abbandono percepito dalla propria storia è sostituito con una sorta di imbalsamazione mentale collettiva, il messaggio condiviso di un’etica e di un’esaltazione del ruolo di vittima.

Come superare tutto ciò? Nella prima parte si è sostenuto che il perdono, inteso non come atto pietistico ma espediente di pragmatica conciliazione tra le parti, possa abbattere la barriera della vittima. A questa ricetta dobbiamo aggiungere la riscoperta della Storia, nella sua concezione pratica di “storia applicata”. Henry Kissinger e il suo biografo Niall Ferguson sostengono il ruolo di “docente” da parte della storia applicata. Attraverso immaginazione e giudizio, la lezione del passato può essere letta e applicata, anche per fini calcolati, per spezzare l’iter che appare segnato, a volte volutamente. Nella chiave della Storia, i governi, i decision-makers e gli attori capaci di determinare azioni e risultati nello scenario internazionale, saprebbero superare la logica della “vittima” e modificare il futuro e l’evolversi degli eventi proprio in base alla rilettura ragionata del passato, sposando la teoria di Winston Churchill per cui “The longer you look back, the farther you can look forward”.

@Ale_Pastore_

@lupo_stefano

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