La debolezza di Putin in Ucraina

“Se voglio, mi prendo Kiev in due settimane”. Queste parole, dette da Putin al presidente della Commissione europea Barroso e riferite durante il vertice di sabato scorso, hanno fatto gelare il sangue nelle vene ai capi di stato dell’Ue.

Photo Patrik Stollarz/AFP/Getty Images

La politica del Cremlino in Ucraina tiene ormai da mesi sotto scacco l’Europa, e per molti è la dimostrazione dell’impotenza occidentale di fronte alla Russia. Ma potrebbe trattarsi anche della più lampante dimostrazione della debolezza di Putin.

Se Putin ha preso la Crimea nel giro di qualche giorno (com’è stato) e veramente potrebbe arrivare a Kiev in due settimane (come potrebbe essere), perché allora il Cremlino è invischiato in una guerra telecomandata in Donbass che finora non gli ha portato alcun vantaggio? L’Ato, l’operazione antiterroristica condotta dall’esercito di Kiev per riprendere il potere delle province orientali sotto il controllo dei separatisti, ha segnato un successo dopo l’altro negli ultimi due mesi, da quando la presidenza di Poroshenko e il cambio dei vertici militari ha dato nuovo impulso. Novorossija, la federazione delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, si è trasformata in una Nanorossija i cui confini a malapena coincidono con le periferie delle due città. E mentre il coinvolgimento militare di Mosca si rende ogni giorno più evidente e difficile da negare (com’era stato in Crimea con gli “omini verdi”), al di là di qualche colpo messo a segno negli ultimi giorni, le forze separatiste sono a un passo dalla disfatta. Putin manda qualche migliaio di paracadutisti in un’operazione di maskirovka sul mare d’Azov, ma gli servirebbe ben altro per capovolgere l’esito del conflitto. La verità è che probabilmente la Russia non può invadere l’Ucraina.

Migliaia di sacchi neri

Ci sono alcuni aspetti talvolta sottovalutati. Nonostante la soverchiante superiorità bellica russa, l’invasione dell’Ucraina richiederebbe l’impiego di risorse militari di cui forse neanche Putin può disporre senza dare conto al proprio inner circle. Certo non basterebbero poche migliaia di paracadutisti in un’operazione nascosta. Un’invasione in larga scala incontrerebbe una strenua resistenza militare (ne abbiamo avuto un assaggio finora con i successi dell’Ato e la massiccia partecipazione di volontari) ma soprattutto della popolazione. Gli ucraini hanno dato prova nei giorni della Maidan di una grande capacità di organizzazione e coesione contro il nemico, e anche oggi la macchina dell’Ato non potrebbe funzionare senza le organizzazioni civili che la supportano, dai volontari medici alle raccolte di fondi per l’esercito. La storia dell’Ucraina è imbevuta dell’eroismo partigiano contro l’occupante sovietico. Pochi giorni fa una fonte del ministero dell’Interno di Kiev avrebbe detto “Lasciamo che provino a prendere Mariupol, vedranno tornare camion pieni di sacchi neri”. Le madri russe sono pronte a dare a Putin altre giovani vite come già successo in Cecenia?

C’è un’altra opzione. Putin potrebbe non essere interessato a invadere l’Ucraina, ma a mettere le mani solo sul Donbass, o anche solo a mantenere il conflitto congelato. Sorvolando su bilancio di costi e benefici dell’annessione di una regione economicamente devastata, ormai spopolata, industrialmente arretrata e con una rete di infrastrutture da ricostruire, anche qui la Russia di Putin potrebbe non disporre delle energie necessarie per raggiungere l’obiettivo. Dipende da noi.

Madre Teresa e Al Capone

Il professor Alexander Motyl dell’università Rutgers del New Jersey, autore di numerosi libri sulla politica post-sovietica, intervenendo nella trasmissione Power Vertical di Brian Withmore, ha sintetizzato la situazione con una magnifica metafora. “È evidente che Putin preferisce la forza alla negoziazione”, ha detto. “Se in una partita tra Madre Teresa e Al Capone le regole del gioco le fa Al Capone, sarà lui a vincere”. Ma chi fa le regole del gioco? Finora, la Russia ha decisamente provato a imporre con la forza la propria posizione, ma la risposta occidentale è andata per fortuna in altra direzione, e con dei risultati. Nonostante quello che si sente ripetere dalle parti più interventiste, le sanzioni europee e americane stanno ottenendo il loro effetto, e la riprova è data proprio dalle controsanzioni messe in campo dalla Russia. Se fossero, come dicono, inefficaci non richiederebbero alcuna reazione. L’isolamento internazionale in cui Mosca si sta chiudendo – a dispetto della propaganda – potrebbe diventare un prezzo troppo alto.

Se fosse per la Lituania e la Polonia, i cui rapporti storici con la Russia sono particolarmente conflittuali, saremmo già in guerra con la Russia. Ma i corsi e ricorsi storici non sempre funzionano. Non funziona il paragone con la Germania del ’38 perché, se è vero che si poteva fermare con la forza il Terzo Reich prima che diventasse una potenza militare evitando una guerra che costò al mondo 70 milioni di morti, è anche vero che la Russia è già una potenza militare e per giunta nucleare. Né funziona il paragone con il 1989 e la lotta dei piccoli Baltici contro il gigante sovietico: quando i carri armati di Mosca entrarono a Vilnius per rimanerci otto mesi, nessuno si sognò di fare la guerra all’Urss, e a cacciarli non fu né l’Europa né la Nato.

Se l’Occidente dovesse alimentare in qualche modo l’escalation militare troverà nella Russia un giocatore spregiudicato sempre pronto al rilancio. Ma se a dettare le regole del gioco è un’Europa (e un’America) fermamente intenzionata a risolvere il conflitto senza fare ricorso alla forza, la partita potrebbe rivelarsi troppo dura perfino per Al Capone.

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